La vita va così di Riccardo Milani


Se si dovesse scegliere da quale parte stare in una diatriba tra chi difende un proprio diritto nel segno di un atavico senso di dignità e giustizia  e chi vorrebbe metterlo in discussione nel nome di un’ implacabile avidità da neocapitalismo estrattivo, la scelta sarebbe davvero lapalissiana, anche per gli stessi dichiarati e spregiudicati sfruttatori. E La vita va cosi, la nuova commedia di Riccardo Milani, più vicina ai propositi di critica sociale della sua produzione (Il posto dell’anima e i recenti Grazie, ragazzi e Un mondo a parte) che a quelli satirici e grotteschi ( i due Gatti in tangenziale), costruisce intorno a questo paradosso il proprio svolgimento: Efisio Mulas (il non professionista Giuseppe Ignazio Loi), un pastore sardo eternamente ottantenne, difende l’incontaminata e non colonizzata bellezza della spiaggia e della terra di Belezamanna dalle mire di una grossa compagnia edilizia milanese, che in quei posti vorrebbe farci il classico resort di lusso per turisti, impiegando la popolazione locale come dipendente, attraverso  le varie forme e  le varie funzioni di un organigramma aziendale. L’impianto paradossale consiste nel fatto che all’apparenza si tratterebbe della scelta più conveniente per un paese afflitto da disoccupazione e conseguente povertà, dispersione demografica giovanile, assenza di infrastrutture e di servizi; il riassunto miniaturizzato insomma, della graduale e inesorabile debacle prodotta dalla struttura economica e politica dell’Italia da bene, già a partire dai decenni precedenti il sospirato avvento del ventunesimo secolo (la storia comincia il 31 dicembre 1999).

                         Diego Abatantuono

Stando sulla sostanza delle cose in realtà, è proprio la rugosa caparbietà di Efisio a salvare e a incrementare il valore di Belezamanna (già compiuta e risolta nel suo nome), non quantificabile neanche dal passaggio spicciolo tra lira ed euro, soprattutto quando ancora si credeva che il secondo avrebbe duplicato il conteggio monetario della prima. E i due elementi che ne collocano questo primato, e ne fanno fino a un certo punto l’arco portante del racconto, sono lo spazio ed il tempo. La porzione di mondo che Efisio vuole salvaguardare intatta dall’astrattezza di un calcolo commerciale e dall’aggressione sincopata di una ruspa, è visivamente delimitata dalla sua casa, dallo stradello che conduce al pascolo delle mucche, dall’affaccio spiaggiato sul mare. E la durata per una risoluzione del contenzioso con Giacomo (Diego Abatantuono), l’imprenditore lombardo dietro il quale si paventa il malcelato ritratto ormai archetipico di un Silvio B. (anche se meno istrionico e più indolente, come se ne fosse la versione autunnale e con un residuale briciolo di coscienza) attraversa 25 anni, restando però, come il suo laconico protagonista, in una dimensione fiabesca e allegorica, fuori dalla Storia dei fatti e degli eventi. I personaggi invecchiano nel colore dei capelli e delle barbe, a parte lo stesso Efisio che sembra irremovibile perfino nelle sembianze. Pur essendoci la coralità delle voci dei paesani giovani e anziani, Milani si concentra poi su un piccolo nucleo di caratteri, a cominciare da Francesca (Virginia Raffaele), la figlia di Mulas, che ne segue inizialmente scettica e preoccupata, e poi sempre più determinata e fiera, la battaglia contro il colosso nordico e il rifiuto delle offerte milionarie. È lei che ha deciso di restare, rompendo la genealogia patronimica e maschile alla quale si sottrae il fratello, vittimistico emigrante che torna attratto solo dal ricatto del denaro; ed è sempre lei  a fare da traduttrice letterale del dialetto linguistico e da mediatrice umorale del sentimento di indignazione del padre rivolto in egual misura agli indigeni che pensano (legittimamente ma ingenuamente) a una forma di riscatto,  e agli stranieri, ascoltati e respinti nel rito quotidiano di una spartana udienza sulla soglia invalicabile del suo ingresso, pur di convincerlo ad accettare le condizioni di un accordo sempre più iperbolico. Visto che la prima parte è costruita interamente su questo serrato ping pong di campi e contro campi con la veduta snebbiata dal grattacielo del tracotante Giacomo a fare da distante antagonista, il gioco scoperto delle aspettative disattese – sprezzantemente dalle pause urinarie di Efisio – ha una sua intelligenza e grazia nella messa in scena e nella scrittura; un crescendo cadenzato da una colonna sonora folk che accresce la percezione da sfida western di un campanilista duello al sole.

