
Come raccontato dallo stesso regista polacco, Grzegorz Paprzycki, diplomato alla Scuola di Cinema Krzysztof Kieslowski e con all’attivo diversi corti premiati e menzionati in vari festival polacchi e internazionali, Grudzień (“Dicembre”), suo primo lungometraggio in concorso al Trieste Film Festival, si focalizza su quanto accade sul confine tra Polonia e Bielorussia, in una tappa drammatica della cosiddetta rotta balcanica, durante, da una parte, le ondate di freddo e di neve del mese di dicembre, dall’altra, i preparativi con cui molti, con indifferenza, si continuano a preparare per il Natale (ricordando, nella messa al centro di questa rimozione, La zona di interesse di Jonathan Glazer)
Il film è diviso in trentuno piccoli capitoli, trentuno brevi storie ognuna con una sua identità ma al tempo stesso parte di una struttura a mosaico: un dispositivo narrativo, questo, con cui suggerire la prevalenza della istanza plurale e corale e altresì la presenza, nonostante tutto, della dimensione in divenire del reale.
Iniziato come un progetto da realizzarsi riguardo alcuni gruppi di attivisti presenti sull’isola greca di Lesbo, dopo non molto, il regista ha deciso di spostarsi sulla frontiera balcanica al confine tra la Polonia e la Bielorussia. Ciò a seguito delle ripetute crisi migratorie e dalla constatazione di una politica sempre più escludente, strumentale (ricordiamo che di recente in Polonia è stata votata una legge denominata “Strumentalizzazione e sospensione del diritto di asilo”) e persecutoria, attuata nei confronti di migranti e richiedenti asilo, con a valle la forza zelante e brutale delle forze di polizia presenti sulle linee di confine. Arrivato in quella zona dove si sta svolgendo quella che è stata chiamata, con macabro surrealismo, “guerra ibrida”, scoppiata appunto tra Russia, Bielorussia, Polonia e Europa, Paprzycki si è trovato davanti a una situazione che così racconta: “siamo andati sul confine tra la Polonia e la Bielorussia, abbiamo iniziato a guardare e a chiedere quotidianamente informazioni su questo confine. Abbiamo incontrato molti altri registi, anche loro arrivati lì per capire e documentare. Molte voci. Da qui si è sviluppata la metafora di Dicembre, il mese della nascita di Gesù Cristo: viviamo in tempi folli, in cui non si aiuta chi ha davvero bisogno di una mano. E da qui è nata anche la dedica che chiude il film: A coloro che non rimangono indifferenti”.
Nel quadro generale dei trentuno capitoli, simbolo plastico di uno spazio e di un tempo distesi – e via via sempre più atrocemente rappresi – lungo il mese di dicembre, il film, frutto di un lungo processo creativo e di raccolta di materiali eterogenei durati vari anni, a un certo punto aumenta in modo tangibile la tensione. Con effetto produttivo anche verso lo ‘spettatore’, la regia sceglie di montare, assieme alle riprese sul campo, molti video fatti dagli attivisti sul posto: ecco allora intervallarsi alle riprese sia le immagini, girate nel formato verticale dello smartphone, dei ripetuti e rischiosi soccorsi notturni compiuti da singoli gruppi di attivisti e da ONG sulla zona di confine delimitata da filo spinato e muri respingenti, che gli spezzoni dei video con cui gli attivisti documentano le cariche e pestaggi da parte della polizia contro i manifestanti. Le immagini fatte col cellulare, che vediamo, sono davvero potenti, e stanno a trasmetterci, senza filtri, tutta la crudeltà delle cosiddette forze dell’ordine, che invece di proteggere la vita delle persone, ne causano la ripetuta aggressione e messa in pericolo, con il conseguente annientamento fisico e psicologico anche di ragazze e bambini -a scanso di manicheismi, nel film ci sono anche storie con protagonisti poliziotti non ancora imbarbariti.
In tal modo è evidente come il documentario sia diventato, man mano, una sorta di film collettivo, con immagini che arrivano da persone che quotidianamente sono su quel terreno per difendere i corpi e i diritti dei migranti. Accanto quindi alla questione principale, ossia al mostrare l’effettiva realtà dei respingimenti -oggetto di continua falsificazione da parte di politica e media compiacenti-, ossia una realtà fatta di frontiere artificiali in cui, per lo più, non viene attuato alcun aiuto umanitario, diventa allora significativa, per rispondere alla domanda sull’indifferenza, la voce via via sempre più collettiva assunta dalla stessa regia nella realizzazione del documentario.
Il contenuto politico e soggettivizzante di questa “voce collettiva” è chiaro: significa, infatti, ripensare collettivamente la propria stessa storia singolare (che se invece rimanesse irrelata potrebbe decidere di farsi giudice verso quella altrui, respingendola), dunque anche quella autoriale, in quanto parte, una parte qualitativamente non indifferente, di quella stessa storia collettiva.
Grudzień (Dicembre) – Regia e fotografia: Grzegorz Paprzycki; montaggio: Ursula Klimek-Piatek; suono: Julius Grigelionis; produzione: Telemark; origine: Polonia/Lituania, 2025; durata: 62 minuti.
