Cinema Jazireh non è, come si potrebbe pensare, il nome di una sala cinematografica, nonostante sia un luogo di aggregazione e di intrattenimento. Situato in uno sperduto villaggio a 100 km da Kabul, nell’Afghanistan tenuto sotto sequestro diurno e notturno dalla dittatura talebana, è la zona franca dove viene messa in scena la più meschina e abietta delle forme di illegalità: lo sfruttamento di bambini e adolescenti costretti ad esibirsi in ammiccanti danze, per poi concedersi sessualmente, una volta terminato lo “spettacolo”, al miglior offerente, sotto la brutale gestione di una coppia di sfruttatori, che hanno forzatamente creato intorno a loro quella comunità di piccoli orfani trattenuti con il ricatto, la minaccia e qualche paternalistica concessione materiale. Ma Cinema Jazireh non è in realtà il nucleo centrale del racconto del film diretto da Gödze Kural: la porta d’accesso nel caotico e improvviso manifestarsi di abusi e prepotenze, sommarie esecuzioni e sistematiche torture sul tragico scenario della società afghana è annunciato dall’affannosa corsa di una donna nella notte, persa a chiamare un nome che è quello del figlio scomparso, ma che è anche l’espressione sussurrata e ansimante di un sentimento, un pensiero, un augurio: Omid, ovvero speranza in arabo.
Leyla, questo il suo nome, è però una presenza clandestina e vietata nel suo girovagare sola senza l’accompagno di un padre, di un marito, di un fratello, seppur coperta dal burka: l’unico modo per portare avanti la disperata ricerca è quella di seppellire la sua identità femminile e assumere il connotato che più di ogni altro indica il primato maschile nella gerarchia stabilita dai Talebani. Si applica per ciò una barba finta, la cui minore o maggiore lunghezza diventano il segno non solo di un legittimato status sociale, ma la possibilità di rivendicare un potere di scelta e una libertà d’azione. Le due storie montate in parallelo, quella del bordello pedofilo e del tentato ritrovamento di Omid, a un certo punto si incroceranno in un risvolto drammaturgico più inaspettato di quanto non faccia pensare l’attenzione in particolare sul personaggio, silenzioso e spaurito, di uno dei bambini rapiti.

Questo mettere insieme la rappresentazione dell’abuso sul mondo infantile con quello della repressione della condizione delle donne è peraltro molto sentito dai cineasti provenienti dai paesi mediorientali dove vige, politicamente e culturalmente, la supremazia del fanatismo religioso. In quei territori, il patriarcato si manifesta con la sua faccia più spietata e arcaica, quella per cui il corpo di una donna può diventare l’obiettivo, alla luce del giorno, di un insulto capace di degenerare fino all’aggressione fisica, senza la preoccupazione delle possibili e più terribili conseguenze. In una delle prime e più efficaci sequenze da questo punto di vista Leyla, accerchiata da una camionetta di soldati armati che la minacciano con un megafono, restituisce la dimensione di una precarietà che si traduce nella costante sensazione percettiva di essere osservati attraverso il mirino di un fucile, o di una qualsiasi altra arma di fuoco, in grado di fare qualcosa di più pericoloso e distruttivo che non il già grave e arbitrario tenerne sotto controllo i comportamenti e i movimenti . Un rendez vous obbligato nella circoscrizione dello spazio e nell’impedimento alla fuga e alla resistenza, e imprevedibile per tempi e per modi nell’ attuazione del gesto potenzialmente mortale. Dall’altra parte, anche ciò che accade dentro le mura di Cinema Jazireh è il proseguimento, segretato in quanto ufficialmente bandito e condannato, della stessa forma di sopraffazione e condizionamento, nel quale il bambino-soggetto viene regredito non alla preda esposta e tremante di una caccia ferina, ma alla deprivazione di un oggetto decorativo, esotico, caratterizzato dalla levigatezza della pelle e dal grottesco ornamento di un trucco: il feticcio dell’ipocrita mascolinità che sfoga, anche qui bestialmente, la propria perversa pulsione.
