Solo un paio di settimane fa si è avuta l’occasione di recensire il documentario Vitti d’arte, Vitti d’amore (https://close-up.info/vitti-darte-vitti-damore-di/) dedicato a Monica Vitti. E adesso, a breve distanza, è un’altra grande donna italiana stavolta appartenente al mondo della musica a trovarsi al centro di un documentario biografico, un documentario forse più tradizionale ma più ricco, un documentario che segue in modo piuttosto rigoroso ma non meccanico, l’evoluzione della biografia della protagonista. Si tratta di Caterina Caselli -Una vita, cento vite, diretto da Renato De Maria. C’è qualcosa che vagamente accomuna Caterina Caselli e Monica Vitti. Ovvero una grande “frattura” che spacca in due le loro vite, nel caso di Monica Vitti è la sua prematura scomparsa dalle scene dovuta alla malattia, nel caso di Caterina Caselli è proprio l’abbandono delle scene, dopo essersi sposata con Piero Sugar, il figlio di Ladislao, fondatore dell’omonima casa discografica, poi CGD e in seguito suo erede. Dopo il matrimonio Caterina diventa ben presto madre e decide di passare dall’altra parte della barricata, di divenire cioè produttrice discografica, dedicandosi, di fatto, alla scoperta di nuovi talenti. Dunque il film è sostanzialmente diviso in due, forse le vite in questione non sono cento (“una vita, cento vite” è il celebre verso di una celebre canzone ovvero Cento giorni, cantato nel 1966, quando Caterina aveva vent’anni) ma almeno due, o se vogliamo includere anche i pochi e densi racconti dedicati all’infanzia e all’adolescenza, segnati da povertà e dalla precoce scomparsa del padre affetto da depressione, diciamo tre.
Caterina Caselli fu un fenomeno assolutamente innovativo della musica leggera della seconda metà degli anni ’60, decisamente originale, priva dell’ambiguità vagamente allusiva di Patty Pravo, delle precoci allures da diva di Mina, dell’androginia di Rita Pavone, lontana anni luce dal modello canoro tradizionale incarnato da Orietta Berti, da Iva Zanicchi o anche da Gigliola Cinquetti. La ragazza dal casco d’oro, protagonista anche di alcuni musicarelli, fu la titolare di un modello di femminilità qua e là, anche lei, un po’ androgina, molto verace, molto padana, già (prima del Sessantotto) ribelle e alternativa, in grado di contendere i massimi allori (Sanremo, Canzonissima, Cantagiro, Disco per l’Estate, Festivalbar) ai maschi che godevano a tutti gli effetti dell’egemonia mediatica, che si chiamassero Gianni Morandi, Adriano Celentano, Massimo Ranieri. La sua parabola fu assolutamente fulminante, in pochi anni riuscì ad assurgere alle massime vette, al punto da vedersi assegnare programmi televisivi, come quello condotto con Giorgio Gaber intitolato Diamoci del tu, di cui di recente, in occasione della morte di Franco Battiato, si è rivista la celeberrima puntata in cui i due si fanno mallevadori di due nuovi talenti: Gaber che presenta, appunto, Franco Battiato, e Caselli che presenta Francesco Guccini (infatti Francesco Battiato venne ribattezzato in quell’occasione Franco, perché quella sera non potevano esserci due esordienti che si chiamavano entrambi Francesco). E poi Caterina Caselli che canta Insieme a te non ci sto più di Paolo Conte. Insomma, scusate se è poco.
Poi, appunto, lo stacco, anche nel look, la ragazza dal casco d’oro, si trasforma, i capelli si allungano, Caterina s’ingentilisce, se vogliamo s’imborghesisce e si dedica da un lato a portare alla propria casa discografica cantanti già affermati come Celentano, dall’altra promuove il passaggio di Conte da musicista/paroliere a cantautore a tutti gli effetti (e che cantautore!, talmente grandioso che la parola cantautore sembra limitativa, chansonnier dunque), e infine si mette a cercare talenti: da Pierangelo Bertoli a Zucchero, da Andrea Bocelli a Elisa, passando addirittura anche per gli Area di Demetrio Stratos e altri cantanti minori.
A voler essere precisi: talvolta uno si chiede che cosa c’entri Demetrio Stratos con Bertoli o con Bocelli, a parte le fasi diverse della musica italiana in cui essi compaiono in scena e vengono promossi dalla, per tanti aspetti, geniale produttrice. In sostanza si fa fatica a immaginare una linea musicale, una linea estetica di cui Caterina Caselli si sarebbe fatta promotrice, se non quella che auspica sempre e comunque il successo, che non è necessariamente un valore (si vedano anche le Notti magiche con Giorgio Moroder e Gianna Nannini e Edoardo Bennato o anche Si può dare di più con Gianni Morandi, Enrico Ruggeri e Umberto Tozzi – tutta roba prodotta da Caterina!)
Sul piano squisitamente documentario, il film di De Maria è molto tradizionale: moltissime inquadrature della stessa Caselli (elegantissima), interviste con suoi colleghi come Conte e Guccini, qualcosina con il figlio e poco altro. Ma vedere/ascoltare e per i meno giovani rivedere/riascoltare le canzoni di Caterina è una grandissima gioia.
In sala il 13, 14, 15 dicembre
Cast&Credits
Caterina Caselli -Una vita, cento vite; Regia: Renato De Maria; sceneggiatura: Renato De Maria, Pasquale Plastino; fotografia: Gian Filippo Corticelli; montaggio: Clelio Benevento; interpreti: Caterina Caselli, Filippo Sugar, Francesco Guccini, Paolo Conte; produzione: Sugar Play in collaborazione con Rai Cinema; origine: 2021 Italia; durata: 96′
