Festival di Venezia (2 – 12 settembre 2026): Salón de Belleza di Nathalia Acevedo (Giornate degli Autori – Concorso)

Salon de Belleza. Voto **. Per il suo esordio alla regia, Nathalia Acevedo adatta il romanzo di Mario Bellatin che trasfigurava l’AIDS in una peste. Un salone di bellezza viene così convertito in un museo di nature morte. Come i pesci nell’acquario, le immagini finiscono per circolare a vuoto, senza mai poter davvero deviare dal codice autoriale.

Salón de Belleza

Da un fondo scuro, molecole d’acqua imperversano sullo schermo. La camera avanza sino alla bocca d’un antro, da cui s’intravedono fondali forse marini. Tra le fronde della flora acquatica, accarezzata dall’alto da una lama di luce, pesciolini scorrazzano liberi. Alcuni giungono quasi a galla, prima che una mano li ghermisca. Con uno stacco veniamo proiettati fuori dall’acquario in cui eravamo rinchiusi e, lentamente, penetriamo in un lugubre stanzone ingombro di souvenir e fotografie ingiallite. C’è un’unica via d’uscita da questo anfratto infernale: il cesso.

Ma vi fu un tempo in cui quella stanza brillava. È sufficiente schiudere le persiane perché il passato torni a risplendere: il salone di bellezza, popolato dalla fauna più eccentrica del quartiere, era il tempio in cui i corpi venivano modellati secondo canoni estetici. Oggi, in quel medesimo spazio, il corpo viene amministrato secondo una ben diversa politica: il salone si è convertito in un moridero, un lazzaretto dove vengono a perire gli incurabili respinti dagli ospedali. Il vecchio padrone lo gestisce secondo regole ferree, decidendo del mantenimento, del trattamento e infine dello smaltimento di quei corpi abietti, esattamente come decide della vita e della morte dei pesci che popolano le decine di acquari presenti nel locale.

I languidi movimenti di macchina perlustrano ogni recesso di questo spazio crepuscolare. Corpi inerti posano congelati in plastificate nature morte, come mummie in un museo. I soffitti da cui filtra acqua, le pareti scrostate e le crepe del muro da cui sembrano riemergere antichi fantasmi richiamano la configurazione da installazione dei film di Tsai Ming-liang ambientati nel complesso residenziale di Xining. Nathalia Acevedo, attrice portata alla ribalta festivaliera da Carlos Reygadas in Post Tenebras Lux, debutta alla regia con un ambizioso adattamento dell’omonimo romanzo degli anni Novanta di Mario Bellatin, parabola sull’esclusione che trasfigurava in una peste l’epidemia dell’AIDS.

Nel trasporre la scrittura minimalista e metafisica dello scrittore messicano, la regista si trova costretta a restituire per immagini ciò che nel romanzo poteva rimanere allo stato di pura suggestione: la sofferenza dei moribondi viene tradotta in segni tanto visibili quanto, soprattutto, udibili (tosse, ansimi, gemiti, rantoli). Alla poetica della sottrazione di Bellatin subentra così una strategia dell’amplificazione: nel dichiarato intento di edificare uno “spazio sensoriale”, la regia accumula segni fino alla saturazione acustica.

Ciò che l’immagine suggerisce in modo già di per sé poeticizzante viene costantemente raddoppiato dal sonoro. Il suono ambientale, enfatizzato in modo tale da poter “abitare lo spazio”, viene accompagnato e sovrapposto a trame ambient-drone, arie liriche, cori celestiali, malinconici pezzi folk e, nelle più smaccate epifanie, a una composizione resa celebre da The Tree of Life, il Funeral Canticle di John Tavener. Salon de Belleza

Questi brevi squarci luminosi vorrebbero riportare la memoria a un tempo più sacro, quello della vita, del desiderio, dell’amore, che ora contrasta con l’angustiosa oscurità del moridero. Eppure quest’ultimo finisce per assurgere a ultimo spazio d’amore rimasto, e il suo padrone a unico contatto con un residuo di umanità per quei malati terminali.

Anche questo elemento tattile viene però eccessivamente calcato: un rifugiato viene lavato, accarezzato, abbracciato dal protagonista, e questa cura amorevole viene ulteriormente certificata dal posticcio suono di un cuore che batte. Il fuori campo bussa insistentemente alle serrande del moridero; a un certo punto irrompe persino una sorta di guerra civile. A rimarcare definitivamente l’opposizione fra questo acquario umano e il mondo esterno è soprattutto la sequenza della sauna, dove omoni sudati e pelosi si abbandonano a un sesso promiscuo e brutale. Da una parte, dunque, la cura, l’amore, l’umanità; dall’altra il sesso, la violenza, la disumanità; nel passato la luce, la vita, il sacro; nel presente, il buio, la morte, il cadavere.

Salon de Belleza

 

Nel voler rendere cinematografico un classico della letteratura contemporanea, Acevedo esaspera le marche autoriali fino a connotare in modo eccessivamente coercitivo immagini che avrebbero dovuto restare aperte all’interpretazione. Il progetto di creare un’esperienza sensoriale naufraga così in un massimalismo autoritario che non lascia allo spettatore alcun margine di esplorazione: l’architettura dell’installazione, anziché configurarsi come uno spazio in cui perdersi, diventa un acquario chiuso in cui le immagini continuano a circolare senza poter mai davvero deviare dal codice autoriale.

 


Salón de Belleza – regia: Nathalia Acevedo; sceneggiatura: Nathalia Acevedo, Diego Sepulveda; fotografia: Balthazar Lab; montaggio: Olivia Neergaard-Holm; musica: Lucy Railton; suono: Federico González Jordán, Nicolas Becker, Séverin Favrieu, Stéphane Thiébaut; scenografia: Nathan Parker; interpreti: Sam Louwyck, Erwan Kepoa; produzione: Paulina Valencia e Matt Porterfield per Kintsugi Cine, Christian Évora e Marco Tulio Pires per Farol; origine: Messico/Francia, 2026; durata: 110 minuti.

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