Ketticè. Voto***(*). Dopo Armony in Piazza Grande, un altro buon film italiano nel Concorso internazionale del passato Festival di Locarno in cui Monica Bellucci ha vinto il Pardo per la migliore interpretazione femminile. Al suo secondo film, Giovanni Tortorici costruisce con Ketticè un affresco intenso e intimo del mondo adolescenziale a sedici anni, apparentemente quello della sua generazione ma che parla forse anche di quella di oggi.
Partiamo dalle note di regia molto lucide del regista palermitano Giovanni Tortorici che ben descrive la natura di questo suo secondo film dopo il brillante debutto del 2024 con Diciannove: «L’idea è quella di raccontare la Palermo dell’era Berlusconi partendo dal presupposto che la mia generazione, in confronto alle precedenti, o forse anche rispetto a quella odierna, a sedici anni era del tutto priva di ideali o coscienza sociale, volevo fotografare la stagnazione culturale che ha caratterizzato la mia adolescenza.
Ketticè approfondisce le dinamiche e i giochi di potere tra gli adolescenti e l’autorità rappresentata dalla famiglia, dalla scuola e dallo Stato. Sia Giulio, che proviene da una famiglia aristocratica siciliana, sia Ketty, che appartiene a una classe sociale più povera, fanno un uso massiccio di droghe, in particolare marijuana, temono costantemente di essere scoperti, fermati dalla polizia. Cercano costantemente di sopravvivere alle varie forme di controllo da parte del mondo degli adulti».
Siamo dunque con Ketticè nel pieno dell’era berlusconiana (per altro anche mostrato in una sequenza di repertorio), in una Palermo ricca e completamente avulsa dai suoi atavici problemi sociali, lasciati e visti di scorcio quando si va a cercare la droga.

Giulio Uberti (Salvatore Gallina) ha tre anni in meno di Leonardo Gravina, protagonista assoluto del precedente film di debutto, ma è borghese e palermitano come lui, e soprattutto è dominato da una inquietudine esistenziale, diversa ma alla fine simile, da cui è soffocato come in una morsa. Ad essa cerca di sfuggire tramite una vita divisa tra la scuola che frequenta in modo totalmente abulico, i primi amori, i social o le combriccole tra amici.
Comunque, è soprattutto con la sua ricca, superficiale, famiglia aristocratico-altoborghese che le cose vanno male: la madre molto autoreferenziale e bisognosa d’affetto (Monica Bellucci) lo tampina ma non lo capisce per nulla, rimproverandolo di continuo; il padre, quasi sempre assente (Tommaso Cristiano Wirz), invece, semplicemente se ne frega alla grande e si ricorda del figlio solo quando c’è una partita di calcio da vedere insieme – la comunicazione è praticamente inesistente, disperatamente inutile, la distanza generazionale incolmabile.
Avviene, però, un incontro che cambia tutto, e il film da monologico (com’era Diciannove) si apre, diventa dialogico. Dopo essere stato mollato da una sua amica, Giulio conosce una ragazza affascinante quanto libera, comunque molto più libera, e spregiudicata di lui, Ketty (Rachele Testagrossa) che lo fa uscire, lo costringe ad uscire dal torpore esistenziale della sua esistenza annoiata.
A questo punto il ragazzo sollecitato da questo nuovo rapporto – più una infatuazione ammirata che una semplice “cotta” adolescenziale – comincia a cambiare, forse a riflettere, comunque a scoprire un proprio centro di gravità, forse non permanente, ma comunque maggiormente rassicurante. Così, allontanandosi sempre di più dalla famiglia, Giulio intravede e trova con e tramite il rapporto istaurato con Ketty – spesso discutendo e fumando insieme, alla grande, delle canne nella sua macchinetta – un proprio rifugio al sicuro, al riparo dagli sguardi e dai giudizi dei grandi. Sino alla sequenza finale dove un incontro inaspettato forse farà cambiare, un’altra volta, tutto…
Il bello di Ketticè sta nell’abilità e nell’intensità appassionata con cui Giovanni Tortorici riesce a creare e a restituirci un affresco intimo e intenso del mondo degli adolescenti, apparentemente quelli della sua generazione un quindicennio fa ma forse anche quelli di oggi. Un tema, ci pare, per altro poco frequentato da parte del cinema del nostro paese, almeno con questo taglio veristico e ravvicinato e non tanto visto e rivolto solo all’interno dell’istituzione scolastica. Le scene più appassionanti di Ketticè risultano, così, essere quelle collettive di incontro o di rissa dei giovani oppure di confidenze trai due protagonisti, piuttosto di quando si passa a descrivere il rapporto difficile e faticoso con le famiglie o con la scuola.

Tale interessante, piuttosto inedita declinazione di un argomento tanto frequentato come quello del Coming of Age giovanile, del film di formazione, si avvale e funziona in modo piacevolmente sorprendente grazie soprattutto all’interpretazione di Salvatore Gallina e Rachele Testagrossa che riescono a conferire, in Ketticè , grande spessore attoriale alle proprie figure. Ad esso si accompagna – oltre ad una colonna sonora, quasi sempre diegetica, aggressiva e roboante – la mano sicura di Tortorici che solo qua e là si abbandona a inserti “giovanilisti” da videoclip per arricchire il ductus narrativo del suo film.
In genere si dice che l’opera seconda sia sempre la più difficile e complessa nella carriera di un autore o di un regista. Ketticè ci sembra, invece, che abbia smentito in pieno tale detto, per aver superato brillantemente il traguardo di tale prova. Aspettiamo, quindi, con grande attesa e interesse, Giovanni Tortorici ad un prossimo terzo film.
In Concorso al Festival di Locarno, Pardo per la per la Migliore Interpretazione a Monica Bellucci.
In sala dal 3 settembre 2026.
Ketticè – Regia e sceneggiatura: Giovanni Tortorici; fotografia: Camilla Cattabriga; montaggio: Marco Costa; scenografia: Marta Morandini; interpreti: Salvatore Gallina, Rachele Testagrossa, Monica Bellucci, Tommaso Cristiano Wirz, Stefania Raffadali, Ida Poerio, Elena Iaco’, Riccardo Abbate, Anita Palumbo, Martina Raccuglia, Irene Purpura, Miriam Ciriminna; produzione: Luca Guadagnino, Marco Morabito, Agustina Costa Varsi, Annamaria Morelli, Francesco Melzi d’Eril, Gabriele Moratti, Massimiliano Orfei, Luisa Borella, Davide Novelli, David Zerat, Ilan Amouyal, Adrien Dassault per Frenesy, The Apartment, MeMo Films, PiperFilm, Rai Cinema, con il contributo del Ministero della Cultura, con il sostegno di Sicilia Film Commission; origine: Italia/Francia, 2026; durata: 106 minuti; distribuzione: PiperFilm.
