Lo schema narrativo che si sviluppa intorno al protagonista maschile ingiustamente braccato e perseguitato e che alla fine riesce a dimostrare la propria non colpevolezza e catturare quasi a mani nude i veri responsabili, è una convenzione molto sfruttata dal cinema statunitense. Negli anni ’80, con il trionfo di un certo machismo divistico reganiano di stampo conservatore e nazional-popolare, hanno poi furoreggiato molti titoli con un soggetto di questo, come ad esempio l’esagitato Sorvegliato speciale (1989) di John Flynn con Sylvester Stallone e il più misurato Un uomo innocente (1989) di Peter Yates con Tom Selleck.
Mercy: Sotto accusa, diretto dal russo Timur Bekmambetov, riprende quel meccanismo e lo aggiorna con una questione che non è più la lontana distopia di un futuro anteriore. Il detective Chris Raven, con il phisique du role del good guy Chris Pratt, è infatti calato, fin dall’inizio, in una sorta di limbo tecnocratico tra il virtuale e il concreto, controllato nella sua estensione sulla realtà fisica da un sofisticato software di intelligenza artificiale. La sua condizione è quella recluso in attesa di giudizio, ma tutto è contenuto nei margini di un implemento di formalità e burocrazia. Mercy è infatti il nome dell’upload di un sistema giudiziario che, per aumentare la certezza e la rapidità delle pene, dispone l’arresto solo di (quasi) certi colpevoli, affidando la propria infallibilità ad una verifica incrociata delle prove a carico e alle percentuali che ne derivano. Partendo dal presupposto che ormai alle applicazioni di AI scaricate anche banalmente su uno smartphone si chiedono soluzione e suggerimenti su qualsiasi aspetto della vita anche al di fuori della rete, non si sembra dunque cosi avveniristico che pure il potere giudiziario ne possa esserne una sua emanazione e riformulazione. Accusato, come i suoi antecedenti emuli in analogico che però ancora imprigionati nelle aule di tribunale abitate in carne ed ossa da giurie popolari, vostri onori e avvocati, di un crimine terribile, l’omicidio della propria moglie, Raven ingaggia un duello verbale e psicologico con Maddox, il giudice digitale programmato per confermare la sentenza. Presentato con le sembianze di una donna algida e asettica, a esemplificare la matrice misogina di una società sbandatamente patriarcale ( siamo negli Stati Uniti dilaniati da un rigido classismo neocapitalista suddiviso nelle zone rosse di un’imminente guerra civile, altro aggancio molto prossimo all’attualità…), il suddetto Maddox presenta quasi da subito un’inaspettata correttezza, un substrato etico intuito e sfruttato da Raven a suo favore. Di fronte all’iniziale sconforto dell’uomo, che essendo un poliziotto conosce da vicino la missione implacabile del programma Mercy, quell’ologramma parlante dalla voce di un monocorde monito lo invita a difendersi, ad ottimizzare il tempo che gli resta, a elaborare una strategia. E ne accoglie poi le intuizioni e le sensazioni, integrandone a tal punto il lato emotivo e umano da mandare in corto circuito le regole e le procedure standardizzate.

