Mostra “Scola. Non ci siamo mai lasciati”.

L’episodietto è stato raccontato da Giulio Scarpati, che fu uno dei tre protagonisti del film Mario, Maria e Mario di Ettore Scola, nel 1993. «Stavamo girando da tre giorni, Ettore nulla mi diceva delle riprese. Avevo la sensazione che qualcosa non andasse tra noi, ma forse ero solo intimorito dal suo modo di fare sul set. Comunque glielo dissi. La sua risposta fu tanto lapidaria quanto sdrammatizzante: “Non pensavo che fossimo fidanzati”». In buona misura Scola era così.
A un decennio e un po’ dalla morte del regista, avvenuta a 84 anni il 16 gennaio del 2016, Palazzo Braschi ospita una mostra intitolata “Scola. Non ci siamo mai lasciati” (2 maggio-13 settembre). Stamattina, il 30 aprile, è stata presentata alla stampa, presenti i curatori Silvia Scola (figlia) e Alessandro Nicosia, l’assessore alla Cultura Massimiliano Smeriglio, la dirigente Ilaria Miarelli Mariani e la giornalista Gloria Satta.
«Rendiamo omaggio ad un umanista dallo sguardo libero che ha raccontato i suoi personaggi, gli esseri umani, in modo completo, riuscendo a far vivere nell’immaginario collettivo il tratto concreto e mai banale delle relazioni, delle persone nel divenire del nostro tempo; le difficoltà, l’amore, l’amicizia, la vecchiaia e la morte» spiega Smeriglio. Anch’egli non rinuncia a usare, in altre frasi, la parola «Maestro», forse non sapendo quanto fosse allergico Scola a quella definizione pomposetta, peraltro invece tranquillamente accettata da parecchi cineasti italiani viventi.
“L’uomo”, “L’artista” e “Roma” sono i tre motivi principali della rassegna, che si sviluppa in varie sale del museo, arricchita anche da documenti mai esposti prima. Ci sono fotografie, manoscritti, oggetti, sceneggiature originali e appunti personali, articoli di giornali, numeri originali del settimanale satirico “Marc’Aurelio”, riviste, vignette, disegni, bozzetti di scena, manifesti, anche oggetti personali: un cardigan dei primi anni Cinquanta, due macchine per scrivere, la sedia da regista, pure l’impermeabile indossato dall’amico Federico Fellini per rifare sé stesso in C’eravamo tanto amati. Molti dei materiali provengono dall’Archivio della famiglia Scola.
Il percorso è divertente, anche per chi non sia un cinefilo, poi certo aiuta conoscere i film di Scola, una trentina tra firmati singolarmente e collettivi, pure quel suo particolare modo di porsi verso il prossimo, tra cinico, ironico e disincantato, ma con un fondo di umanissima curiosità verso le persone.
Colpisce, passeggiando in quelle sale, la qualità della scrittura, condivisa quasi sempre con Age & Scarpelli o Ruggeri Maccari: ho dato uno sguardo al copione di La famiglia e ti sembra di leggere un romanzo, non una sceneggiatura, per la minuzia nella descrizione, la profondità del punto di vista, il gusto per l’osservazione, la densità dei dialoghi.
Lo so: Scola poteva risultare molto simpatico o anche parecchio antipatico, dipende da come lo prendevi, anche dal suo umore. Io lo conobbi come giornalista del quotidiano “l’Unità”, a lui caro, ma poi fu un fatto privato, una devastante depressione che mi colpì nei primi anni Novanta, che mi permise di essergli un po’ amico; vedendomi così a pezzi, anche fisicamente provato, si prese cura di me, quasi con fare paterno, e se uscii da quel terremoto emotivo fu anche grazie a lui, a Ettore.

Si sarà capito che C’eravamo tanto amati è il suo film che preferisco, perché lo trovo un capolavoro nel suo piazzare quei quattro personaggi all’interno di un largo periodo storico che va dal secondo dopoguerra ai primi anni Settanta; e tuttavia penso che andrebbero rivalutati alcuni suoi lavori considerati “minori”, come Il commissario Pepe, o non sempre apprezzati dalla critica di sinistra, come La terrazza.
Non so se fosse da ritenere, gramscianamente, «un intellettuale organico», certo fu vicino al Pci e alle sue varie filiazioni, ma in fondo si divertiva a sfotticchiare, non solo in privato, anche una certa rappresentazione del Partito (con la p maiuscola), essendo egli cresciuto facendo il redattore, giovanissimo, al “Marc’Aurelio” sul finire degli anni Quaranta, dove nessuno era al riparo dalla presa in giro, dalla parodia, dalla canzonatura, magari anche sottilmente qualunquista. Basterebbe dare uno sguardo alla vignetta, davvero felice nel tratto, che ritrae Fabio Mussi, Piero Fassino, Walter Veltroni e Massimo D’Alema.
Poi, certo, sono i film che restano, e io invito sempre a vederli, perché anche quelli a mio parere poco riusciti, come L’arcidiavolo, Splendor, La cena o Romanzo di un giovane povero, in fondo custodiscono soluzioni di stile non convenzionali, l’idea di mettere le parole – e spesso che parole! – al servizio di un linguaggio cinematografico meditato, mai tirato via.
Ricordo sempre volentieri, a costo di ripetermi, quanto sospirò ai cronisti intenti a incensarlo alla Mostra di Venezia, in un salottino dell’Excelsior, per quello che resta il suo ultimo film, Che strano chiamarsi Federico, del 2013, dedicato appunto a Fellini. Tutti i miei colleghi si dichiaravano commossi, quasi fino alle lacrime; lui, Ettore, pregò spiritosamente di non esagerare, spiegando alla sua maniera che «con l’età ci si commuove anche per una cotoletta ben fatta».
A Palazzo Braschi (Roma, 2 maggio-13 settembre).
