
Andria/Brandoni/Croce tornano (dopo il volume dedicato ad Antonio Capuano, sempre confezionato nel peculiare formato-intervista di Artdigiland) sui luoghi del delitto, che prendono il nome complessivo e metamorfico di: Napoli. Il filo progettuale del trio è evidente: anche qui spunta l’onnipresente Capuano, e nel frattempo il collettivo ha elaborato rassegne sul territorio a tema (ancora) Capuano, Jean-Luc Godard, Béla Tarr.
E il territorio, come il libro denuncia dal rivelatorio titolo, è fulcro concettuale delle esplorazioni fotografiche di Gianni Fiorito. Prima nell’attività fotogiornalistica che ha preso il via, con tempismo eccezionale, tra le macerie irpine del 1980, per articolarsi in un ventennio fitto di scatti nei vicoli, sulle retate, con i pentiti, dentro i manicomi e tra le ciminiere abbandonate di Bagnoli, senza dimenticare il dramma giudiziario di Enzo Tortora. Quindi sui set: a partire dal cruciale Appassionate di Tonino De Bernardi, celebrazione corale del melodramma napoletano, attraverso la lunga collaborazione con Paolo Sorrentino e gli incontri con tanti altri registi che hanno aperto i loro obiettivi su Napoli, da Pappi Corsicato a Leonardo Di Costanzo, passando per l’epopea televisiva di Gomorra.

Fiorito, incalzato dalle domande di A.B.C., giustamente rivendica una continuità nel suo sguardo, che anche nell’esercitare la pratica in apparenza “di servizio” della fotografia di scena, ha cercato fin dall’inizio di ampliarla, riflettendo sul rapporto che il set intrattiene con il territorio su cui va a insistere, tanto più deflagrante nel caso di una Napoli che da sempre è set e teatro naturale per la sanguinosa commedia della vita. È questo stretto rapporto tra “dentro e fuori” il filo rosso dei percorsi del fotografo che emerge dal libro. Nei fotoreportage lui è dentro la notizia, pronto a testimoniare i fatti, ma con una consapevolezza etica e uno sguardo critico (“attivo”) che finiscono per raccontare anche un’altra storia, quella del fuori: tutto ciò che non può essere politicizzato, strumentalizzato, appiattito. Gianni non ha solo il “senso della posizione”, l’intuizione tipica dei migliori fotografi, ma anche una rara capacità di riposizionare sempre qualsiasi soggetto nei luoghi in cui è catturato, rendere tangibile il fuoricampo, evocare ciò che manca, ciò che non si vede ma dovrebbe essere visto. “Per me fare il fotoreporter era anche usare il linguaggio della fotografia per far emergere delle cose della realtà”, dice Fiorito, e in alcuni scatti (quello del tossicodipendente scattata in un vicolo dietro al Policlinico di Napoli o quello del muro imbrattato di sangue nella stanzetta della Diaz al G8 di Genova, per citarne un paio tra i più significativi) la realtà – quella che resta fuori dalla foto, dalla stanza – incombe con una forza e un peso incredibili.

Ma è negli scatti dell’ex ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi di Napoli che il rapporto dentro/fuori si apre a sfumature inusitate, anticipando in qualche modo i film “carcerari” realizzati come fotografo di scena, L’amore buio (Capuano) e Ariaferma (Di Costanzo). Fotografare uno spazio chiuso e in fase di trasformazione apre già agli sguardi esterni un luogo di dolore quasi sacro, i cui ospiti non sono più lì, ma fuori, in una prospettiva di cambiamento, di un altrove. L’aereo fotografato sopra l’ex manicomio, così come la luce che penetra da una finestra del corridoio e stampa le grate sulla parete opposta, lega in maniera indissolubile e necessaria la vita dentro e quella fuori: supposta, anelata, fuggita, amata.
Gli autori impostano il dialogo con naturalezza, esplorano ogni sfumatura della carriera di Fiorito, in un’alternanza di domande e risposte che sono riflessioni sul significato profondo delle immagini, sull’identità e sul significato di uno sguardo che dagli anni Ottanta è stato capace di mantenere una indiscussa forza etica e una singolarità di approccio anche oggi, in una società in cui il vedere ha soppiantato il guardare. Quando è passato al cinema Fiorito ha portato tutto sé stesso: la sua invisibilità quando si muove sul set, l’umiltà di non stravolgere lo sguardo del regista e anzi la capacità di sintetizzarne l’essenza. Come nella foto di Ariaferma in cui riesce a tenere insieme i personaggi di Toni Servillo e Silvio Orlando in un’atmosfera claustrofobica e allo stesso tempo presagente l’apertura di un varco. E poi ha portato la sua capacità di raccontare gli attori dentro/fuori dal set. E di osare: come nell’esperienza albanese sfociata nel libro Comparsi, dove ha portato le comparse di Lettere al vento (Edmon Budina) nei loro luoghi, fuori dallo spazio filmico, per renderle protagoniste di un’altra storia, quella del loro vissuto.

In Lo sguardo attivo si alternano momenti di analisi, aneddoti, considerazioni sul senso profondo di una professione, dove spesso la voce degli intervistatori si confonde con quella dell’intervistato proponendo continui rovesciamenti di prospettiva. Completano il volume due approfondimenti (di Andria e Brandoni sul lavoro di Fiorito nell’area dismessa di Bagnoli, quella intorno a cui Capuano ha costruito il suo Bagnoli Jungle, e di Croce sulle figure femminili), oltre che svariate testimonianze di compagni di set che raccontano la peculiare presenza/assenza del fotografo a caccia dello scatto decisivo.
Ciò che resta dentro, del libro e del percorso artistico e umano di Gianni Fiorito, è la consapevolezza di uno sguardo che attraversa le trasformazioni epocali e digitali dell’ultimo cinquantennio, riuscendo a conservarne la forza e l’identità, in una sorta di resistenza etica necessaria, oggi come non mai.
(Alessandro Borri e Michela Carobelli)
Lo sguardo attivo di Gianni Fiorito – Fotogiornalismo, fotografia di scena e altri territori a cura di Armando Andria, Alessia Brandoni, Fabrizio Croce, Artdigiland 2025, 253 pagine, 24 euro.
