Emine Meyrem è il volto femminile di Amare e Perdere (Ayrılık da Sevdaya Dahil), la nuova serie turca lanciata su Netflix dal 15 gennaio. L’attrice italo-turca interpreta il personaggio di Afife, una giovane sceneggiatrice idealista che lotta per salvare il ristorante di famiglia dal fallimento e dai debiti accumulati dalla madre. La sua vita si viene ad intrecciare con quella di Kemal (Ibrahim Çelikkol), un uomo incaricato di riscuotere un debito proprio nel locale della ragazza.
Meyrem è nota, in particolare, per la sua interpretazione nel film Sonar (2017) di Jean-Philippe Martin. L’abbiamo incontrata per saperne di più sul suo universo e, in particolare, sul suo nuovo approccio alla serialità.
La serie ha un linguaggio abbastanza asciutto e semplice. Come hai lavorato alla costruzione del personaggio di Afife insieme ai due registi Selim Demirdelen e Kurtcebe Turgul?
Il creatore di questo progetto, colui che ha immaginato i personaggi di Afife e Kemal e le loro famiglie antagoniste, è Yavuz Turgul, un grandissimo signore del cinema turco. Negli anni ’80 ha rivoluzionato il cinema del suo Paese, creando un linguaggio capace di essere insieme popolare e d’autore.
Avevo già avuto l’occasione di lavorare con lui nel 2017, per un ruolo principale che poi non si è concretizzato. All’inizio del 2024, però, mi ha ricontattata per il ruolo di Afife e mi ha detto: «Sette anni fa non abbiamo lavorato insieme, ma questa volta ti propongo un ruolo fatto su misura per te». Ed era vero. Mi aveva osservata nei minimi dettagli durante quei giorni di provini e aveva visto l’Afife che è in me.
È anche per questo che non è stato così difficile trovare il personaggio: mi sono riconosciuta in lei. Questo, però, non significa affatto che non ci fosse bisogno di costruirla e di lavorarci sopra, soprattutto con Yavuz Turgul che, come molti grandi maestri, è un perfezionista. È particolarmente meticoloso sul linguaggio di ogni personaggio. Non so se questo aspetto emerge nel doppiaggio italiano, ma i modi di parlare e gli accenti raccontano già moltissimo dei personaggi. Così la madre di Afife ha una dizione perfetta in quanto attrice di teatro che viene da una buona famiglia mentre il padre di Kemal parla con un accento dell’Est e una cadenza stanca, per fare solo due esempi.
Durante le prove abbiamo lavorato intensamente sul modo di parlare di Afife, su due registri: quello delle lezioni di sceneggiatura che tiene nella serie e quello, più asciutto e diretto, con cui dice le cose senza filtri nella vita quotidiana, usando molto gergo. Ogni tanto facevamo anche improvvisazioni che potevano durare ore: Yavuz Turgul si trasformava nello psicologo con cui Afife parlava della sua confusione sentimentale, oppure nel direttore del canale che Afife doveva convincere a investire nella sua sceneggiatura. Queste improvvisazioni si sono rivelate preziose per entrare nella storia personale e nell’universo di Afife.
Anche se i registi sul set erano Selim Demirdelen (uno degli allievi più fedeli di Yavuz Turgul) e Kurtcebe Turgul (co-sceneggiatore con Nilgün Öneş e figlio di Yavuz), è importante sapere che Yavuz Turgul ha scelto tutto, fino al colore delle pareti della casa di Afife. Pur non essendo presente sul set, aveva preparato il terreno in ogni dettaglio: abbiamo fatto un mese e mezzo di prove con lui e tutti — registi, assistenti, attrici e attori — prendevamo nota di ciò che ci indicava. Una volta sul set, sapevamo esattamente cosa restava da fare.

Afife è una donna dinamica, indipendente, una donna che fa di mestiere la sceneggiatrice, ma è anche attenta agli affetti e coi piedi per terra. Quali sono, dunque, le somiglianze con questa donna e in cosa invece ti avverti particolarmente lontana da lei?
Come dicevo Afife mi assomiglia moltissimo. Mi riconosco nella sua energia, nella determinazione che mette nella creazione artistica e nel modo in cui non abbassa mai le braccia. Né di fronte ai rifiuti nella sua carriera di sceneggiatrice, né quando deve lottare per salvare la sua casa e la sua famiglia. In questo ci somigliamo molto: penso ai quindici anni di provini che ho alle spalle prima di arrivare a un progetto così importante e a tutti i sacrifici che sono stata capace di fare per la mia famiglia.
