Sulla scia più o meno fortunata ( l’ultimo esempio, il recente Tron:Ares, ha purtroppo deluso le aspettative e visto stroncare le prospettive di successivi capitoli) di sequel, reboot e remake di saghe cominciate in altre ere cinematografiche, sia dal punto di vista tecnologico che narrativo, Predator: Badlands cerca di trovare un proprio spazio, tra riformulazione di alcuni codici e citazionismo crossover. Il suo regista, Dan Trachtenberg, era entrato a far parte della serie a cominciare da Prey ( 2022), in quel caso un prequel che andava alle radici del primo possibile contatto tra la razza extraterrestre degli Yautja, creature dotate di sembianze e istinti animali e di un’avanzata tecnologia militare, e gli esseri umani, in quel caso i Comanche, popolazione dei nativi americani, peraltro nel 1719 (con l’ulteriore carne al fuoco del colonialismo occidentale come altra forma di invasione “aliena”).
L’azione questa volta si apre sul desolato e desertico pianeta abitato dai predatori che, in una sorta di incipit shakespeariano, si battano tra di loro, fratelli e padri, nel desiderio feroce di mostrare la propria forza e il conseguente diritto di appartenere al “clan”. Descritti fino a questo punto come degli spietati cacciatori mascherati e mimetici, collezionisti di trofei sottoforma di feticci in pelle e carne umane (basti pensare al primo, implacabile Predator del 1987, diretto da John McTiernan con Arnold Schwarzenegger), acquistano per l’occasione una multidimensionalità psicologica ed emotiva.
Il protagonista, Dek, viene salvato per mano e sacrificio del fratello dalla spietatezza del padre che lo vorrebbe eliminare poiché debole nella lotta, e trasforma il suo viaggio verso un inospitale pianeta nel più topico racconto di formazione: parte infatti con l’idea di dover uccidere un altro e più imponente predatore per portarne i resti al patriarca in quanto prova del suo valore ma, attraverso l’incontro di personaggi di diversa conformazione e attitudine, scopre di possedere affezione, dignità, senso di protezione nel costruire i legami di una comunità alternativa. Certo, su un piano di argomenti e di questioni, il peso del tempo trascorso tra gli anni ’80 e la nostra contemporaneità è evidente ed emblematico: se nell’epoca dell’aggressivo edonismo reganiano che soffiava strumentalmente fuoco sui ribollenti scenari di guerra del Medio Oriente, il nemico era un estraneo senza volto, senza linguaggio e senza pietà da far abbattere con lo stesso processo di disumanizzazione allo pseudo Rambo di turno, adesso la programmatica, pedante e dovuta inclusione ed esaltazione delle diversità obbliga a un cambio di punto di vista. Gli apparenti mostri, anche grazie a degli effetti speciali che lo consentono più accuratamente, vengono dotati di un’espressività che gli consente di trasalire dal riso, alla commozione, alla rabbia. E questa educazione sentimentale non viene tramessa a Dek, magari per analogia “carnale”, da un essere umano (l’allusione al fatto che ci possa essere una qualche contaminazione evolutiva con il DNA terrestre appare durante i film della serie), bensì da un androide al quale sono stati dati i sentimenti dai suoi creatori. Sdoppiato nella più classica versione buona, Thia, e cattiva, Tessa, entrambe interpretate con un divertito eclettismo da Elle Fanning, tale figura contaminata e trasversale è anche uno dei raccordi che sintetizzano le risonanze tra gli immaginari derivati da altre epopee e franchise, pur sempre in una prospettiva capovolta e aggiornata.

