Sicilia Queer Filmfest XIV° Edizione (Palermo, 25-31 maggio): Un prince di Pierre Creton (Panorama Queer)

Alla scuola di giardinaggio, il professore di botanica Mark Brown, fratello della preside Françoise, spiega durante una lezione l’anatomia della calamaria, particolare pianta proveniente dalla Corsica che cresce in terreni umidi e non regge le aride estati normanne. Eppure, la calamaria spunta dal nulla, nel mezzo del racconto, per il grande stupore di Mark: un’aiuola di calamarie in costante proliferazione cresciuta non nel terreno dove il professore aveva piantato i semi.
La narrazione di Un prince germoglia in luoghi inattesi, lontano dalle direzioni verso cui i tre monologhi in voice-over tentano di dirottarla, sbalordendo con sorprendenti fiori della passione. A complicare ulteriormente la narrazione non è solo che questi monologhi sono sparsi e disseminati nel racconto, espressione del punto di vista di tre dei personaggi principali (Françoise, un altro professore di botanica, Alberto, e l’aspirante giardiniere Pierre-Joseph), né che il voice-over si accordi solo saltuariamente con le immagini, che mostrano perlopiù frangenti di quotidianità e squarci paesaggistici, ma che queste voci, pure piuttosto celebri al pubblico francese e non (rispettivamente Françoise Lebrun, Mathieu Amalric e Grégory Gadebois), non siano radicate al proprio corpo divistico, ma siano prestate a… veri giardinieri!

D’altra parte, lo stesso regista (e attore) del film, Pierre Creton, fa questo di mestiere. Per lui il racconto cinematografico è un atto di resistenza (dalle consuetudini narrative) e di diletto grazie a cui riscoprire la propria quotidianità, il proprio vissuto. Definisce il suo metodo “sur-naturalista”: non è l’esplorazione dello spazio naturalistico che permette di intravvedere il dramma, ma al contrario tutta quella serie di dispositivi narrativi che scavano sul terreno fertile dell’autobiografia per vederla di nuovo germogliare in forme singolari come finzione. Voci rimemoranti solcano la psiche dei personaggi, disseppelliscono verità, che poco però sembrano a che fare con la loro vita, continuamente contraddette, sviate dalle immagini. Piano piano qualcosa inizia a scorgersi, qualche voce fuoriesce dai corpi mostrati, reclamando una propria autonomia, innanzitutto sessuale: Pierre-Joseph ha un rapporto con il cugino macellaio, primo dei tanti suoi amanti che via via si moltiplicheranno come calamarie. Spuntata casualmente all’interno di un aneddoto, l’omosessualità si rende sempre più visibile. Prima isolata in una sperduta baita, finisce per invadere una foresta, una comunità.

La scoperta della passione passa per la re-invenzione del mito, nella riscoperta del suo poterci dilettare con questo: il principe cui fa menzione il titolo sarebbe Kutta, indiano figlio adottivo di Françoise, di apparenti origini nobili. Per la maggior parte del film Kutta rimane solo un soggetto di cui si può solo parlare, senza corpo né godimento. Solo alla fine ci viene rivelato in tutta la sua esotica eroticità, per poi di nuovo sparire, in dissolvenza, tra le piante. Il tempo passa, la natura fa il suo corso, nuovi attori si sostituiscono ai vecchi, tra cui lo stesso Creton che prende il posto di Antoine Pirotte come Pierre-Joseph, tra le coperte di un ménage à trois. Questa fiaba botanica dai fiori sempre diversi, dalle traiettorie di eterogenea specie, potrebbe continuare ad espandersi all’infinito, avviluppando tutto il mondo con i suoi virili germogli. Ma decide piuttosto di palesare la sua radice sciamanica in un ultimo rituale per consacrare la prossimità del proprio vissuto al mondo naturale.


Un prince – Regia: Pierre Creton; sceneggiatura: Pierre Creton, Vincent Barré, Mathilde Girard; fotografia: Antoine Pirotte, Léo Gil-Mena, Pierre Sudre; montaggio: Félix Rehm; musica: Jozef van Wissem; interpreti: Antoine Pirotte, Pierre Creton, Manon Schaap, Vincent Barré, Pierre Barray, Grégory Gadebois, Mathieu Amalric, Françoise Lebrun; produzione: Arnaud Dommerc per Andolfi; origine: Francia, 2023; durata: 82 minuti.

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