Una volta, pare, sia stato scritto da qualche parte (l’autore, sembra, rimasto ancora anonimo) che il dolore non è solo un’emozione, bensì è un disfacimento. Un posto dove un tempo c’era qualcosa e ora non c’è più. Ci percorre, solcando dentro di noi e lasciando un vuoto amaro lì dove prima dimorava l’amore. Storia di una notte, ultimo lavoro di Paolo Costella (forse noto più come autore di importanti sceneggiature, dalla collaborazione con Marco Ferreri per La carne fino a quelle con Gabriele Muccino e Paolo Genovese, soprattutto tra le sue ultime spicca quella con Liliana Cavani per L’ordine del tempo), sembra seguire un po’ questa traccia, o almeno in parte. Liberamente tratto dal romanzo Nelle migliori famiglie (Mondadori ed.) di Angelo Mellone, l’opera si fa strada tra gli spazi privati di una tipica famiglia borghese italiana di oggi che vive l’esperienza tragica del lutto di un figlio/fratello.
Elisabetta e Piero (moglie e marito) hanno tre figli: Flavio, Denis e Sara. Una sera Flavio, il maggiore, ha un incidente (stradale, si presume) e muore subito dopo il ricovero in ospedale. Poco prima, questa è certamente un’immagine che dalla mente dello spettatore non va via, si trovavano tutti e cinque di fronte alla TV in salotto, sistemati, l’uno accanto all’altro “vicini vicini”, sul divano a bere una tazza di thè caldo e per vedere, per l’ennesima volta, un documentario sulla vita di Leonard Cohen. In queste prime sequenze, Costella sceglie di mostraci una famiglia unita e apparentemente felice. Elisabetta porta i capelli sciolti e Piero è preso da allegri spiriti mentre continua a fare battute e a far ridere tutti. Di colpo ci ritroviamo due anni dopo, tra le montagne silenziose e immobili che circondano Cortina dove, senza Flavio, tornano a trascorrere le festività natalizie, insieme ai nonni materni. Dopo la scomparsa del figlio, i coniugi si separano. Ora lei porta i capelli raccolti (quasi come una ballerina triste prigioniera del suo chignon), mentre lui si presenta ancora più spettinato del solito. Qui il registro della regia cambia radicalmente, diventa più sobrio, asciutto quasi. I movimenti di macchina s’aggirano sempre più lentamente. Abbondano il silenzio e i primi piani dei loro volti in particolare come ancora del tutto sospesi in una vita, nonostante la decisione presa di non vivere più insieme, che sembra divenuta oramai immobile così come lo scenario delle altezze delle montagne. Più volte qui Costella opta per mettere in dissolvenza questi volti, queste esistenze, queste personalità quasi ad “amplificare” visivamente il loro essere perse di fronte al dolore e alla sofferenza da cui, sembra, non sono più capaci di riprendersi. È un viaggio il loro che si dirige verso il termine “di una notte” tutta ancora da superare. Eh sì, perché come se non bastasse, Denis mentre scia, col padre e la sorella, cade e riporta un grave infortunio alla colonna vertebrale che lo obbliga a sottoporsi, seduta stante, a un delicatissimo intervento chirurgico. Ancora una prova allora, ulteriore, che mina quello poco che resta ancora in equilibro tra di loro e nella loro famiglia che tenta a non disgregarsi definitivamente. E qui passato e presente sono come tutt’uno. L’apprensione che fu per le sorti di Flavio diviene nuovamente ancora più tremenda per quelle di Denis. Il passato nel presente dunque si ripete, sempre nella sala d’attesa di un ospedale. Che si presenta come la messa in scena di quel dolore che non conosce quiete, di quel condividere ancora tutti insieme se stessi “come in uno specchio”. Ed è Sara, la più piccola, questa volta a prendere le redini di tutti gli altri. A portali con mano mentre si accingono a oltrepassare anche quest’esperienza. E non può che salvare quello che si potrebbe chiamare “il posto delle fragole”, che qui non è come nell’immenso omonimo film (del 1957 di Bergman) il luogo dell’infanzia, bensì quello della prima vera maturità, sulle loro montagne dove i giovani sposi, coi bambini piccoli, si ritrovano insieme nel corso degli anni. Adesso è giunta l’ora di rivederlo. Tocca, dunque, a Sara che li conduce con viva convinzione, che sceglie per loro di ritornare lì, dove tutto ebbe origine. Non sempre tornare è sinonimo per ritrovarsi, per una rigenerazione, per originali rilanci della e per la vita. Qui però sembra funzionare, ci fa vedere Costella. O almeno si azzarda a farcelo valere. “C’è sempre qualcosa che si può fare, e se non c’è lo devi inventare”. Infatti, è così che accade per loro. Non sarà alla fine un so long, come recita la nota canzone di sottofondo di Cohen. Sarà come una trasformazione, una metamorfosi che i protagonisti riusciranno a sperimentare al fine di superare quel dolore così pieno di tormento e patimento. E le ninne nanne, come quella “Notte blu” scelta da Elisabetta e Piero per i loro figli, vanno cantate sempre insieme. Torna così l’immagine in primo piano del divano, e tutto prova a ricominciare.

“Nella scrittura di Storia di una notte – nota Costella – abbiamo cercato di lavorare in sottrazione, per non enfatizzare quanto di solito viene fatto nella rappresentazione di questi drammi […]. Le sequenze entrano sempre nel vivo della questione, cercando di evitare quanto più possibile preamboli e code. Le parole pesano in una situazione tanto delicata. Inoltre, nella modalità di indagine del tema della famiglia, a differenza dei film che affrontano il dramma familiare, qui i protagonisti vivono una crisi in partenza, perché la famiglia è già smembrata”.
Davvero ci hanno convinto proprio queste scelte stilistiche nel raccontare la storia. Forse non c’è un modo giusto per mostrare un lutto, per far vivere cosa e com’è l’esperienza della perdita di una persona cara come anche il suo potersi ripetere. Costella, in quei primi piani quasi introversi dei protagonisti come dei luoghi che spesso vanno in dissolvenza, trova la sua quadra felice. Storia di una notte è un film da andare a vedere in questi nostri tempi in cui quasi più nessuno crede nel: “Ha da passà ‘a nuttata”. Forse perché si è persa fiducia nell’attesa. Non si sa o non si vuole più aspettare. E, probabilmente, se è così, non pare essere un buon segno.
In anteprima alla Festa di Roma 2024 (sezione Grand Public).
In sala dal 30 aprile.
Su Netflix dal 13 agosto 2025.
Storia di una notte – Regia: Paolo Costella; sceneggiatura: Paolo Costella, Tania Pedroni; fotografia: Giuseppe Maio; montaggio: Gianluca Scarpa; musica: Mauro Ermanno Giovanardi, Marco Carusino, Niccolo’ Bodini; interpreti: Anna Foglietta (Elisabetta), Giuseppe Battiston (Piero), Biagio Venditti (Denis), Giulietta Rebeggiani (Sara), Massimiliano Caiazzo (Flavio), Stefania Casini (Carla), Luigi Diberti (Antonio), Axel Gallois (Patrick), Thomas Trabacchi (Prof. Pancaldi), Yile Yara Vianello (Irene); Produzione: Attilio De Razza, Nicola Picone per Tramp Limited con Rai Cinema e Veneto Film Commission; origine: Italia, 2024; durata: 90 minuti; distribuzione: PiperFilm.
