Teatro: “Misurare il salto delle rane” di Carrozzerie Orfeo

 Con Misurare il salto delle rane, Carrozzeria Orfeo – la nota compagnia “indi “fondata nel 2007 da Massimiliano Setti, Gabriele Di Luca e Luisa Supino – conferma la propria capacità di muoversi con precisione sul crinale tra commedia nera e teatro di indagine sociale. In scena al Teatro Vascello di Roma, lo spettacolo utilizza l’ironia come dispositivo drammaturgico per attraversare alcuni nodi centrali del presente: la solitudine familiare, l’incomunicabilità affettiva, la distanza tra generazioni e la fragilità strutturale delle relazioni contemporanee.

Ambientata in un piccolo paese di pescatori negli anni Novanta, la vicenda intreccia le traiettorie di tre figure femminili — Lori, Betti e Iris — costruite con un livello di caratterizzazione raro per densità psicologica e stratificazione emotiva. Il fulcro del lavoro è una solitudine che si consuma dentro la famiglia, dove la prossimità fisica non produce intimità ma, al contrario, amplifica le distanze interiori.

Lori, figura centrale e magnetica, è il perno attorno a cui ruota l’intero impianto drammaturgico. Anziana, radicata in un passato che non riesce a elaborare, incarna l’immobilità emotiva e la resistenza al cambiamento. La sua lingua è tagliente, attraversata da un’ironia amara che funziona come meccanismo di difesa. Ogni battuta rivela un mondo sommerso fatto di rimpianti, paure e un bisogno d’amore mai dichiarato. Non è un personaggio consolatorio: è contraddittorio, a tratti respingente, ma profondamente umano. La sua enorme caratterizzazione emerge proprio nella capacità di alternare sarcasmo e vulnerabilità, rigidità e improvvise fenditure di fragilità.

Accanto a lei, Betti vive una tensione continua tra fedeltà e desiderio di emancipazione. È il personaggio di mezzo, quello che tenta di tenere insieme i legami mentre ne avverte tutto il peso. La sua identità appare sospesa, compressa tra il senso del dovere e la frustrazione di un’esistenza che non ha mai realmente scelto. Attraverso di lei, la scrittura mette a fuoco il tema dell’incomunicabilità come struttura permanente: i dialoghi si sovrappongono, le frasi si interrompono, le parole non raggiungono mai davvero l’altro.

Iris, la più giovane, introduce una forza perturbante. Il suo ritorno e il suo sguardo interrogativo incrinano l’equilibrio stagnante del microcosmo familiare. È il personaggio che più chiaramente incarna il “salto” evocato dal titolo: desidera comprendere, scavare nei non detti, rompere la ripetizione del trauma. La sua presenza rende visibile la possibilità — fragile ma concreta — di una trasformazione.

All’interno di questa frattura generazionale si inserisce anche la distanza tra maschile e femminile, evocata come spazio di fraintendimento permanente. Le figure maschili, spesso evocate o marginali, rappresentano l’assenza, il fallimento, l’incapacità di sintonizzarsi con un linguaggio emotivo che resta irrisolto. Il comico non alleggerisce: amplifica il conflitto, smaschera illusioni romantiche e rivela una visione disincantata dell’amore.

L’amore, infatti, non appare come luogo di compimento ma come territorio instabile, segnato da aspettative irrealistiche e dal bisogno di colmare vuoti esistenziali. La felicità affettiva sembra continuamente confusa con la paura della solitudine. In questo senso, la compagnia evita ogni deriva consolatoria, offrendo un ritratto lucido e spietato delle dinamiche relazionali.

A emergere con forza è il valore dell’alterità. L’altro — generazionale, emotivo, culturale — non è soluzione narrativa, ma elemento destabilizzante. Accettarlo significa esporsi al rischio del fallimento, ma anche aprire uno spazio di possibile mutamento. Proprio come la rana che misura il proprio salto prima di lasciare la riva, i personaggi sono chiamati a confrontarsi con la distanza tra ciò che sono e ciò che potrebbero diventare.

La regia sobria e il lavoro attoriale misurato sostengono una drammaturgia che privilegia la densità dei sottotesti e la precisione del dialogo. Misurare il salto delle rane si impone così come uno spettacolo coerente con la cifra stilistica di Carrozzeria Orfeo: un teatro che usa il riso come strumento critico e che, attraverso personaggi fortemente caratterizzati e umanamente imperfetti, restituisce un’immagine nitida e inquietante delle nostre contraddizioni affettive.

Al Teatro Vascello sino all’ 8 febbraio.


Misurare il salto delle rane – Drammaturgia: Gabriele Di Luca; Regia: Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti; scene: Enzo Mologni; costumi Elisabetta Zinelli; luci: Carrozzeria Orfeo in collaborazione con Asti Teatro 47; musica: Massimiliano Setti; interpreti Elsa Bossi (Lori), Noemi Apuzzo (Iris), Chiara Stoppa (Betti); produzione: produzione Fondazione Teatro Due, Accademia Perduta/Romagna Teatri, Teatro Stabile d’Abruzzo, Teatri di Bari e Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival; durata: 100 minuti.

Foto: Simone Infantino.

 

 

 

 

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