In via di esaurimento il terremoto Zalone/Nunziante, questa settimana si vanno a confrontare sul grande schermo due grandi mattatori della commedia nostrana, da una parte Christian De Sica in Agata Christian – Delitto sulle nevi e dall’altra Antonio Albanese nel suo ultimo film, anche da regista, il sesto per la precisione, Lavoreremo da grandi. Risultato – lo anticipiamo subito papale papale – nient’affatto esaltante in entrambi i casi, ovviamente con i dovuti distinguo. Vediamoci più chiaro. A quasi tre anni dal suo (semi)dramma su un borghese piccolo piccolo Cento domeniche e a meno di due dall’interpretazione dell’insegnante Michele Cortese, uno spaesato Candido dei giorni nostri, in Un mondo a parte di Riccardo Milani, Albanese ha voluto cambiare del tutto registro. E così ci propone una pochade sub specie di black-comedy, molto teatrale e molto, molto leggera – troppo, proprio impalpabile, dobbiamo, a malincuore, aggiungere.
Siamo sempre nell’amata provincia del nord-nord d’Italia, e comunque sempre in ambiente lacustre, non più nella natia Olginate con il suo omonimo lago come nel precedente quinto film da regista, bensì questa volta, non molto lontano, nei pressi di Omegna sul Lago d’Orta. E così già nella prima sequenza seguiamo, su una barca che si avvicina alla riva, un personaggio ubriaco, sconvolto, in stato semicomatoso e una parrucca bionda in testa, tal Gigi (Nicola Rignanese) che la zia appena morta ha privato dell’eredità – chiosa necessaria: il lavoro quell’uomo non ha mai saputo che cosa fosse. Lo soccorrono due amici altrettanto “scornacchiati” quanto lui. Musicista a tempo perso, Umberto (Albanese) ha mandato in rovina la fiorente azienda di famiglia e inanellato due matrimoni falliti, si ritrova con un mucchio di debiti e a vendere pezzi di casa oltre a dilettarsi in terribili, sconclusionate composizioni dodeca(co)foniche che nessuno vuole ascoltare. Il suo compare si chiama, invece, Beppe (Giuseppe Battiston), è un idraulico nevrotico e spaurito che convive ancora, a oltre quarant’anni, con l’adorata madre e probabilmente non mai frequentato altra donna in vita sua, a parte essere tartassato nel cuore della notte da una cliente Matusalemme. Allo squinternato terzetto si aggiunge, infine, Toni (Niccolò Ferrero), il figlio di Umberto, che campa di espedienti sempre sul filo della legalità, entra ed esce dal carcere per piccole truffe con cui cerca di sbarcare il lunario – sembra furbo e avvertito ma in effetti lo è pochino.
Per celebrare il ritorno in libertà del ragazzo, l’improbabile quartetto si ubriaca nel pub di paese di proprietà di Bebo Storti (simpatica comparsata in codino); poi, tornando indietro in macchina, urtano qualcosa nella notte, forse hanno preso un animale ma forse invece hanno investito qualcuno – chissà? In preda al panico fuggono a casa ma poi seguirà un furtivo sopralluogo sul luogo dell’incidente, dove scoprono una bicicletta sul bordo del lago che appartiene a tal Mathias (Francesco Brandi), borderline di paese che sembra svanito nel nulla…. A questo punto torniamo nella villa di Umberto e Lavoreremo da grandi si trasforma in un Kammerspiel/commedia degli equivoci con entrate e uscite di tipo teatrale, apparizioni di personaggi improbabili come, ad esempio, Giulia (Claudia Stecher) la figlia ribelle di Umberto che piomba in casa, a notte fonda, dopo aver litigato con il compagno, il bizzarro rapper Mario Mario (Alessandro Egger). Eccetera, eccetera, eccetera.

Lasciati completamente da parte, come si accennava, gli intenti drammatici del film precedente, la comicità surreale di Albanese e della sua compagnia di giro si avvita allora su se stessa, collezionando un andirivieni di gag e situazioni che vorrebbero esser comiche, con tanto di urla e gridolini prevedibili e scontati, di squilli e telefonate sconclusionate. Quasi nulla resta sul campo di quell’estro graffiante dei tanti personaggi cine-televisivi creati dal comico lombardo-siciliano nel corso della sua lunga carriera, da Alex Drastico a Frengo Stoppato, da Epifanio Gilardi a Cetto La Qualunque, dal Sommelier a Pier Piero. E, purtroppo, manca anche in questa girandola di piccoli, simpatici sfigati di paese, un minimo d’analisi socio-psicologica della vita della provincia del Settentrione, così come ha fatto mirabilmente – in uno dei migliori, più originali film italiani dell’anno scorso – Francesco Sossai con il suo road movie veneto-wendersiano, Le città di pianura. Salvo il fatto che, forse, come da titolo, i protagonisti saranno costretti ad andare a lavorare da grandi.
Lasciando da parte le grandi teorie del riso o Bergson che lo definisce come una correzione sociale alla “meccanicità” della vita, non ci stanno santi: o un film ti fa ridere oppure no, e ti annoi poco, tanto o a morte. Nel nostro caso personale con Lavoreremo da grandi, malgrado l’impegno del cast, non è scattato quasi nulla; ci è sembrato solo un passo falso con una sceneggiatura inerte e smozzicata, insomma un lavoro poco riuscito, da dimenticare in fretta in una filmografia di tutto rispetto. Ciò non esclude affatto che, invece, riscuoterà un buon successo e potrà piacere al grande pubblico. Non possiamo che augurarlo ad Albanese & Co.
In sala dal 5 febbraio 2026.
Lavoreremo da grandi – Regia: Antonio Albanese; sceneggiatura Antonio Albanese, Piero Guerrera; fotografia: Italo Petriccione; montaggio: Davide Miele; musica: Giovanni Sollima; scenografia: Alessandro Bigini; interpreti: Antonio Albanese, Giuseppe Battiston, Nicola Rignanese, Niccolò Ferrero, Francesco Brandi, Marianna Folli, Claudia Stecher, Alessandro Egger, Bebo Storti; produzione: Carlo Degli Esposti, Nicola Serra, Marco Grifoni, Massimiliano Orfei, Luisa Borella, Davide Novelli per Palomar, PiperFilm; origine: Italia, 2026; durata: 91 minuti; distribuzione: PiperFilm.
