4° UnArchive Found Footage Fest (Roma, 26-31 maggio 2026): Do you love me di Lana Daher (Vincitore dell’UnArchive Award)

Do you love me. Voto **** Un grande viaggio avviato portando con sé oltre ventimila immagini d’archivio da film, televisione, video amatoriali e album fotografici, per costruire, al di là della costellazione personale, il dispositivo per una memoria audiovisiva del martoriato Libano contemporaneo.

Oltre la testimonianza della forza e del coraggio di chi resiste alla distruzione reiterata e sistematica del Libano organizzata altrove, Do you love me della giovanissima Lara Daher, è stato meritatamente premiato con l’UnArchive Award, dopo essere passato in anteprima alle scorse Giornate degli Autori veneziane. Il film frutto di un enorme lavoro di ricerca d’archivio e di cucitura delle immagini (il riuso creativo suggerito dal Festival romano) e operando una inedita e ibrida ridefinizione del presente, arriva a creare un effetto di mobilitazione permanente ed eccedente. Un viaggio avviato portando con sé oltre ventimila immagini d’archivio – come ha raccontato la stessa regista in collegamento da Beirut -, provenienti da film, televisione, video amatoriali e album fotografici, in quella che da costellazione personale riesce a farsi, altresì, dispositivo per una memoria audiovisiva del Libano – un paese ancora oggi privo di un archivio nazionale dell’audiovisivo.

La maestria e l’energia liberate da questo importante lavoro sembrano restituire, anzitutto, un gesto implicato in un “di più” (di reale? di poetica? di fiducia?) con cui tentare di legare insieme lo spazio per la differenza, i tempi della memoria e l’incontro con le immagini. L’immagine nasce, infatti, dal contatto con la realtà e con la risemantizzazione intessuta dal rapporto, intrecciato nel tempo, con altre immagini, suggerendo in tal modo una forma attiva e un modo inventivo di stare al mondo – una nuova nascita, un evento. In questi modi di relazionarsi al mondo e alle immagini, Daher non ha timore di sperimentarsi con formati audiovisivi diversi e anche contraddittori, in assonanza con la stratificazione e i tagli che formano la memoria collettiva e in contatto con il proprio desiderio di filmmaker – splendidi ed eloquenti, in tal senso, l’inizio e la fine di Do you love me (due topoi rispettati nei grandi film). 

Sappiamo come il Libano, a lungo polveriera di conflitti regionali e secolari, sia un paese che vive da decenni sotto assedio. Fuori da ogni presidio democratico rispetto agli attacchi (diretti o mascherati) di Israele e Stati Uniti, esito di una strategia tesa a destabilizzare l’intera zona mediorientale, la reiterazione dei bombardamenti sull’area metropolitana di Beirut, dove si concentra quasi tutta la popolazione libanese, in un paese lungo circa 300 km e con poco più di sei milioni di abitanti, è una guerra che si combatte sui corpi, le abitazioni e la libertà dei libanesi. Soltanto nella giornata di domenica 31 maggio l’esercito israeliano – in una guerra sempre più “totale”-  ha emesso un nuovo ordine di espulsione di massa degli abitanti di una zona nel sud del paese, dopo aver ridotto in macerie il Castello di Beaufort, luogo di resistenza simbolica oltre che presidio strategico.

Do you love me

Si tratta, quindi, della distruzione degli spazi privati e pubblici al fine di impedire che possa organizzarsi il dissenso e che possa ancora immaginarsi l’ipotesi di vivere una vita effettivamente activa -un’ipotesi che implica la possibilità di affermare diritti tanto quanto quella di camminare liberamente per la strada e di non rischiare di perdere, sotto le bombe, anche il proprio lavoro. Perché come mostra, e magnificamente, Do you love me, i corpi in mezzo alle strade persistono così come resiste il desiderio e il tentativo di abitare lo spazio, non rinunciando a reclamarlo e a rivendicarne il diritto – che ne include anche il significato simbolico – ad “occuparlo”, con pratiche e immagini che siano vettori di crisi, di sottrazioni dall’immagine-spazio satura, e diretta a confermare lo strapotere, e di rivoluzioni – ma senza l’esito di un nuovo ordine.

Come forse accade anche con alcuni lavori dell’artista Maria Lai (1919-2013), caratterizzati da una pratica in cui cucire, legare e tessere insieme materiali li fa diventare non tanto strumenti per le opere, quanto piuttosto azioni “attuali” e simboliche con cui attivare slittamenti di senso e radicare un modo immanente di aprirsi al mondo, di abitare l’intervallo tra visibile e invisibile. ”Legarsi alla montagna” è stato un evento con cui Lai, nel 1981, insieme alla comunità degli abitanti, ha legato insieme le case di Ulassai, arroccate nell’entroterra sardo, con una struttura leggera, filamenta d’ali il cui battito ritroviamo anche in molte immagini di Do you love me.

Perché è forse proprio il ricucire il dolore e il tessere il desiderio il tratto che potrebbe accomunare artiste così diverse per generazioni e psicogeografie. Soggettività situate in luoghi marginali o marginalizzati, che abitando il mondo con passo minoritario, relazionale e inventivo, arrivano a sabotare la colonizzazione dello spazio e degli immaginari in atto.

Un tipo di sensibilità, questa, che probabilmente prevede la non dismissione di un certo modo di stare accanto, con cura, al reale e alle immagini. E un modo, ancora, con cui non reprimere sia la tentazione di gridare sia il desiderio di ricucire e rinnovare lo spazio della fiducia – rivolto al dare vita a qualcosa di nuovo e di più giusto.

Infine: grande attenzione viene riservata al sonoro. Rinunciando al puntello del voice over, Daher tratta il suono in modo tale da non farne assimilazione o sottofondo per le immagini, in movimento o fisse, preferendo operare per dissociazione e assemblaggio di paesaggi musicali e acustici, e in stretto rapporto con una scrittura sonora del suo film tesa ad evocare memoria, archiviazione, segni imprevisti e presenze fantasmatiche.


Do you love me – Regia: Lana Daher; sceneggiatura: Lana Daher e Qutaiba Barhamji; montaggio: Qutaiba Barhamji; suono: Pierre Armand; produzione per l’archivio: Denis Liakhov e Lana Daher; color: Alexis Lambotte; produzione: Films de Force Majeure, My Little Films; origine: Francia/ Libano/ Germania/ Qatar, 2025; durata: 75 minuti.

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