28° Far East Film Festival (Udine, 24 aprile-2 maggio): 90 Meters di Nakagawa Shun (Concorso)

90 Meters

Prendersi cura di un corpo familiare che si ammala e accompagnarlo fin dentro le più tragiche conseguenze, è un’esperienza segnante a qualsiasi età della vita: per il poco più che adolescente Tasuku, protagonista di 90 Meters, opera seconda di lungometraggio del giapponese Nakagawa Shun, occuparsi della madre di SLA è una mansione che ha un impatto ancora più devastante. Non si tratta solo di confrontarsi con colei la quale fino a un certo momento si è presa cura di lui, essendo poi costretto a ribaltare lo statuto di quel tipo di relazione; ad essere messo in discussione è l’intero processo di soggettivazione ed emancipazione del ragazzo nel mondo, rappresentato in questa fasa da un preciso e circoscritto microcosmo relazionale e affettivo, in attesa di compiere definitivamente il proprio Coming of age, di addentrarsi in quel fuori non propriamente aperto e ridefinito, almeno in Giappone, da una rigida struttura sociale di ruoli e posizioni da occupare.

Con un pudore e al tempo un’intensità che trapelano l’afflato autentico del racconto parzialmente autobiografico, Shun demarca una linea di confine proprio tra il spazio dentro e lo spazio fuori di Tasuku: la casa dove vive assieme alla madre Misaki, concepita intorno alle esigenze della donna oramai allettata, un ambiente che gira intorno alle esigenze della donna, a cominciare dal segnale che suona ad ogni richiesta fino a una distanza dei 90 metri del titolo; c’è poi la scuola, il liceo al bivio dell’ultimo anno e della domanda di ammissione all’università che, nel caso di Tasuku, troppo assorbito dall’attività di accudimento fino a perdere sonno, energie e concentrazione per un decente rendimento scolastico, si traduce addirittura nel porre un ‘autocandidatura, ovvero ricostruire il senso di una formazione e di un’ambizione al di là del risultato decretato da un voto o un giudizio sintetico.  Questo escamotage narrativo mette in relazione la dimensione di figlio accudente e di studente individuo sociale, facendo contaminare e attraversare l’una dall’altra. La comunità dei compagni di scuola, inclusa la squadra di basket dove il ragazzo gioca, è il primo controcampo della progressiva condivisione di quel peso specifico (Tasuku solleva fisicamente la madre per portarla in bagno) e comincia con una non comprensione, un fastidio, un senso quasi di tradimento da parte degli amici di fronte al pudico silenzio del solitario caregiver consanguineo.

90 Meters

Dall’altra parte, l’isolamento non saputo e non visto dentro il quale Tasuku e Misaki si consumano a vicenda (lei per la natura degenerativa della sua patologia, lui per la forma di codipendenza che produce una relazione di cura con implicazioni così personali e viscerali), trova un necessario spiraglio nell’arrivo di un gruppo di operatrici sociali che si prendano il carico di una situazione così sotterraneamente asfittica ed esasperante. Un’apertura che la trasparente e semplice, ma non semplicistica, regia di Shun ricerca nel far penetrare la luce del giorno nella semioscurità dell’appartamento, visto che la maggior parte delle scene di assistenza, e dei segnali lampeggianti e sibilanti che ne annunciano l’inizio, avvengono di notte, motivando l’insonnia di Tasuku. La prospettiva solare, diurna, tenue del colore avvolge gradualmente l’ambiente e i personaggi, e spezza anche la durezza del linguaggio, inteso proprio come modo di articolare le parole, imposta a Misaki dal peggiorare della sua malattia (fino al dissolversi sulle soglie di un costretto mutismo). A quel tono perentorio, richiedente, lamentoso si sostituisce la parola generosa e gentile di un ensemble di donne che, diventando un’estensione dei bisogni primari, e non solo basici, della madre offrono la possibilità a Tasuku di introdurre una distanza ben ampia di 90 metri, di emanciparsi dal ruolo di chi è chiamato ad occuparsi in modalità vincolante ed esclusiva. C’è, esposta con una grazia introspettiva, la non esplicita rivendicazione di uno stato di leggerezza, allegria, dinamica vitalità che richiede di essere vissuto ed esperito dal periodo dell’adolescenza, in particolare nella fase prossima all’ingresso nell’età adulta, quando si può essere e desiderare qualsiasi cosa.

90 Meters

La prevalenza, legata probabilmente a una necessità, nel voler riscattare con una visione ottimistica ed edificante questa storia di malattia e di sofferenza, pur nel solco di un amore viscerale, mantiene comunque un suo equilibrio e una sua sobrietà, senza scadere in un sentimentalismo di maniera, o in una sequela di climax emotivi, incluso il lungo addio del finale. È chiaro, non c’è la lucidità e il pathos prosciugato, in bilico tra pietas e spietatezza, dello sguardo di Michael Haneke in Amour, che, nonostante la diversità di contesto socio-culturale e di condizione dei personaggi (due anziani della buona borghesia francese) affrontava una questione simile a quella di 90 Meters: a quale esasperazione può condurre l’auto isolarsi in una situazione di estremo disagio psicofisico ed emotivo da parte di chi gestisce le risorse, e l’annesso potere che ne deriva, della relazione di cura? Fino a che punto questo aspetto viene preso in considerazione dalla società là fuori, una volta che vengono chiuse le porte delle case private? Se in Haneke questo sbarramento arrivava ad escludere perfino i figli, per Shun si tratta invece di spalancare gli ingressi per far sì , riprendendo l’invito di una concretissima utopia di Franco Basaglia, che entrare fuori e uscire dentro siano considerati nella duplice accezione di un movimento che ristora e che risana le ferite in entrambe le direzioni.

 


90 Meters ( 90 Metoru) ; regia e sceneggiatura: Nakagawa Shun; fotografia: Sung Rae Cho; montaggio: Sagara Naoichiro; musica: Moshimoss; interpreti: Santoki Soma, Kanno Miho, Nishino Nanase, Minami Kotona, Tanaka Taketo; produzione: Tsujimoto Tamako, Fujimoto Itaru, Utagawa Yasushi, Taguchi Yusuke; origine: Giappone, 2026: durata: 115 min.

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