Dal punto di vista della trama, Bekmambetov crea perciò un ponte tra l’umano e il non umano, una possibilità di cooperazione e perfino di comprensione che capovolge i già prescritti rapporti di assoggettamento, spesso in un’accezione distruttiva e apocalittica nei confronti dell’umanità, che tanta lettura e tanto cinema di fantascienza hanno ipotizzato sulle derive della tecnologia. Certo, Maddox non lascerà strascichi di una struggente poesia al termine di una notte universo come il Batty /Rutger Hauer di Blade Runner; la sua attivata sensibilità è collegata a un pragmatismo anglosassone più da nuovo che da vecchio mondo, ma la capacità di valutare e di stare dalla parte giusta, diventando alleata e non nemesi del real american hero di turno aggiornato ai vizi e alle debolezze della gente comune (è alcolizzato e violento, ma sempre per un trauma e un senso di colpa dal passato…) suggerisce qualcosa di piuttosto discutibile in una presunta chiave “meta”. E cioè il cinema, che sembra essere minacciato nella sua materica integrità proprio dalle riproduzioni audiovisive sempre più massicce per durata, quantità e qualità prodotte dall’intelligenza artificiale, ne cerca un’alleanza e un supporto, e dimostra di poterne farne un utilizzo a proprio vantaggio e implemento. E quest’ultimo parte apre alla problematica del punto di vista preso in carico dalla regia, che crea un punto di contatto e di sovrapposizione tra il materiale diegetico e quello extra diegetico: per quasi tutto il racconto, fino al climax finale dove la realtà adrenalitinica entra prepotentemente in campo e sfonda le simulazioni tridimensionali. Raven, servendosi dell’endemica capacità di Maddox di accedere ad ogni archivio, file e fonte delle prove del suo caso di uxoricidio, vede scorrere davanti ai suoi occhi, e noi insieme a lui, filmati di videocamere di sorveglianza, le riprese dei cellulari della figlia adolescente e della moglie, le schermate della chat e gli audio delle chiamate. Il piano visivo è composto completamente da queste inquadrature frammentate, rubate, segretate e poi disvelate nella ricerca della costruzione di una verità che, in quanto tale, non può che essere fallace, o quantomeno a strati da scrollare in orizzontale con un dito come un carnet di filmati reel (che hanno un minutaggio e una durata di esistenza). La non corporeità/materialità di Maddox la rende dunque un canale, un tramite, un nuovo media sul quale far confluire e proiettare le testimonianze dell’enigma in questione, con tanto di apparenze contradette da prove e poi confutate da altre prove ancora ( quello che sembra un omicidio passionale si rivela essere un crimine legato ai colleghi e al luogo di lavoro della moglie di Raven, una pista che a sua volta si scopre essere qualcosa di ancora diverso).

I replicanti del film di Ridley Scott generavano e inventavano loro stessi degli immaginari, affondando verticalmente nel fondo di una coscienza che contiene una tormentata sostanza filosofica e poetica, e non solo il buon senso delle brave e rette persone. Rispetto all’utilizzo rivelatorio dei video, c’è poi un altro capovolgimento di una critica percezione comune: non c’è più un abuso di manipolazione per offrire una rappresentazione distorta di un fatto, sono anzi le bugie e le omissioni degli uomini e delle donne (certo, anche e soprattutto i rappresentanti della legge e delle storie ufficiali) a provocare un circolo vizioso di false prove e false condanne per giustificare l’efficacia e la funzionalità di questo neo istituzionalismo. In un altro film dei citati ’80 , L’implacabile (1987) di Paul Michael Glasser (ispirato a The Running Man, un romanzo di Stephen King dal quale Edgar Wright ha realizzato un altro, pregevole remake lo scorso anno), i filmati erano invece modificati per giustificare la colpevolezza del militare Ben Richars/Arnold Schwarzenegger e condannarlo al massacrante gioco survival game televisivo, spettacolarizzazione della pena nel tirannico microcosmo futuristico concepito da King. Maddox, interpretato peraltro da un’attrice vera, Rebecca Ferguson, è dotato al contrario di un implicito codice etico che gli impedisce di forzare i fatti, pur controllandone e mettendone in funzione i supporti tecnologici. È notizia recente che un ragazzo, accusato di stalking e deepfake porn contro una coetanea, avesse chiesto a ChatGPT dei modi per poter mettere in atto il suo piano persecutorio e sembra che l’intelligenza artificiale gli abbia risposto di non poterlo assecondare nel commettere qualcosa di illegale. Un contrappasso che, come questo film, vuole forse rassicurare su una modalità di reperimento e di condivisione delle informazioni ambigua, confusiva, ingannevole. Cosi, rispetto allo scioglimento assai meccanico e artificioso dell’intreccio, preferiamo continuare a coltivare il dubbio sul fatto che anche gli uomini innocenti e le intelligenze artificiali possano sognare le pecore elettriche come gli androidi, più umani dell’umano e più veri del vero, di Philip K. Dick.
In sala dal 22 gennaio 2026.
Mercy: Sotto accusa (Mercy); regia: Timur Bekmambetov; sceneggiatura: Marco van Belle; fotografia: Khalid Mohtaseb; montaggio: Dody Dorn, Austin Keeling, Lam T. Nguyen; scenografia: Alex McDowell musiche: Ramin Djawadi; interpreti: Chris Pratt, Rebecca Ferguson, Kylie Rogers, Annabelle Wallis, Kali Reis, Chris Sullivan; produzione: Robert Amidon, Timur Bekmambetov, Majd Nassif, Charles Roven per Amazon MGM Studios, Metro-Goldwyn-Mayer, Atlas Entertainment, Bazelevs Company; origine: Usa, 2026; durata: 100 min.; distribuzione: Eagle Pictures.