Alien è, per forza di cose, il riferimento più evidente, visto che i due personaggi si sono incontrati e scontrati in un paio di spin-off Alien vs Predator, anche se l’operazione compiuta da Trachtenberg, non riguarda l’incrocio di trame ma l’apparato visivo nella cura del design e del dettaglio. L’agghiacciante Ash (Ian Hom) e il generoso Bishop (Lance Henriksen), memorabili “dispositivi” sintetici rispettivamente del primo ( Ridley Scott, 1978) e del secondo (James Cameron, 1986) Alien, vengono riassunti nelle loro speculari caratteristiche di asettica esecutività e di predisposto altruismo da Thia/Tessa, con gli smembramenti e le ricostruzioni dell’una e dell’altra, ad indicarne la materialità di robot fatti ancora di pezzi, di circuiti, di collegamenti. In particolare Thia è protagonista di una delle sequenze più riuscite, quella in cui, separata dalle proprie gambe animate come fossero un altro guerriero, riesce a combattere e a sconfiggere una serie di soldati androidi dell’esercito agli ordini della bacata sorella di fabbricazione. E in ambito di genealogie, proprio come in Alien, il computer programmatore della speculatrice e neocapitalista compagnia di ricerca terrestre si chiama Mother; l’immagine di uno schermo sul quale scorrono informazioni, direttive, calcoli di probabilità di successo o di fallimento della missione in corso. Per i cultori, come il sottoscritto, del film di Cameron c’è poi il bonus extra di una lotta, anch’essa rovesciata di segno, tra Tessa alla guida di un gigantesco montacarichi e Dek a mani e corpo nudi, che ricorda il duello post umano e meccanico tra Sigourney Weaver e la regina madre degli Aliens.
Somiglianze e similitudini si possono ritrovare comunque anche in altri titoli di cinema sci-fiction, individuabili ad esempio nelle luci e nell’apparato scenografico del pianeta originario degli Yautja, che riportano all’ambientazione quasi minimalista di un titolo meno altisonante e celebrato, Il mio nemico di Wolfgang Petersen, addirittura del 1985, nel quale l’incontro umano-alieno si risolveva sul piano di una comprensione tanto profonda da condividere il passaggio di consegne di una genitorialità. Mentre la capacità di auotorigenerarsi e curarsi da ogni taglio, ferita e perfino decapitazione del Kalisk, la mitologica e apparentemente terrificante creatura che Dek vorrebbe uccidere ed esibire come cimelio del suo mascolino trionfo, traduce visivamente in una maniera primitiva e bestiale le ricomposizioni liquide del T1000 in Terminator 2- il giorno del giudizio, altra saga cameroniana; potremmo chiudere questo excursus iconico tra le vegetazione e la fauna carnivore e altrettanto predatrici che affiorano sul pianeta Genna dove si svolge la gran parte della vicenda, che assomiglia tanto all’isola sperduta e pulsante di minacce e pericoli di una natura ostile, nella quale si cela la tana del King Kong di Peter Jackson.

Detto ciò, a parte un godimento per occhi cinefili, lo spettacolo non presenta innesti particolarmente sorprendenti o innovativi ( se vogliamo anche la stessa idea dei robot che sono l’ultimo anello di contatto tra l’umanità in estinzione e una nuova specie aliena viene tanto da Alien Resurrection di Jean-Pierre Jeunet, quanto da A.I.: Intelligenza Artificiale di Steven Spielberg) e il gusto della citazione sembra saturare ogni altra forma di rappresentazione e di lettura. Alla fine il dubbio resta uno solo: riusciremo a vedere gli sviluppi dei prodomi della storia annunciata in coda? Anche se il vizio del riciclaggio di idee resta: dalla madre di Alien alla madre di Predator…
In sala dal 6 novembre 2025.
Predator: Badlands –Regia: Dan Trachtenberg; sceneggiatura: Patrick Aison e Brian Duffield basata sui caratteri creati da Jim e John Thomas; fotografia: Jeff Cutter; montaggio: Stefan Grube, David Trachtenberg; musica: Sarah Schachner, Benjamin Wallfisch; interpreti: Elle Fanning, Dimitrius, Schuster-Koloamatangi, Mike Homik, Rohinal Nayaran, Reuben De Jong, Cameron Brown; produzione: Lawrence Gordon Productions, Davis Entertainment, Toberoff Entertainment; origine: USA, 2025; durata: 107 minuti; distribuzione: 20th Century Studios Italia.
