The Big Chief . Voto ****. Il polacco Tomasz Wolski ricostruisce l’incredibile vicenda umana e politica di Leopold Tepper, il grande capo dell’ “Orchestra rossa”, una delle più importanti e decisive reti spionistiche antinaziste, amplificando il portato di ambiguità del materiale di repertorio che lo riguarda, tra l’autentica necessità di (ri) trovare un luogo da chiamare casa e lo spiazzamento millantatore di una continua messa in scena di se stesso.
La quantità di archivi audiovisivi ai quali poter attingere per ricostruire la storia anche di un solo personaggio non riesce talvolta a risolvere l’enigma che ruota intorno al soggetto che si vuole raccontare, in particolare quando il quesito riguarda la spinosa questione dell’identità? Tomasz Wolski è un cineasta polacco che continua a valorizzare la ricchezza di prospettive storiche, politiche e narrative contenute nei filmati d’archivio per scavare dentro le fratture e i paradossi della storia del proprio paese (lo scorso anno era in Concorso sempre all’UnArchive con A Year in the Life of a Country); in questo nuovo The Big Chief si mette sulle tracce di una figura controversa e difficilmente incasellabile, almeno secondo gli stretti dettami di un racconto autobiografico che vada avanti per ordine cronologico e fatti consequenziali. Non sarebbe stato possibile evidentemente mantenere un controllo così lineare sulla vita e sull’attività di Leopold Tepper, l’organizzatore principale e il direttore de l’“Orchestra Rossa”, una delle più importanti e decisive reti spionistiche antinaziste, che ha abitato, anche simultaneamente, così tante posizioni e così tanti ruoli tali da auto mistificare il senso della propria stessa presenza in quella parte di mondo e di Storia.

La scelta di Wolski in The Big Chief è quella invece di seguirne i nomadi andirivieni spazio-temporali tra la sua terra di nascita, lui ebreo nato in Polonia, le basi strategiche del suo operato come spia in Francia e in Belgio, il periodo della prigionia come dissidente in Russia, l’esilio in Danimarca fino al forzato esodo in Israele ripopolato dagli estremismi del sionismo. C’è poi Il controcampo amareggiato e sarcastico rispetto all’incastrarsi degli eventi in un continuo prima e dopo, tra i quali lo spartiacque segnato dal termine della scarcerazione dopo la condanna come traditore inflittagli dai sovietici e dal suo temporaneo ritorno in Polonia; un insondabile ambivalenza racchiusa nei volti di Tepper, impenetrabile in un’espressione di obliquo e accennato sorriso e in una pratica reiterata di narratore di sé stesso talmente ben scandito e affabile da rasentare la neutralità, e in quello della moglie, le cui apparizioni prestate al suo fianco e alla sua ombra sono altrettanto mellifluamente gioconde ma rigorosamente in silenzio. La panoramica sulle grandi fasi di almeno quarant’anni di avvenimenti e di epoche è costruita dal regista/ricercatore d’archivio /montatore con una capacità di mantenere la specificità linguistica e il portato estetico di ogni archivio tra i molteplici di varie fonti, nazionalità e origini, stabilendo al tempo stesso, attraverso il ritmo serrato e dinamico di un montaggio quantomai ejzenstejniamente delle attrazioni.
E lo scopo non sembra essere quello di voler mettere sullo stesso piano i vari scenari del totalitarismo, tra le due teste monumentali di Stalin e Hitler decapitate e distrutte a colpi di mazza, che hanno gettato l’imperturbabile Tepper, dietro le sue ostentante convinzioni, sull’abisso, più identitario che esistenziale, di un pirandelliano uno, nessuno e centomila. Uno stato personale, privato dello stato nazione, che avrebbe potuto essere rivisitato anche dalla scrittura dell’assurdo di un autore come Stanislaw Lec, che proprio contro le multiformi espressioni dell’autoritarismo e del totalitarismo ha rivolto i propri versi e aforismi più dissacranti.
