L’uomo più bello del mondo. Voto ***(*) Presentato all’ultima Berlinale, nella sezione Forum Special, il cortometraggio del giovane regista Paolo Baiguera arriva anche in Concorso a Unarchive Found Footage Fest.
Quasi ad autenticare un processo di verità che riguarda il riportare alla luce un qualcosa di rimosso e negato, una didascalia al principio di L’uomo più bello del mondo avverte come questa raccontata sia una storia perduta e che ha a che fare con un tabù: la ricostruzione, da parte del nipote, della vita di Michele, uno zio morto a causa dell’eroina e dell’HIV nella provincia italiana degli anni ‘80 e ‘90.
La regia da una parte adopera venticinque fotografie e i ricordi della madre, la sorella di Michele, ovvero la memoria affettiva, e dall’altra usa le analisi quantitative, di un riduzionismo spesso ridicolo, prodotte dall’intelligenza artificiale.
Questa doppia figurazione rispetto al come poter ricordare chi non c’è più, e più in generale per raccontare la sofferenza di una vita vissuta ai margini di un centro la cui marca sociale prevalente era (ed è ancora) quella prestativa ed escludente, attiva un confronto assai interessante e denso sulle culture della memoria e del riuso, idea portante anche del bel Festival romano.
Come poter credere a quello che vediamo e che ci viene raccontato in L’uomo più bello del mondo? Se l’intelligenza artificiale, in rapporto alla decodificazione dell’immagine, agisce come un nuovo agente lombrosiano (quanto alle sfumature, in verità abbastanza cringe) incapace di uscire dalla descrizione superficiale di dati e posture da aggregare secondo un unico, acritico, “principio”: il pensiero positivo, il self-improvement, la perfettibilità che corregge (senza qualità) l’”errore”, differente è il ricordare agito dalla sorella nel corpo a corpo con le immagini di Michele, ragazzo con lineamenti fini e delicati che mano a mano vedremo mangiati dall’abuso (indotto) di sostanze e dalla malattia.
Sì perché in gioco non è più solo la testimonianza attivata dal ricordare – sembra dirci Baiguera -, ma anche qualcosa di più radicale: il processo (di senso e immaginativo) con cui autenticare quel ricordo e quell’immagine, che vuol anche dire poter fare spazio all’emersione qualitativa di frammenti di senso vicini a un’esperienza effettivamente vissuta. In questo sforzo di recuperare alla mente ricordi di una realtà accaduta e che ancora produce degli effetti memoriali e affettivi, la regia suggerisce, pertanto, come per confrontarsi con l’implacabile analisi dell’algoritmo sia oramai necessario adottare anche una modalità di lettura delle immagini in rapporto con l’immaginazione e la memoria collettiva, creando in tal modo un ponte con strati -dell’immagine, del reale e della memoria- più complessi e in costante tensione. Il contrario della linearità e dell’appiattimento offerto dalla promessa di un infinito e algido empowerment digitale -non più un articolato processo, piuttosto banale e servile addestramento.

Nel dialogo con le fotografie operato dalla madre, vediamo in atto in L’uomo più bello del mondo una triplice e singolare modalità: afferrare il senso di una realtà sfuggente e rimossa mediante il ricordare e analizzare criticamente il contesto che ha influenzato la storia di formazione di Michele; usare dei riferimenti dell’estetica – Roland Barthes e anche Aby Warburg – per individuare il significato non solo storico di una immagine, ma anche il suo punctum, come dice la stessa donna al figlio che la interroga, indicando come nel gesto di protezione verso Michele, implicito in una delle 25 fotografie, ci sia il tratto che punge, il senso da far riemergere – l’affetto più proprio alla vita sofferente di Michele; e infine il percepire come la sola ragione non basti per liberare e aprire l’immagine allo sguardo, essendo necessario arrivare a farsi guardare dall’alterità della realtà (e della vita di Michele) espressa nella fotografia, smarginamento sempre spaesante e mai del tutto assimilabile.
Tra memoria familiare, immagini d’archivio e intelligenza artificiale, L’uomo più bello del mondo sembra allora suggerire come i processi di comprensione, con cui attuare letture inedite e spesso censurate, e quelli di autenticazione, con cui dare senso immaginativo alle immagini, non possano fare a meno dell’interpretazione e del ricordo che resistono, con postura critica e insieme anche ferina, all’appropriazione asettica e diretta all’utile da parte di tutto ciò che ruota intorno al marketing della comunicazione.
Il riuso creativo delle immagini coincide, in questo senso, con la delicatezza e l’abisso di ciò che, negli strappi del quadro nel quadro, residua e resiste della vita di Michele.
L’uomo più bello del mondo – Regia e montaggio: Paolo Baiguera; mix audio: Marco Falloni, Marta Billingsley; produzione: Il Varco, Ring Film, 5e6 film; origine: Italia, 2026; durata: 18 minuti.