La scelta di impiegare nei ruoli principali attori/comici di notorietà pure televisiva, caratteristica del cinema di Milani, come Virginia Raffaele, Aldo Baglio (che fa Mariano, il capocantiere redento con alcuni vezzi caricaturali ripresi dalla collaborazione con Giovanni e Giacomo) e Geppi Cucciari è inoltre parzialmente bilanciata da un tentativo di raffreddamento e sottrazione degli exploit recitativi da mattatori (anche se Raffaele perde nel confronto dialettico con Cucciari,  vera sarda, dal punto di vista della credibilità e della padronanza linguistica).

Il tono piuttosto secco e portato al nocciolo della questione rende fino a un certo punto tollerabile la sensazione, ahimè, da immaginario da fiction televisiva di inquadrature così bilanciate, edulcorate, levigate. Una medietà da prodotto ben fatto che purtroppo appiattisce alcune intuizioni interessanti, come appunto quella di restare un po’ sospesi fuori e un po’ invischiati dentro gli anni che passano, trattando Belezamanna come un altro mondo a parte, incastonato però dentro le tenaglie di una macrocosmo che accerchia, scava, erige e blocca. Il vero limite entra in scena nella parte conclusiva quando Milani e i suoi sceneggiatori cominciano a infarcire i dialoghi di una serie di monologhi nei quali ciascun personaggio a turno spiega il senso di quello che è accaduto dalla propria prospettiva, con una ridondanza e un didascalismo che certo non producono distanziamento e critica, neanche nei confronti dell’imprenditore, inizialmente squalo indifferente e poi capace di riconoscere, con una lealtà quasi cavalleresca, il coraggio del suo piccolo, grande avversario. Laddove non fossero state sufficientemente esplicite le immagini o, se non altro, le performance degli interpreti, interviene la parola esplicativa che rimette al posto giusto i buoni e colloca in una zona di espiazione i cattivi, tornando poi ad un’immagine di possibile convivenza degli opposti, così dichiaratamente ovvia, e decisamente abusata, da restare nel medesimo solco dell’esposizione e della spiegazione. Alcune forzature drammaturgiche di coincidenze e di relazioni tra i personaggi dichiarano la direzione prestabilita di una struttura a tesi, alla quale tutto il resto, a cominciare dalla sguardo che comunque Milani ha dimostrato di possedere sui dettagli e sulle combinazioni tra paesaggio e figure umane, è sacrificabile e subalterno.

Giuseppe Ignazio Loi e Virginia Raffaele

C’è da dire comunque che il fatto che si schieri dal punto di vista etico e valoriale, e con un surplus di empatia/simpatia, per le ragioni di Efisio e della figlia, collocano questa pochade morale ed ecologica sul lato giusto di una storia di invasioni e speculazioni terriere ancora e ben più drammaticamente in corso. Certo sarebbero serviti un po’ più di audacia e di affondo, come in quelle commedie all’italiana degli anni ’60-’70 che Milani fa citare, in un soprassalto metacinematografico, a un logorroico e saggio autista che accompagna il ricco uomo d’affari ad incontrare la sua nemesi pauperista  e che gli dice che questa storia potrebbe essere raccontata in un film “come quelli che faceva Alberto Sordi”. E probabilmente, da par suo,  Efisio avrebbe dovuto possedere la tridimensionalità scorticante del suo precedente, illustre omonimo letterario e cinematografico, quell’Efisio Ledda che in Padre Padrone trattava alla stessa maniera di una proprietà agricola il corpo, i pensieri, i sentimenti del figlio Gavino, confondendo protezione e segregazione, educazione e sfruttamento. Meno local hero idolatrato dai progressisti, più essere umano portatore di arcaiche contraddizioni. Perché la vita non va sempre così, anche se il vento, da nord a sud, fa sempre il suo giro.

Film d’apertura della Festa di Roma 2025 (sezione Grand Public)
In sala dal 23 ottobre 2025.
Su Netflix dal 5 febbraio 2026.


La vita va così  – Regia: Riccardo Milani; sceneggiatura: Michele Astori, Riccardo Milani; fotografia: Simone D’Onofrio, Saverio Guarna; montaggio: Patrizia Ceresani, Francesco Renda; musica: Moses Concas; interpreti: Giuseppe Ignazio Loi, Virginia Raffaele, Diego Abatantuono, Aldo Baglio, Geppi Cucciari, Pietro Ragusa; produttori: Lorenzo Gangarossa, Mario Gianani, Lorenzo Mieli per Wildside, Ourfilms; origine: Italia, 2025; durata: 118 minuti; distribuzione cinematografica: Medusa Film.

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