37° Trieste Film Festival (16-24 gennaio 2026): ln Hell With Ivo di Kristina Nikolova (Visioni Queer)


Ivo Dimchev, regista teatrale, performer, ballerino, musicista e attivista queer bulgaro, sicuro e a tratti arrogante, ma anche vulnerabile  in maniera talvolta spiazzante, i cui spettacoli provocatori e poliamorosi sono stati recensiti anche da firme cementate del The Guardian e The New Yorker, nel 2020, durante il COVID-19, non riuscendo più a portare in giro per il mondo i propri lavori, nonostante un sistema immunitario compromesso da tempo dalla sieropositività, comincia a tenere concerti gratuiti nelle case delle persone, inclusi i periodi di confinamento. Risponde a centinaia di richieste, oltre 400, il tramite un social media, in un giro nomade che da Sofia e altre città europee lo porta in Sud America e poi addirittura in Asia, passando per una residenza al teatro La Mama di New York, dunque all’interno di una scena pubblica.

Ed è proprio questa pratica creativa sovversiva e insieme di sopravvivenza eccedente che la regista, di origini bulgare, Kristina Nikolova, documentarista con studi alla nota NYU Tish Study of Art, decide di raccontare nel lungometraggio documentario In Hell with Ivo, in anteprima italiana al Trieste Film Festival nella sezione “Visioni Queer”, facendo affidamento appunto, come racconta lei stessa, “a una formazione cinematografica che ha allenato il mio occhio e ha sviluppato il mio senso della storia e del dramma”. Da questo background Nikolova segue Ivo nei suoi luoghi per oltre un anno, trovandosi a dover superare anche i timori, e l’insofferenza, del singolare performer al vedersi ingabbiato nel format di una biografia.

                                 Ivo Dimchev

Ivo Dimchev è il tipico fenomeno che, in un duplice movimento ingovernabile, tende a farsi il regista del film dell’altra e a bucare lo schermo con la sua queerness (stando sul gioco delle maschere bibliche, che pure compongono il milieu del bulgaro Dmichev, a volte a guisa di un angelo della morte, altre di un agnello sacrificale). E se alcune domande fintamente binarie, e divertenti, come, appunto, “Preferisci andare all’inferno con Gesù o in paradiso con Trump?” possono senza problemi integrarsi nel racconto di una personalità sì trasgressiva, ma anche etica e addirittura candida, altre assumono invece la forma di ruvide pietre lanciate in faccia alla normalità -con domande in cui le alternative proposte si giocano entrambe sulle pratiche di una sessualità improduttiva. Il gioco alle volte riesce, altre meno. Ma quello che lascia più il segno appare la curiosità e la generosità di Ivo (di quest’ultima, riaffermandone il paradosso, Dimchev se ne fa anche un tatuaggio), la sua irriducibile creatività e la politicità di cercare in ogni situazione, foss’anche una pandemia, delle comunità possibili. E tanto più quando le vite risultano normate in modo granitico. Anche perché la regista, superando la diffidenza del suo protagonista, con il tempo, e a tratti ricorrendo anche all’esprit vérité di una handycam, riesce a creare con lui una relazione che è altresì il lasciapassare per poter affrontare delle questioni più personali alla base delle scelte e della vita di Dimchev. Così accanto alla trasgressione istrionica e all’ironia tagliente (a volte macabra) di Ivo, e al suo travestimento cangiante (un trash balcanico e poetico), emergono anche – ma in un modo mediato dalla relazione con la regista – il disagio e il dolore che non sono solo la condizione esistenziale di un artista sensibile, ma anche il resto del bambino affetto da relazioni familiari e sociali discriminatorie e violente . Prima Ivo sentenzia come banale il rapporto con i genitori, poi confida che il padre lo picchiava e la madre lo amava ma in un modo malato. Situazioni comuni a molti gay e tanto più se creativi e quindi destabilizzanti la norma eterosessuale e patriarcale: è la stessa regista a dichiarare, e a mostrare in varie riprese, come la Bulgaria sia un paese “così conservatore che praticamente nessuno è apertamente gay”.

Da una performance marcatamente narcisistica e conflittuale di Dmichev, ecco che il progetto di Nikolova arriva a prendere, allora, la forma di un incontro (quantomeno nelle parti più riuscite), luogo mosso in cui entrambi i soggetti escono dalla zona di comfort esponendosi alla trasformazione. Dopo averne fatta una esplicita e imprevista richiesta alla regista, Ivo riesce ad avere un momento di effettiva e struggente comprensione anche con il padre – ed è questo un esempio dei tratti vividi e permeabili, ma anche rischiosi, di un documentario che da osservativo diventa partecipativo.

Ma questo dialogo e vicinanza con Ivo coinvolge sia il qui e ora tra la regista e il suo protagonista, sia uno scenario più ampio e politico, in cui a essere messi fuori gioco sono l’odio e la negazione per il corpo queer, trans, femminista e freak, corpi esclusi o normalizzati dalla legge eterosessuale che, come più volte nella storia e non solo passata, tramite la razzializzazione e la sessualizzazione identifica i fuori norma facendone degli avversari da eliminare o da ridurre alla malinconia e alla sofferenza psichica. Basti vedere il ritorno diffuso della virtù virile e dell’assalto guerresco verso il nemico, per riflettere su come il corpo del guerriero si stia aggressivamente riprendendo la scena pubblica in un colpo di coda del patriarcato agonizzante.    

Un’ultima nota e non a margine: Ivo Dimchev è un cantautore notevole che si consiglia vivamente di recuperare, a cavallo tra la voce di Elvis Presley, i falsetti di Anthony and the Johnson, il folk sghembo di Devendra Banhart e le reminiscenze pentatoniche di Debussy. Non da poco. 


In Hell With Ivo  – Regia: Kristina Nikolova; fotografia: Alexander Stanishev, Julian Atanassov, Kristina Nikolova ; montaggio: Anastas Petkov; musiche: Ivo Dimchev; suono: Tom Paul; interpreti: Ivo Dimchev; produzione: Lunaclipse Media; origine: Bulgaria/USA, 2025; durata: 80 minuti.

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