4° UnArchive Found Footage Fest (Roma, 26-31 maggio 2026): Sawyer Avenue, Sunday Afternoon di Bill Morrison (Vincitore ex-equo Concorso short)

Sawyer Avenue, Sunday Afternoon. Voto **** – Con una forma insieme immersiva e decostruttiva il  cineasta americano mette al centro di questo suo ultimo cortometraggio, con grande rigore, una riflessione sulla violenza dilagante negli Stati Uniti e sulla menzogna di stato. 

Sawyer Avenue, Sunday Afternoon

In Concorso a Unarchive FF, Bill Morrison ha presentato una forma avanzata rispetto a quella circolata finora di Sawyer Avenue, Sunday Afternoon, e quindi la proiezione romana è da considerarsi come una effettiva Premiere internazionale. In questo nuovo lavoro si riprende il discorso iniziato con il corto documentario Incident (2023), pluripremiato e candidato all’Oscar lo scorso anno. In una forma insieme immersiva e decostruttiva, il cineasta di Chicago mette infatti al centro, e con grande rigore, una riflessione sulla violenza dilagante negli Stati Uniti e sulla menzogna di stato – viatico per oscurarla o per raccontarla come fosse un aberrante esempio da seguire.

Con l’urlo fascista “Migra! Migra! ICE is here!”, e con la soggettiva di uomini armati che percepiamo sentirsi in guerra, il cui oggetto della visione è l’arresto del primo migrante capitatogli davanti, inizia infatti il potente lavoro di Morrison. Una calata, appunto immersiva, nell’inferno urbano creato da un potere dispotico e sadico, la cui forma autoreferenziale e paranoica, ben veicolata dalla soggettiva che proietta i propri incubi sulla realtà, è quella di immagini fuoriuscite dalle bodycam in dotazione ai membri dell’ICE.

Sawyer Avenue, Sunday Afternoon intreccia dunque filmati delle telecamere indossate dagli agenti della polizia di frontiera (ma non dimentichiamo che l’ICE è un ordine creato fuori da ogni istituzione democratica costituita) a guisa di protesi panottiche o profezie self-fulfilling, a video girati con i cellulari dai residenti per testimoniare e autenticare la storia della resistenza agli arresti senza mandato occorsi nelle strade di Chicago nel 2025, durante l’operazione ICE “Midway Blitz”. In questo modo Morrison, in collaborazione con il produttore Jamie Kalven e con la giornalista investigativa Marìa Inés Zamudio, assembla un esemplare atto di accusa contro l’ascesa dello squadrismo fascista in America -”questo è il fascismo in America, gente!”, grida con esasperazione un residente e attivista.

“Colpire i migranti” diventa la missione degli agenti catturata dai video. Una violenza indiscriminata e performante creata ad hoc per produrre, con un’accelerazione impressionante, una situazione reale (di caos e violenza), che non esisteva prima. Ma ironia della sorte saranno quelle stesse immagini registrate con le bodycam, e volontariamente prodotte in giudizio dagli agenti a loro discolpa, a incriminarli davanti alla Corte.

Bill Morrison, con la consueta cura per le immagini – una messa in opera che guarda tanto alla portata politica quanto a quella estetologica -, da una parte smonta e rimonta i video dividendoli in quattro schermi, con un uso dello split screen diretto a decostruire l’unità dell’immagine e del punto di vista, e a creare spaesamento e autonomia di giudizio in chi guarda; dall’altra arriva a tessere una drammaturgia con cui legare insieme immagini che altrimenti sarebbero rimaste dei frammenti da “compulsare”, senza discrezione, sui social media.

In questo modo, se inizialmente si esce disturbati e perturbati dalla visione di Sawyer Avenue, Sunday Afternoon – su una contemporaneità horribilis colta in flagrante-, al tempo stesso la forma scelta dall’autore, la sua relazionalità, ci trasmette la necessità (e la libertà) di assumere un posizionamento. La regia convoca infatti chi guarda a porsi una domanda sul punto di vista e sul senso di responsabilità – mai irrelato ma attraversato dai legami e dai campi di tensione che animano, in modo intersezionale, il sociale e ogni comunità. Ed è proprio nel rapporto con l’impunità, alla base di ogni deriva fascista, che Morrison, con un serio lavoro sulle immagini, in gran parte provenienti dal web ma anche da una raccolta porta a porta fatta tra i residenti, riesce a collocare “la responsabilità individuale di questi agenti”, come ha raccontato lo stesso regista nell’incontro con il pubblico romano.

“Abbiamo dovuto accoppiare con grande lavoro – continua il filmmaker di Chicago – l’immagine al nome di ogni agente”, nome che durante l’esecuzione della mattanza è infatti rimasto ignoto, così come il volto, coperto da un passamontagna, in quanto il codice d’onore dell’ICE prevede di operare in incognito -”ma non ti vergogni?”, gridano ripetutamente le persone accorse per strada per interporsi all’arresto di un uomo che non aveva fatto niente, se non discostarsi dai canoni (in formato reel) del suprematismo bianco.

In questa ricerca di indizi tesi a ricostruire la realtà, la verità sulle identità degli agenti porterà a una triste scoperta: tutti e dieci hanno infatti nome e cognome di origine ispanica. Da una parte la realtà di una guerra combattuta per interessi non propri, in un conflitto tra poveri eterodiretto altrove. Dall’altra la conferma di come la “verità” di un’immagine trovi corpo, ogni volta, in un processo critico e formale di costruzione in cui ciò che conta è la relazione con altre immagini – con qualcos’altro da sé.


Sawyer Avenue, Sunday Afternoon – Regia e montaggio: Bill Morrison; suono: Bassy Bob Brockman; produzione: Jamie Calven, Bill Morrison, Maria Inés Zamudio; origine: USA, 2026; durata: 18 minuti.               

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