Il punto focale, per quanto questo aggettivo in particolare sia un paradosso dentro il paradosso per trovare le parole giuste a proposito di un film come The Big Chief che è il continuo tentativo di messa a fuoco di un personaggio ineffabile, è la restituzione di un processo di frammentazione di un soggetto apparentemente forte e strutturato, come richiama apertamente il magniloquente eppure conciso titolo. Il corpo a corpo materico, spesso al centro del ritrovamento e della ricomposizione del found footage, alterna il campo esteso degli accadimenti più salienti, tragici, perfino scioccanti dell’ ultima fase della Seconda Guerra mondiale (incluse le immagini di fucilazioni frontali riprese dalla preparazione fino all’esecuzione) e il loro infrangersi contro il muro di parole, manipolazioni, tesi a favore e contrarie, celebrazioni e accuse generate mediaticamente dall’affaire Tepper, con l’inserimento, già sperimentato da Wolksi in forma più corale nel suo precedente lavoro, dei fuori scena prima delle interviste rilasciate alla tv polacca, in testa e in coda ad ogni ciak. Una sorta di zona di sospensione del principio d’incredulità da parte dello spettatore (con un riferimento più ampio alle distorsioni messe in atto dalle narrazioni televisive), l’intercapedine dove si annidano l’inizio e poi la ramificazione dei potenziali sviluppi di una biografia, disarticolata in digressioni antecedenti e posteriori. Di fronte al moloch unitario della versione ufficiale, il grande capo Leopold si rivela anche nella sua patetica uniforme di (aspirante) borghese piccolo piccolo che vorrebbe solo identificare un luogo da chiamare casa sulla mappatura ridisegnata in confini e in accessi dell’Europa post conflitto mondiale.

Nei falsi movimenti di un orientamento da ristabilire dopo gli strattonamenti da una parte e dall’altra (la Gestapo, i comunisti, il sionismo), la traiettoria di Tepper si incrocia simbolicamente con quella di Salomon Perel, altro esule cosmopolita e vagante per regimi e meglio gioventù, con la compagnia del proprio motto declinato al singolare di un’invocazione, voglio vivere; un viaggio con destinazione finale, anche per lui, sulle sponde di Israele.
Le sue memorie scritte e pubblicate, talmente inverosimili da superare l’immaginazione e risultare infine plausibili, sono state trasposte cinematograficamente nel 1990 da Agnieszka Holland in un film (Europa, Europa), che vi ha applicato quel menzionato spirito polacco dell’assurdo al pari della lucida, beffarda osservazione di un retaggio tutto umano e culturale, tra famelico istinto di sopravvivenza e spregiudicata appropriazione di denominazioni e di vissuti. Dietro la struttura del mascheramento, e della messa in scena di sé come maniera principale di stare nel mondo, da parte dell’impostore multi-faccia, Tepper mostra però inoltre, per interposta la selezione degli spezzoni di repertorio operata da Wolski soprattutto nella parte conclusiva di The Big Chief , un’ambiguità chiaroscurale di solitudine e rimpianto. La sua grande illusione, l’aver creduto nel socialismo in quanto strumento applicato per eliminare definitivamente l’antisemitismo in Europa (senza lasciarne il carico alle derive agghiaccianti e disumane a cui sarebbe arrivato poi l’attuale oltranzismo sionista), salvo poi ritrovarsi persona non grata dal sistema che aveva contribuito a difendere e a liberare. Non si tratta comunque di un’esplicazione esaustiva del significato delle sue gesta e dei suoi comportamenti; di nuovo non c’è riducibilità ad un modello compatto e unitario.
L’epilogo della struttura tripartita di The Big Chief è così un crescendo, un incalzare, un esigere da parte degli interlocutori mediatici la verità, o il suo plausibile surrogato, mentre le risposte evasive, incomplete, rimbalzanti tra uno studio televisivo e l’altro, offerte da Tepper ne sono la partitura incompiuta; le rutilante note a piè pagina, e in meccanismo da matrioska, del concentrico sgretolamento a cui è condannata qualsiasi pretesa di comprendere in via definitiva chi eravamo e cosa siamo diventati.
The Big Chief (Wielki Szef) – Regia, sceneggiatura, fotografia e montaggio: Tomasz Wolski; produzione e distribuzione: Kijora Film; origine: Polonia, 2025; durata: 85 minuti.
