Passenger di André Øvredal

Passenger – Il tentativo del regista è quello di lavorare sull’aspetto percettivo di una situazione che è familiare allo spettatore, in un distorto senso di questo termine (il paradosso di sentirsi confortati e compiaciuti dal ritrovare una sensazione già conosciuta di turbamento e di  paura). Voto **(*).

Nella recente carica in uscita e annunciata di film horror, o che comunque sono attraversati da venature e suggestioni che possono rimandare alle atmosfere e ai codici del genere, Passenger, diretto negli Stati Uniti dal norvegese André Øvredal, presenta una struttura linearmente classica nel mettere in scena i meccanismi dello spavento e della paura. I topos ci sono tutti, fin dalla prima sequenza: una strada fuori mano in un bosco, l’ambientazione notturna, due amici che si fermano e si separano per un futile motivo. Il tentativo del regista è quello  di lavorare sull’aspetto percettivo di una situazione che è familiare allo spettatore, in un distorto senso di questo termine (il paradosso di sentirsi confortati e compiaciuti  dal ritrovare una sensazione già conosciuta di turbamento e di  paura): c’è dunque l’alternarsi del punto di vista di una delle vittime, uscita dall’abitacolo dell’automobile, e quello dell’interno della macchina stessa, che assume il contro campo di una presenza minacciosa, pronta ad esplodere in tutta la sua bestiale aggressività.

La condizione schiacciante di un controllo così serrato, che si presenta come un’entità immanente nello spazio interno ed esterno, e della quale non si può anticipare la direzione dell’assalto, potrebbe ricordare l’atmosferica e focale messa in scena di It Follows (2014), celebrato e riconosciuto cult (a ragione) in quanto prototipo di un orrore costruito   sull’azione e sulla reazione del vedere e dell’essere visti. Ma se nel caso dell’opera diretta da David Robert Mitchell la suspense restava collegata a questo aspetto di ricerca formale sulle manifestazioni dello sguardo, tra il fuori campo del fantasmatico e dello psicotico e l’assalto concreto e disfacente contro i corpi post-adolescenziali nel pieno della loro pulsionale formazione, Passenger abbandona presto questo tracciato potenzialmente così fertile. È necessario introdurre la storia, i personaggi, dare a loro e ai loro comportamenti una collocazione e in una giustificazione, per quanto ridotta all’osso: Tyler e Maddie sono una coppia di giovani futuri sposi, che lascia la stanzialità di uno voluminoso appartamento per cominciare una nuova vita nomade on the road su un van attrezzato a casa, tra la convinta adesione di lui e i sempre più forti dubbi di lei.

Passenger

È questo il pretesto di Passenger per farli finire sulla “lunga strada della paura”, come recitava il sottotitolo italiano di The Hitcher (diretto da Robert Harmon nel 1986) , brutale e tesissimo thriller su La belva dell’autostrada (parafrasando anche uno dei più memorabili film diretti da Ida Lupino, variazione sempre dello stesso tema), il terrore del serial killer nel pieno sole della provincia profonda. La lotta estenuante, una volta calato il buio, che si trovano ad ingaggiare i due ragazzi tracciati basicamente e funzionalmente nelle loro psicologie non è però con un assassino portatore di un male, per quanto accanito, di umanissima matrice; il mostro è infatti un vero e proprio demone, il passeggero che abita i mezzi di trasporto altrui nel momento in cui questi si fermano a dare soccorso a qualcuno che lui stesso ha aggredito e messo in pericolo. L’avvertimento sono tre graffi incisi sulla carrozzeria, che trasformano il van casalingo in un luogo non sicuro, incastrandolo in  una dimensione di “maledizione” condizionante e bloccante in maniere itinerante, e riducendo i suoi spostamenti ad un serie di falsi movimenti.

Ci si sposta dunque sul tentativo di risoluzione dell’enigma, mettendo dentro delle spiegazioni di carattere religioso, inclusa la protezione del ciondolo con San Cristoforo, santo protettore dei viaggiatori, e lo scontro tra le forze trascendentali del Bene e del Male, che privano mano a mano di qualsiasi interesse o più profondo turbamento il pur accurato apparato audiovisivo. Assieme ai soliti, abusati jumpescares , c’è infatti almeno una sequenza riuscita,  che tra l’altro “inquina” lo stucchevole romanticismo dal quale sono legati fino all’ultima inquadratura Tyler e Maddie (con l’insofferenza della donna per quello stile di vita appena abbozzata e poi abbandonata nel segno di una più rozza lotta per la sopravvivenza): Tyler decide infatti di festeggiare il si della ragazza alla sua proposta di matrimonio, allestendo un cineforum in mezzo al bosco e di notte, scelta romantica e suggestiva ma che conferma, chissà quanto volontariamente, che i protagonisti dei film horror fanno spesso delle cose veramente stupide, come avrebbe fatto dire Wes Craven al personaggio di Sydney Prescott del primo Scream (1996, con un riferimento estendibile non solo alle “bionde oche tettone che non sanno recitare”).  E nell’assurdità della situazione, mentre su un lenzuolo adibito a schermo e attaccato a degli alberi viene videoproiettato nientemeno che Vacanze romane, appare il terribile e arcaico persecutore dei guidatori, sovrapponendosi al volto bonario e rassicurante di Gregory Peck, ed emergendo dalla bidimensionalità del telo come faceva Freddy Krueger dalla parete della camera di Nancy nel primo Nightmare (1984), sempre restando in zona craveriana.

Passenger
                     Lou Llobell e Jacob Scipio

Un bug nella fruizione di una pellicola cosi classica, incantevole e piena di grazia, esplosa in mille caotici frammenti non più direzionabili di un proiettore impazzito dietro il materializzarsi e lo smaterializzarsi, del demone spesso seguendo il succedersi repentino di buio e luce (le torce, i fari d’emergenza del van, in un’altra scena i lampioni di un piazzale). Il far rientrare questi azzardi di decostruzione del dispositivo narrativo nella spiegazione del racconto, mettendoci anche la comunità errante di possessori e cultori del van, dove spicca la burbera e saggia Diana (interpretata dalla brava Melissa Leo, a cui viene fatta fare una fine stupidamente cruenta), appiattisce e annoia fino al ridonante e salvifico finale, con un irritante sottotesto moralista e qualunquista sul “è meglio starsene a casa propria…”.
Unico sussulto di Passenger:  il demone, che si veste in maniera blasfema da prete, ha le sembianze del malvagio reverendo dall’oltretomba che guidava i morti tra le mura domestiche e dentro gli stomaci dei padri di una classica famiglia americana in Poltergeist II -L’altra dimensione (Brian Gibson, 1986). Anche se un singolo primo piano di Julian Beck, transitante dalla nucleare potenza espressiva del Living Theater e che ricopriva quel ruolo, trasmetteva un terrore molto più profondo di questo boogeyman dall’ aria ottusa e un po’ da gonzo.

In sala dal 21 maggio 2026.


Passenger – Regia: André Øvredal; sceneggiatura: Zachary Donohue,T.W. Burgess; fotografia: Federico Verardi; montaggio: Martin Bernfeld; musica: Christopher Young; interpreti: Jacob Scipio, Lou Llobell, Melissa Leo, Joseph Lopez, Miles Fowler, Brett Bedrosian; produzione: 18Hz Productions, Coin Operated; origine: USA, 2026; durata: 94 minuti; distribuzione: Eagle Pictures.

 

 

 

 

 

 

 

 

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