Anaconda di Tom Gormican


Nel caso vi fosse capitato di navigare in rete alla ricerca del trailer di Anaconda, vi sarete sicuramente imbattuti in un discreto numero di trailer che pubblicizzano un reboot omonimo con protagonista Dwayne Jhonson, chiamato a vedersela con serpenti dalla mole davvero gargantuesca. Per nostra fortuna, si tratta, in realtà, solo di trailer fan-made realizzati con l’IA, dunque il rischio di trovarci di fronte all’ennesimo reboot che gioca al rialzo con le dimensioni è, per il momento, scongiurato.

Rispetto a questi trailer “farlocchi”, la pellicola diretta da Tom Gormican si configura invece come un sequel decisamente meno ipertrofico, molto più ironico e non privo di elementi di (auto)riflessione.

Doug (Jack Black), Roland (Paul Rudd), Kenny (Steve Zahn) e Claire (Thandiwe Newton), sono intrappolati, ciascuno a proprio modo, in una fase stagnante della propria esistenza. Amici sin dall’infanzia, tutti loro sono insoddisfatti principalmente della loro carriera lavorativa, in particolare Doug e Roland che sognavano una sfavillante carriera nel mondo del cinema e invece si ritrovano, il primo, a offrire servizi videofotografici per coppie che convolano a nozze, il secondo, come figurante speciale in quei pochi film che riesce a trovare, con una certa fatica. Inutile dirlo: entrambi sognavano tutt’altro tipo di carriera in quel di Hollywood, ma si ritrovano costretti ad accontentarsi perché non hanno mai avuto altra possibilità di scelta. L’occasione arriva, inaspettata, quando Roland confessa al gruppo che, per uno sfacciato colpo di fortuna, è venuto in possesso dei diritti del franchise di Anaconda, appunto. Ora, finalmente, hanno tutti la possibilità di riscattare le proprie esistenze, girando il sequel di un film che nel cast originale poteva vantare nientemeno che la partecipazione di Jon Voight, Ice Cube e Jennifer Lopez.  Con un budget a disposizione a dir poco ridicolo, i quattro arrivano in Amazzonia, trovando ad aiutarli la bella e determinata Ana (Daniela Melchior) divenuta suo malgrado capitano dell’imbarcazione sulla quale la troupe si sposta, e Carlos (Selton Mello) che con la sua anaconda, salvata quasi per caso da morte certa, vive un vero e proprio rapporto simbiotico. Nel mezzo della foresta pluviale, tuttavia, vivono serpenti molto meno docili di quello che Carlos ha ammaestrato, come l’anaconda gigantesca che ha mietuto già molte vittime, ad esempio tra gli uomini che inseguivano Ana. Portare a termine il film e sopravvivere all’esperienza non sarà affatto facile per il gruppo di filmmakers che, oltre ai pericoli provenienti dalla foresta, dovranno guardarsi le spalle dagli individui che inseguono Ana e, ultimo ma non ultimo, dai dirompenti segreti che uno dei membri della squadra nasconde.

Uscito nelle sale americane durante il periodo natalizio (in Italia, invece, il distributore ha preferito saggiamente evitare l’uragano Zalone), questo sequel diretto da Tom Gormican (regista con pochi titoli all’attivo, ma che, almeno con Quel momento imbarazzante del 2014, qualcosa di buono lo aveva fatto vedere) è pellicola che evidentemente dialoga con il capostipite del franchise, diretto nel 1997 da Luis Llosa, ma non solo.

Fortemente autoironico e citazionista, contraddistinto da una verve comico-demenziale che, però, sa guardare anche al cinema più sofisticato dai toni da screwball comedy, Anaconda è anzitutto uno sguardo nostalgico verso un mondo che non c’è più. Un mondo in cui il cinema era fatto di pochi mezzi finanziari, con i quali sapeva però bene arrangiarsi perché, evidentemente, non era privo di idee. Un cinema che si incarnava nei b-movie, dove a emergere era soprattutto l’idea di film come “trucco” e grande artigianato, cui Gormican pare contrapporre quello odierno. Quello, contemporaneo, dei film che sembrano pensati a tavolino, dai grandi effetti speciali creati in computer grafica.

Jack Black (a destra) e Paul Rudd

Il cinema delle megaproduzioni, dei sequel e dei reboot senza un perché, contro un cinema fatto di cuore e sangue.

Con questo sequel, dunque, ci si ricorda che la settima arte è fatta anche di corpi attoriali, magari prestati a una comicità surreale, demenziale e slapstick, come nel caso di Jack Black, indiscusso mattatore accompagnato da un cast di comprimari che non sfigura affatto: a partire da Steve Zahn,  passando per Thandiwe Newton, sino ad arrivare a Paul Rudd, qui coprotagonista, ma che in altre pellicole era apparso più come una specie di UFO (si veda, in proposito, la pellicola Death of a Unicorn dello scorso anno).

Grazie a una sceneggiatura che, pur se non particolarmente innovativa, fa della meta-testualità uno dei sui punti di forza (assieme a un paio di twist narrativi decisamente azzeccati), un gruppo di attori in parte e ben diretti, una bella confezione a cui il lavoro del direttore della fotografia Nigel Bluck conferisce maggior lustro, tutto sembra funzionare a dovere.

Ben vengano allora film come questo, che sembrano nati con l’intenzione di uscire dalle stanche abitudini industrial produttive della Hollywood contemporanea, per tentare di percorrere strade meno battute, in direzioni di mete più esotiche e idee meno stagnanti.

In sala dal 5 febbraio 2026.


Anaconda – Regia: Tom Gormican; Sceneggiatura: Tom Gormican, Kevin Etten; fotografia: Nigel Bluck; montaggio: Craig Alpert, Gregory Plotkin; musica: David Fleming; interpreti: Jack Black, Paul Rudd, Steve Zahn, Thandiwe Newton, Daniela Melchior, Selton Mello, Ice Cube, Ione Skye, Ben Lawson, Rui Ricardo Diaz, John Billingsley; produzione: Brad Fuller, Andrew Form, Kevin Etten, Tom Gormican; origine: USA, 2025; durata: 99 minuti; distribuzione: Eagle pictures.

 

 

 

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