Masters of the Universe. Voto ** (*) . Ennesimo reboot esangue di una celebre saga d’animazione degli anni ’80. Il regista Travis Knight cerca di spostare il centro del discorso dal vecchio machismo di matrice edonistico-reaganiana ad un’ironia citazionista che, però, fagocita il piacere del dispositivo fantastico e avventuroso.
Per chi è stato ragazzino negli anni ’80, He-Man e i dominatori dell’universo, una linea di giocattoli creati dalla Mattel e poi trasformati in una fortunata serie di cartoni animati, ha rappresentato la manifestazione più testosteronica, muscolare, granitica di un certo machismo sicuramente di matrice edonistico-reaganiana, una celebrazione della forza e del potere come status symbol di affermazione e di successo. La trasposizione sulla falsariga di una tolkeniana saga epica del rampante yuppismo liberista, con lo scopo di insinuare nell’immaginario di una generazione di fanciulli cresciuti dalle tv commerciali come surrogato ludico-educativo dell’assenza genitoriale, un preciso modello socioeconomico travestito da esaltante multiverso fantasy. Quell’ambizioso obiettivo di marketing si sarebbe poi infranto contro le prime disillusioni degli anni ’90, con i bambini divenuti adolescenti inghiottiti dal vortice del black hole sun di quel mondo rivelato nella falsità dei suoi sogni plastificati.
Quale senso ha oggi, quindi, riproporre un’operazione come Masters of the Universe, all’interno di uno scenario produttivo e narrativo di entertainment radicalmente cambiato, dove il tempo, e la durata, delle saghe è stato sostituito dalla velocità dei reel e dei meme di costruire e di distruggere idoli? Un primo messaggio forte e chiaro, e comunque ribadito se ce ne fosse il bisogno, è che in quel che resta di Hollywood , non si producono più idee originali. Scalvata anche la categoria del remake, siamo ormai nell’epoca dei reboot, ovvero il riaprire un nuovo ciclo di serialità, tra l’ammiccamento al conosciuto e riconoscibile, tramandato nel corso di decenni con momenti di maggiore e minore ascesa, e l’introduzione di un’aria nuova, più che altro un aggiornamento di sensibilità per quanto riguarda gli argomenti e le relative modalità di approccio e di possibilità tecnologiche sul piano formale.
Questa versione diretta da Travis Knight, dopo quella altrettanto scadente del 1987 con Dolph Lundgren (che qui fa un cameo abbastanza penoso per dare la sua benedizione al nuovo He-Man live action, interpretato da Nicholas Galitzin) parte dal presupposto, che occupa la sostanziosa parte iniziale dei 132 minuti, di mettere in discussione il sopracitato machismo: Adam, il principe del pianeta di Eternia minacciato dall’orda di mostri agli ordini dello spaventoso Skeletron, è infatti presentato prima come un ragazzino non interessato alla lotta, dai tratti delicati ai limiti di una fluida femminilità e poi come un giovanottone muscoloso, tenero e un po’ impacciato, da una parte desideroso e dall’altra costretto ad accettare il proprio destino di eroe.

