Peter Hujar’s Day – Voto ***(*). In una giornata perduta e ritrovata, il fotografo Peter Hujar e la scrittrice Linda Rosenkrantz trascorrono del tempo parlando di fotografia, scena newyorkese (siamo nel 1974), amicizia, intimità e solitudine. Esce ora in Italia su Mubi mentre al Festival di Cannes è stato appena presentato il terzo lungometraggio di Ira Sachs The Man I Love.
“Tutto quello che ho fatto è stato sprecare tempo”, così il fotografo Peter Hujar (1934-1987, reso da un vivido e malinconico Ben Whishaw), noto per i suoi ritratti in bianco e nero ad amici del mondo dell’arte e dell’ambiente beatnik in particolare, alla scrittrice Linda Rosenkrantz (classe 1934, interpretata da una assorta Rebecca Hall), che lo ha intervistato il 18 dicembre del 1974 nel suo appartamento newyorkese. Il progetto di Rosenkrantz prevedeva la realizzazione di alcune interviste ad artisti in cui ciascuno avrebbe dovuto raccontare la propria quotidianità, misurata sulla navigazione di una sola giornata. E Hujar, in questo documento d’archivio (una delle suddette interviste), ritrovato decenni dopo e riadattato dal regista Ira Sachs, in questo bel Peter Hujar’s Day, a guisa di reenactment, ovvero esplicitando la messa in scena per meglio stratificare il rapporto tra realtà e finzione e tra passato e presente, arriva a restituire perfettamente il senso, perlopiù esistenziale, di ciò che c’era in ballo: “Ci vuole un giorno -risponde Hujar a Rosenkratz- per scoprire come le persone riempiono le loro giornate. Ecco perché lo sto facendo. Perché io stesso mi sento come loro”. Il momento qualsiasi salvato dalla dimenticanza e condiviso nell’intimità, calda e vibrante, dell’ascolto; le parole abitate dal gesto, incessante, di riportare alla mente fatti e incontri – nello specifico la giornata di Hujar precedente a quella dell’intervista; un sostare dei due nell’amicizia e nel luogo della parola ma filmati nel raggio limitato di una sola giornata – e sottocosta, le due stanze e cucina della casa. E probabilmente è proprio questo piccolo cabotaggio il viatico migliore, almeno secondo Sachs, per aprire la visione (e la vita) alla durata. Mentre Hujar racconta del suo sentirsi attraversato dal vuoto – che riempie fumando senza sosta – e insieme del sentimento di appartenenza comune nello stare al mondo, la luce nella camera da letto, dove parlano i due, cambia, trascolora, il buio inizia a entrare nella stanza, la pellicola a sgranare la sua luce, l’intimità tra i due, al di là delle loro occupazioni, al di qua dello status, diventa l’evento -oltre le parole, sempre più stracche e abitate da fantasmi, che elencano fatti accaduti altrove.
La ricostruzione in Peter Hujar’s Day di una giornata nella vita di un’artista – raccolta in presa diretta da un meraviglioso registratore a bobine appoggiato sul tavolo, sulla moquette, sul letto (fantastico il dehor curato dallo scenografo Stephen Phelps)- ecco che diventa allora, più che i fatti riportati, l’acting out di parole che si inscrivono nella materia del tempo. Che registrano vita. E lo stesso accade ai due protagonisti, non considerati più nella veste di soggetto e oggetto (chi intervista e chi risponde o viceversa), ma percepiti in quanto corpi sensibili che coabitano una erranza, luogo mobile fatto di perdita e di divenire, e che con piccoli gesti, intrattenendosi nei vuoti, nella paura, tanto quanto nell’apertura della domanda e del desiderio, inventano il tempo -o lo ritrovano, differente. Invenzione che può accadere – sembra dirci Hujar- solo nello “spreco”, nell’autonomizzazione del tempo dal suo utilizzo strumentale – lo stesso elenco dei fatti e delle date mano a mano diventa quasi un testo a sé, sorta di segno figurale che vediamo emergere dalla texture del linguaggio. E questo scandaglio lento, multilivello di è qualcosa che finisce anche per squassare chi guarda – ed è un bene-, perché lo pone di fronte a ciò che era una volta New York e che non è più (con l’AIDS a fare da brutale spartiacque): avanguardia, invenzione (delle vite), visioni fuori norma.
Peter Hujar’s Day nasce come ampliamento di Last Address, breve montaggio di Sachs su palazzi e case newyorkesi in cui hanno vissuto diversi artisti morti di AIDS tra cui, in una di queste, lo stesso Hujar, ospite con il suo compagno, l’attivista e fotografo David Wojnarowicz, al 189 della 2nd Avenue e deceduto nel 1987. La tensione di Sachs nel riportare in vita gli artisti che abitavano -e ricreavano con creatività, affezione e sperimentazione- quegli spazi, e che in quanto soggetti non conformi, queer, sono stati ritenuti sacrificabili da istituzioni e parvenue, è palpabile in questo suo lungometraggio, omaggio a Peter Hujar e a tanti altri e altre che non ci sono più.

Nelle parole di Hujar, che fluiscono e a volte ormeggiano lungo tutto il film, prendono vita non solo leggende come William S. Burroughs, Susan Sontag e Allen Ginsberg, ma anche altri segni, più peculiari: la qualità del viso inseguita da Hujar nella stampa dei ritratti, l’ambivalenza, tra solitudine e desiderio, nel tentare di colmare distanze siderali (meraviglioso il continuo e delicato contatto fisico ricercato da Hujar in mezzo alla tante parole scambiate con l’amica), la dipendenza dal panino al fegato, oltre che dal fumo -”Hai investito molta energia a fumare”, gli dice Linda, “vorrei poter smettere, davvero, ma non sto bene, vivo con i postumi della sbornia da fumatore tutto il giorno”, risponde lui. Ma forse il fumo, così come la fotografia, è per Hujar “come aggiungere qualcosa, o forzare qualcosa che potrebbe accadere. Il che è interessante”.
Il presente che passa e il passato che si conserva (la virtualità secondo Gilles Deleuze), da una parte, e la vitale e disperata volontà di Hujar di trattenerne le tracce per via di una ossessiva databilità di fatti e incontri, dall’altra. E con un uso splendido del 16mm, che diffonde nell’ambiente un’atmosfera calda e porosa, oltre che con l’uso di piani sequenza fissi e di zoom lenti, Ira Sachs sembra forse dirci in Peter Hujar’s Day come ci sia posto per entrambe le istanze.
Se l’hic et nunc di momenti d’essere – inclusi gli ineludibili rispecchiamenti- tra Hujar e Rosenkrantz riescono, nella regia di Sachs, a dare luogo alla stratificazione di una (perduta e ritrovata) intimità, allora quello che è in gioco, in questa apparizione di una vicinanza, non potrà che riguardare anche noi.
Su Mubi dal 22 maggio 2026.
Peter Hujar’s Day – Regia e sceneggiatura: Ira Sachs; soggetto: Linda Rosenkrantz; fotografia: Alex Asche; montaggio: Alfondo Gonçalves; suono: Eli Cohn; scenografia: Stephen Phelps; interpreti: Ben Winshaw, Rebecca Hall; produzione: Jordan Drake Productions, One Two Films, Complementary Colors, Blink Productions; origine: USA, 2025; durata: 76 minuti; distribuzione: Mubi.