Con un ulteriore livello politico, l’elemento della corruzione è messo in rapporto con il mercato, anch’esso clandestino, dei prodotti importati dall’occidente e acquistati dai due laidi ruffiani con i soldi del loro traffico di giovani esseri umani: assurto suo malgrado a status symbol universalista di benessere e modernità, il Titanic di James Cameron, o meglio la sua visione su un sofisticato lettore Dvd da parte di tutta la “famiglia” di nolenti sfruttati e violenti sfruttatori riuniti in una paradossale cena di socializzazione (incluso un bambino visibilmente appena picchiato per una trasgressione), diventa la proiezione di un sentimentalismo e di un romanticismo illusorio e manipolativo, all’interno di un microcosmo che consuma fino allo stremo della frustrazione e del trauma quei corpi inermi, e poi li abbandona con la medesima ferocia a se stessi, in mezzo a quella strada dove sono comunque destinati ad essere considerati e trattati, in un interminabile girone infernale, come obiettivi, prede, oggetti.

Già un altro film afghano di molti anni fa, Osama (2003) di Siddiq Barmak, aveva sintetizzato la duplice condizione discriminante, quella di una donna/bambina costretta a trasvestirsi da ragazzo per poter lavorare e portare il sostentamento a una famiglia rimasta tutta al femminile (l’uccisione degli uomini dissidenti permette ai Talebani di esercitare con ancora più imposizione questo potere sulle donne), con un linguaggio più preciso, essenziale, diretto di quanto non riesca a fare Kural. La cornice didascalicamente simbolista del prologo e della conclusione, con quel Omid/speranza scritto e sottolineato sui muri come un paziente manifesto di resistenza e di attesa, pur declinato con un’accezione passiva e fideistica, toglie efficacia a una regia che sa osservare in altri momenti le contraddizioni con maggiore acutezza e sottigliezza. Prevale una rarefazione delle immagini e una distensione delle durate che fa smarrire il fuoco centrale e la tensione impellente che contraddistinguono il portato di una tale storia, rendendo l’esperienza della visione attenuata, se non proprio distaccata, forse per l’eccessiva preoccupazione di evitare un’ enfasi e un’indignazione troppo facili da suscitare andando a toccare un materiale così denso e controverso. Se è ammirevole l’assenza di qualsiasi tentazione estetizzante e di virtuosismo stilistico, non si raggiunge mai la compiutezza di un’immagine veramente giusta e il fatidico incontro tra le due vicende, quella della madre e quella del bambino, ha un bel momento, un abbraccio tra lo smarrimento di una costitutiva estraneità e il focolare di una necessaria tenerezza, che non viene sviluppato come si sarebbe tenuti a pensare, sciolto nel tornare a monte di una tesi che non ha la forza e l’altezza dell’allegoria. Non l’eloquente apparizione di un sole nero sbirciato attraverso le maglie di un burka che cala sulle speranze di un’altra ricerca e di un’altra indagine, stavolta di una sorella verso una sorella dispersa, in Viaggio a Kandahar di Moshen Makhmalbaf. La condanna di un crimine e di un’ingiustizia contenuta nella negazione e nel rimpicciolimento dello spazio sensoriale della visione, e nell’impossibilità di concedersi e concedere l’ultimo sguardo sul corpo della persona amata e sparita. L’epilogo di un lutto senza fine.
Cinema Jazireh – Regia e sceneggiatura: Gödze Kural; fotografia: Adib Sobhani; montaggio: Godze Kural, Bunyamin Bayansal; interpreti: Fereshte Hosseini, Mazlum Sumer, Ali Karimi, Hamid Karimi, Meysam Damanzeh, Reza Akhlaghirad; produzione: Gödze Kural, Bulut Reyhanoglu, Milad Khosravi per Toz Film Production, Koskos Film, Seven Spring Pictures, Front Film, Avva Mmix Studios, Soberworks, Orion, Mintyfare Productions; origine: Turchia/Iran/Bulgaria/Romania, 2025; durata: 124 minuti.