La cifra scelta in Masters of the Universe è quella di un’ironia che tende a smorzare e ridimensionare il trionfalismo di qualsiasi azione o proclamo(“A me il potere!”), come nella sequenza in cui Adam, spedito anni prima sulla Terra dalla maga Sorceress attraverso un passaggio spazio-temporale, ritrova la spada del potere che aveva perso durante il viaggio, mettendo degli ossessivi annunci su un sito di appassionati di fantasy nerd; uno “contatto” lo conduce a un negozio di fumettistica ed oggettistica dove ingaggia un bizzarro corpo a corpo per strappare il prezioso e conteso fendente dalle mani della statua gigante del personaggio di un’ altra saga. Il citazionismo è infatti un’ ulteriore chiave di lettura con il rimescolamento, anch’esso assai vintage, di altre storie ricamate intorno al feticcio di una spada, in particolate Higlander – l’ultimo immortale (1986, con Christopher Lambert condannato a compiere decapitazioni, e ad evitare di essere decapitato, nell’orizzonte senza limiti di un fine vita mai). La menzione poi è quanto mai pop visto che a un certo punto parte la storica colonna sonora realizzata dai Queen per il film di Russell Mulcahy in commento alla scena in cui Adam, tornato su Eternia, incita il gruppo di supereroi imprigionati dall’esercito di Skeletor a liberarsi e ad andare all’attacco del nemico. Un gasamento messo alla berlina dal sollevarsi del gas e del fumo prodotti dalle mura della cella scardinate e crollate. Lo stesso Skleletor sembra più che altro la maschera uscita dalla parodia del Ghostface fatta in uno Scary Movie qualsiasi, incluse le battute che lo rendono ridicolo, buffo, a tratti perfino simpatico, assai poco minaccioso, grottesco e terrificante.
Ed è il punto critico di questo presunto action movie, ovvero lo squilibrio verso l’aspetto divertente e buffonesco, anche nelle scene più apertamente avventurose, di battaglie e inseguimenti, della seconda parte. Se in tutti i reboot o sequel che abbiamo visto nella scorsa e nella corrente annata, seppur nella medietà/mediocrità dei risultati ( da Tron: Ares a Predator), c’è almeno un’idea visiva che risulta avvincente, esaltante, compiuta nel restituire l’energia di un afflato epico, Masters of the Universe è fiacco proprio in quella zona dove dovrebbe esplicarsi il massimo della sua messa in scena. E lo è con un design a mezza strada tra la brutalità da lotta a mani, braccia e gambe nude di Conan il barbaro e quello sospeso tra un neorinascimento tecnologico e il gotico/fantasmatico dello sgranamento pixel da videogame (qui completamente appiattito su una fasulla estetica CGI alla Wicked, per intenderci) .

Inserendo addirittura una cornice da romcom, nel personaggio del coinquilino terrestre di Adam che si commuove di nascosto davanti a Le pagine della nostra vita, la dimensione dello scontro, eterno ritorno e topos del genere, tra il Bene e il Male, è relegata quasi a uno sketch. La riformulazione parodica di un contesto archetipico, che potrebbe anche passare, se non fosse per il pasticciato discorso sulla gentilezza, la comprensione e l’ascolto dei quali l’Adam/He-Man, il maschio che fa il verso alla decadenza del patriarcato (esattamente come Barbie lo faceva al femminismo), si fa portavoce, salvo poi fare a pezzi a forza di cazzotti in bocca la mascella del povero Skeletor. Quest’ultimo, villain davvero abissale nella sua genesi demoniaca, avrebbe meritato di resuscitare con più altezza e con più vertigine. D’altronde il suo unico, degno alter ego cinematografico resta il Re Cornelius del disneyano Taron e la pentola magica (1985) che ne aveva in parte ripreso e accentuato le sembianze da grafica horror della serie d’animazione. Qui il ghigno infernale si riduce tutt’al più alla paresi facciale di un franchising in cerca di lifting.
In sala dal 4 giugno 2026.
Masters of the Universe; regia: Travis Knight; sceneggiatura: Chris Butler, Aaron Nee, Adam Nee, David Callaham; fotografia: Fabian Wagner; montaggio: Paul Rubell; musica: Tom Holkenborg; interpreti: Nicholas Galitzine, Jared Leto, Camila Mendes, Idris Elba, Morena Baccarin, Charlotte Riley, Hafþór Júlíus Björnsson, Jóhannes Haukur Jóhannesson; produzione: Amazon MGM Studios, Metro-Goldwyn-Mayer, Mattel Studios, Escape Artists; origine: Usa, 2026; durata: 140 minuti; distribuzione: Eagle Pictures.