Io però sono meno coraggiosa di lei. Vivo in Europa e sono cresciuta con libertà che spesso diamo per scontate; quando percepisco un pericolo tendo a fuggire, mentre Afife lo affronta di petto. Non sono mai stata in prima fila in una manifestazione repressa dalla polizia come lei, anche se ne ho fatte molte.
Amo anche il suo senso dell’umorismo e il suo lato goffo, quasi burlesco: anche in questo ci assomigliamo, i miei amici mi chiamano la regina delle gaffe.
L’unico aspetto in cui mi sento distante da lei è la sua clemenza. Senza fare spoiler della trama, io non avrei perdonato un tradimento come quello che subisce. Ma interpretandola ho imparato a capire le sue ragioni e l’empatia profonda che la guida nel perdono.
Cosa speri che il pubblico possa cogliere dalla visione di questa serie, in particolare quello giovanile?
Viviamo in un’epoca in cui i social impongono standard che fanno sentire molti giovani obbligati ad adeguarsi per non essere esclusi. Io non credo esista uno standard di femminilità: ogni donna deve trovare il proprio, accettando anche le imperfezioni. Il mondo virtuale, fatto di filtri e ideali imposti, mi spaventa.
Afife è lontana da ogni stereotipo: non rientra in nessuna categoria e non sente il bisogno di farlo. Segue i suoi desideri con libertà assoluta, guidata solo dalla propria coscienza.
Spero che questa visione — ancora una volta quella di Yavuz Turgul, che ha avuto il coraggio di creare un personaggio femminile così insolito nell’industria delle serie turche e di affidarlo a un’attrice come me, che non rientra nei canoni di bellezza del mondo virtuale — riesca a raggiungere il pubblico, in particolare quello più giovane.
Cosa hai potuto assimilare da questa esperienza e cosa ti porti dentro nel tuo bagaglio come attrice?
Non avevo mai partecipato a un progetto così importante e ambizioso: cinque mesi di lavoro con Yavuz Turgul prima di essere confermata dai produttori, un mese e mezzo di prove e quasi tre mesi sul set. Un’esperienza che richiede una grande resistenza fisica e un’igiene di vita da atleta.
Ripensando a quei giorni di preparazione e di riprese, mi rendo conto di essere stata in una sorta di stato sospeso, quasi disconnessa dalla mia vita e completamente immersa in quella di Afife. È stato un percorso intenso e, quando vedo il risultato, ne sono profondamente fiera.
La lista delle cose che ho imparato sarebbe troppo lunga da elencare qui, ma una cosa è certa: non sono più la stessa attrice che ero prima di aver dato vita, in carne e ossa, anima e corpo, ad Afife Jale.

Qual è il tuo legame col Cinema italiano? Ci sono dei registi italiani contemporanei con cui ti piacerebbe particolarmente lavorare? Se sì, qual è l’aspetto che ti attrae?
Ho un legame fortissimo con il cinema italiano ci sono cresciuta: non solo con i film d’autore e i grandi classici come i film del Neorealismo, di Antonioni o di Fellini – per citarne solo alcuni- ma anche con un cinema più popolare, come gli spaghetti western e i film di Alberto Sordi o Carlo Verdone. Ho frequentato le scuole medie e il liceo a Roma e ho passato la mia adolescenza nei cinema d’essai e al Nuovo Sacher di Nanni Moretti. Caro Diario l’ho visto proprio lì. Ci sono poi attrici come Anna Magnani e Monica Vitti che saranno sempre nel mio cuore: quando le vedo nei film, sento di vibrare con loro.
Del cinema contemporaneo mi interessano moltissimo le registe, che per fortuna si stanno affermando sempre di più. Pur amando molte opere di autori uomini, mi rendo conto che quando guardo un film diretto da una donna mi ritrovo di più nel suo sguardo. Mi affascina profondamente vedere il mondo attraverso occhi femminili. Per esempio, adoro la poetica dei film di Alice Rohrwacher e mi piacerebbe moltissimo lavorare con lei.
Su Netflix dal 15 gennaio 2026.
