Una fitta coltre di nebbia avvolge i rilievi dell’isola di Sumba, una delle seimila isole abitate dell’arcipelago indonesiano. A squarciare questo opaco velo è la soggettiva aerea di un drone, che si lancia all’inseguimento di una corsa sfrenata di cavalli, animali sacri sull’isola sebbene originariamente importati dal colonialismo portoghese. Il documentarista belga Jimmy Hendrickx, già autore di diversi film in Indonesia, approdò a Sumba nel 2017 con l’intento iniziale di riprendere questo far west contemporaneo. Ciò che rinvenne, tuttavia, fu un diverso tipo di far west, un universo parallelo, governato da logiche endogene, un mosaico di villaggi isolati e non-comunicanti dove si perpetua, immutato, un retaggio di arcaiche e pericolose tradizioni, sotto l’egida di un regime di omertà pressoché assoluto.
La macchina da presa di Hendrickx tenta di penetrare questa fitta coltre simbolica dal linguaggio oscuro e inaccessibile: una serie di statue vengono utilizzate negli allevamenti per mantenere mansueto il bestiame. Queste statue rappresentano gli “Ata”, una delle tre caste della cultura sumbiana, quella degli schiavi. Il termine stesso, tuttavia, è circondato da un tabù linguistico, una censura culturale che rifugge ogni confronto con la piaga schiavistica del proprio passato. Il diritto di possedere schiavi è appannaggio esclusivo della casta nobiliare, i “Maramba”. Il regista impiega anni nel tentativo di decifrare la logica dei Maramba, cercando di entrare nelle grazie di un esponente di spicco per innescare una possibile rivendicazione.
Ad affiancare e coadiuvare il regista, fino a divenire co-regista e fulcro narrativo dell’opera, è il ricercatore e attivista locale Jeremy Kewuan, il quale, a scuola, mette in guardia le giovani donne dalla rete degli “agenti”, funzionari che, sotto le mentite spoglie di reclutatori di manodopera, sono in realtà implicati nella tratta di esseri umani verso la Malesia. Jeremy opera da mediatore culturale, facilitando i dialoghi tra Hendrickx e la popolazione locale e permettendo alla macchina da presa l’accesso a queste torbide dinamiche, dischiudendo infine un intero universo espanso sul regime schiavistico locale.
Attivo nella sua battaglia fin dal 2012, fidanzato e con una figlia, Jeremy si trasfigura, nel corso dell’indagine, in una sorta di Serpico, investigatore cappellone talmente assorbito dalla sua crociata contro la mafia locale da trascurare gli affetti, al punto da non riuscire a soddisfare i requisiti matrimoniali imposti dalla famiglia della compagna. Se questa investigazione in una cultura arcaica diventa così appassionante è anche perché trova un proprio motore archetipico in questa figura cristologica che vorrebbe conciliare impegno civile e passione sentimentale per l’emancipazione del suo popolo. Attraverso un rapporto di amicizia tanto prolungato quanto travagliato, Jeremy strappa tremende rivelazioni al Maramba Lucky, il quale arriva ad ammettere di aver acquisito la dote per i suoi bambini-schiavi, che paragona a gatti domestici e le cui schiene sono segnate dalle percosse.
Un ulteriore coup de théâtre si materializza con la fuga di una giovane schiava. Inizialmente data per sepolta nelle vicinanze, si scopre invece che era riuscita a trovare rifugio in un villaggio limitrofo. La disfida tra il boss mafioso e l’investigatore iper-investito si riaccende così in questa duplice rincorsa per rintracciare per primi la bambina. Il conflitto culmina in un intenso confronto dialettico, in cui il boss si erge a paladino delle tradizioni locali, accusando Jeremy di aver tradito la loro amicizia, rivelando confidenze private alla macchina da presa per un mero tornaconto personale.
Come nei documentari di Joshua Oppenheimer, il piacere spettatoriale scaturisce dalla riproduzione dei codici culturali e figurativi propri del mafia movie, sebbene qui il boss non attinga esplicitamente all’immaginario gangsteristico cinematografico. Così, quando Jeremy riesce a organizzare un primo, improvvisato corteo di protesta per la liberazione degli schiavi e, in parallelo, a coronare il suo sogno d’amore sposando la fidanzata, si delinea un epilogo di matrice hollywoodiana. Un happy ending, tuttavia, venato da un retrogusto amaro, nella consapevolezza che, data la frammentazione e l’incomunicabilità tra i villaggi, la liberazione di un singolo schiavo costituisca giusto un piccolo passo, tutt’altro che decisivo, in un processo di emancipazione troppo più vasto dell’operato di un solo uomo.
Slave Island – Regia: Jimmy Hendrickx, Jeremy Kewuan; sceneggiatura: Jimmy Hendrickx, Kristian Van der Heyden, Jeremy Kewuan, Terje Toomistu; fotografia: Jimmy Hendrickx, Allwyn Wawyn, Jeremy Kewuan; montaggio: Raquel Ferreira, Jimmy Hendrickx; musica: Thomas Foguenne, Timo Steiner; produzione: Kristian Van der Heyden, Rinus de Wilde e Jimmy Hendrickx per Harald House, in co-produzione con Marianna Kaat per Baltic Film Productions, Patrick Mao Huang per Flash Forward Entertainment, Francesco Favale e Leonardo Barrile per Samarcanda Film, Henry Gillet per The Y-house Films; origine: Belgio/Estonia/Taiwan/Italia, 2025; durata: 92 minuti.
