Aya (Fatma Sfar) ha quasi trent’anni, vive a Tozeur con i genitori, lavora in un albergo dove è l’amante del suo capo. Non sorride mai, è efficiente, lavoratrice, porta a casa i soldi mantenendo la famiglia. Non si lamenta, è taciturna, in disparte. Un minivan la conduce quotidianamente dalla città all’hotel lungo una strada panoramica tra gole desertiche insieme ad altre persone che prendono servizio lì, come lei. Ha una routine fissa, triste e solitaria. Dopo un litigio con l’uomo sposato (Non lascerai mai tua moglie! Non ti ho mai promesso niente, perché non puoi essere felice così?) sulla via del ritorno il minivan ha un incidente, dopo vari ribaltamenti finisce nel burrone ed esplode. Aya si salva riuscendo a sguisciare fuori. È ferita, tumefatta, sanguinante ma è viva. All’arrivo dei soccorsi qualcosa si muove dentro di lei e le fa capire che una sua finta morte potrebbe essere l’occasione di salvarsi la vita. Di nascosto si reca all’albergo, ruba dalla cassaforte una somma considerevole e fugge a Tunisi dove nessuno la conosce.
Aya si scioglie i capelli e affronta la capitale. Cerca una stanza dove vivere attraverso gli annunci sul giornale, visita qualche appartamento e, alla fine, va a vivere con Lobna (Yasmine Dimassi), una dottoranda in materie umanistiche che non le chiede contratto né documento di identità, le si presenta come Amira. La ragazza è una studentessa vivace che la coinvolge subito nella sua vita sociale, la presenta a una coppia di uomini facoltosi (probabilmente loschi) con cui le due vanno a bere nei locali, vive la vacanza tanto desiderata, come ha dichiarato alla nuova amica. Diventando Amira però Aya assume connotati fittizi, indossa i panni di un’altra, si muove e agisce fuori sincrono con chi le sta attorno. Una sera le due ragazze vanno in discoteca con Rafik Sabbagh e un suo amico, con cui diventano coppia fissa. Durante la serata, abbigliata in maniera sexy, minigonna sulle gambe magre e slanciate, viene approcciata dagli sguardi di un ragazzo che sta festeggiando un compleanno. Lobna glielo fa notare, lei minimizza. Il gruppo del ragazzo lo incoraggia a farsi avanti. Sulle note di una musica dance, senza che il ragazzo l’abbia mai davvero molestata, si scatena una rissa tra i due accompagnatori di Amira e Lobna e il gruppo del ragazzo. Frastuono, fuggi fuggi, Amira cerca di andar via prima dell’arrivo della polizia – lei non ha documenti – ma non riesce. Prima di essere separati Rafik, il suo accompagnatore, le intima di mentire: lei è stata fisicamente aggredita. Se non facesse così la accuserebbero di essere stata lei a incoraggiarlo, di adescamento, di prostituzione. In centrale Amira confermare la sua – falsa – testimonianza, seppur con sensi di colpa e grande paura quando scopre che il ragazzo è stato ammazzato. Lei è la principale testimone, colei che scagiona la polizia, invece coinvolta nei fatti con due guardie presenti insieme agli addetti alla sicurezza.

La società tunisina non ha a cuore i diritti delle donne: vige un’autorità familiare in cui sessismo e misoginia sono primari al posto del rispetto della persona e la ricerca della libertà. La corruzione e oppressione della polizia è ben descritta nel personaggio del poliziotto Farès Talbi (Nidhal Saad) combattuto tra bene e male.
Film di denuncia attraverso una storia lineare, certamente a tesi ma che arriva dritta al punto, inesorabilmente, senza dare allo spettatore un momento di sollievo. Si cade sempre più giù, un guaio tira l’altro, è un turbine, una voragine abissale che attira tutto nel suo fondo più profondo.
Il vice tenente Farès, che ha un trauma simile nel suo passato, è un personaggio cruciale per il dipanarsi della trama. Le donne sono tratteggiate con cura nella doppia declinazione di donna corrotta dalla modernità o inamovibile da millenni di cultura di sottomissione femminile e donna buona, che si è ribellata al marito violento ma ha ritrovato i binari anche da mamma single lavoratrice – ha un forno davanti alla casa delle due ragazze – accogliente e generosa: Sei la mamma che avrei sempre voluto le dice Amira abbracciandola.
Il male però è insidioso, si nasconde per non farsi beccare, dietro una parola gentile può venire fuori quando meno te lo aspetti. Aya-Amira è sospettosa, sul chi va là eppure ogni volta sembra tutto andare ancora peggio, la situazione aggravarsi, la sua posizione sdrucciolevole: l’intelligenza, la forza di andare avanti, la pervicacia non sembrano portarla da nessuna parte. Sola, fuori legge, dopo ogni sventura rasa a zero come un foglio bianco su cui vergare la prima parola (o un nuovo nome), la protagonista di questa storia cruda e disperante non intende cedere: ha troppa dignità per piegarsi, anche senza armi è forte, una furia di dimensioni ridotte, dai capelli morbidi e sensuali, dal corpo sinuoso fatto per la danza (che attua solo in una scena allucinata in discoteca). Intenso.
In Anteprima al Concorso della Sezione “Orizzonti” Festival di Venezia 2024 e al MedFilm Festival – XXX Edizione (Roma 7-17 novembre 2024).
In sala dal 24 luglio 2025.
Aïcha – Regia: Mehdi Barsaoui; sceneggiatura: Mehdi Barsaoui; fotografia: Antoine Héberlé; montaggio: Camille Toubkis; musica: Amine Bouhafa; interpreti: Fatma Sfar, Nidhal Saadi, Yasmine Dimassi, Hela Ayed; produzione: Cinetelefilms, Dolce Vita Films, Dorje Films, 13 Prods; origine: Tunisia, Francia, Italia, Arabia Saudita, Qatar; durata: 123 minuti; distribuzione: I Wonder Pictures.
