Festival di Cannes (13 maggio-24 maggio 2025): Once Upon a Time in Gaza di Arab e Tarzan Nasser (Un certain regard – Premio migliore Regia)

Se Quentin Tarantino ha dedicato a Hollywood il suo personale C’era una volta…, trasfigurando e ribaltando  in fiaba iperrealista la terribile uccisione di Sharon Tate , i fratelli palestinesi  Arab e Tarzan Nasser scelgono quello stesso incipit per raccontare, con la tonalità di una commedia noir, la ben più problematica e mai così perennemente attuale e apocalittica situazione di Gaza: ma Once Upon a Time in Gaza, appunto, non è un  film sull’attualità che prende di petto direttamente i fatti di disumanità e il sistematico sterminio della popolazione  messi in atto da parte del governo israeliano negli ultimi, convulsi mesi; il senso dell’operazione compiuta dai Nasser sta proprio nel diritto di raccontare, all’interno di un territorio polveriera come quello, una storia di amicale solidarietà e di vendetta, con tanto di venature affettuose ed ironiche. I due protagonisti sembrano infatti all’inizio degli epigoni contemporanei e mediorientali dei classici Stanlio e Olio: Osama, corpulento e  piuttosto scorbutico tassista dalla parlantina veloce e decisa, e il suo compare Yaha, allampanato, mite e silenzioso gestore di un fast food che vende falafel e kebab. Per sbancare il lunario vendono psicofarmaci nascosti dentro i panini, finché un corrotto poliziotto antidroga non li scopre e, non potendo piegare l’orgoglioso Osama con il ricatto, lo uccide sotto gli occhi di un terrorizzato Yaha, nascosto durante quella sommaria esecuzione dietro l’anta di un mobile del suo piccolo chiosco. Si tratta di una svolta improvvisa e spiazzante, perché fino a quel momento avevamo assistito a una sorta di buddy movie ( film con al centro un’amicizia tra uomini)  con in sottofondo il clima di tensione, di minaccia e di precarietà nella Gaza del 2007, periodo nel quale è ambientata la prima trance della storia.

Un contrasto tra il primo piano di una minimalista vicenda di outsiders e lo sfondo dell’immanente distruzione che rischia di irritare, soprattutto per il carico di immagini devastanti e di devastazione che in questo preciso momento qualsiasi spettatore si metta a vedere una storia ambientata in quei luoghi porta con sé, nella propria coscienza e nel proprio cuore.

L’evoluzione invece, che scioglie anche il senso della prima sequenza nella quale si annuncia un action movie sulla resistenza palestinese, allarga il respiro e lo fa incrociare con la trama portante. Yaha, dilaniato e scavato dalla perdita dell’adorato Osama avvenuta anni prima , viene notato in un bar da un regista che sta per realizzare un film sui combattenti martiri per la liberazione della Palestina e che, colpito dalla sua somiglianza fisica con un eroico leader della guerra, lo scrittura senza neanche indagare troppo sul fatto che sappia recitare o meno. Entriamo cosi nel meccanismo meta cinematografico del film nel film: sarà infatti proprio su un set che si consumerà l’incontro tra l’assassino di Osama, che nel frattempo, con  l’avvento di Hamas, ha fatto carriera con i suoi metodi spregiudicati e spietati, e Yaha il quale a sua volta, proprio interpretando la parte di un soldato, acquisisce sicurezza e determinazione, anche nel maneggiare vere armi da fuoco (visto che il budget non permette di acquistarne di finte e che in uno scenario come quello è più facile procurarsene di autentiche…). Il cambio di registro, per essere pienamente giustificato e compreso, richiedeva probabilmente un respiro più lungo nella durata dei 90 minuti effettivi duranti i quali avviene il passaggio dalla commedia al dramma, dalla rappresentazione di un paese che cerca l’orgoglio e la forza di celebrarsi allo sguardo di un individuo che vuole la vendetta privata, anche efferata, come surrogato di una giustizia sociale impraticabile, sviata da altre ragioni e preoccupazioni. La questione etica emerge infatti significativa dalle macerie ibridate del genere cinematografico: in un luogo oppresso e dilaniato dall’arbitrarietà minacciosa di un regime straniero, può esistere ancora un’attenzione e un rispetto dell’ equità e del diritto nei processi interni, oppure la marzialità dello stato di guerra ha messo qualsiasi aspetto della società  in un perenne stand-by, afflitto dalla contingente necessità di riconoscersi in un nazionalismo senza se e senza ma?.

La risoluzione di una spaccatura interna cosi dolorosa va ricercata, secondo i Nasser, nelle relazioni tra persone, nell’empatia e nel reciproco sostengo che ancora riescono ad offrirsi nel corso di una quotidianità da salvaguardare.

Se la vicenda comincia in un momento storico in cui i lampi improvvisi  delle esplosioni e dei bombardamenti sono ancora percepibili ad una preoccupante distanza ravvicinata e continua sotto l’annuncio della stretta sempre più serrata e brutale di Netanyahu, lo sfaldamento del tessuto umano e civile nelle sue manifestazioni più basiche è una conseguenza neanche tanto indiretta di una condizione strutturale di precarietà e sopravvivenza. La finzione narrativa diventa lo scarto di cortocircuito che capovolge ruoli e aspettative, immagine pubblica e sostanza privata, con gli assassini e i corrotti che vengono eretti tutori della legge e della moralità alla luce del giorno e i martiri eroi, anzi più precisamente coloro che li interpretano, ricacciati nell’oscurità di giustizieri della notte. A un certo punto ci si chiede anche se non si sia assistito al gioco di specchi di una storia nella storia, se la cornice meta non fosse allargata agli screzi dolceamari tra Yaha e Osama, con l’immaginario rappresentativo che si riappropria completamente di uno spazio abitato dalle conseguenze di una realtà tragica.

Suggestioni che non vanno oltre comunque il suscitare l’ interesse speculativo su possibili altre forme espressive, lasciando in sospeso un aggancio più verticale con il contesto cosi infuocato dove una simile riflessione ha l’ambizione di essere affrontata ed elaborata. Ma forse, ora come ora, un film come questo non può apparire nient’altro che un divertissement macabro che riesce a dire qualcosa di molto preoccupante, in una prospettiva futura e non immediata. Ci saranno ancora storie da raccontare, una volta calato il cessate il fuoco su questa distruzione globale ? Perché l’ipotesi più aberrante, l’appendice eticamente più preoccupante, è che anche i modi di raccontare siano colonizzati da un’ occupazione, e che quello che rimane di Gaza sia riportato nell’aggiunta inquietante di una desinenza, profetizzata dal regista del film nel film. Allora la mimesi sarà completata…C’era una volta a Gaza (wood).


Kana yama kan fi Ghazza (Once Upon a Time in Gaza)  Regia e sceneggiatura: Arab Nasser, Tarzan Nasser; musica: Amine Bouhafa; interpreti: Nader Abd Alhay, Majd Edi, Ramzi Maqdisi, Said Saad, Is’haq Elias; produzione: Rashid Abdelhamid, Rani Massalha, Marie Legrand, Muriel Merlin; origine: Palestina, 2025; durata: 127’ minuti.

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