Jay Kelly di Noah Baumbach

Possiamo farne un’altra?”. Jay Kelly, immaginaria star di Hollywood, impersonata da un perfetto George Clooney nell’omonimo film dell’americano Noah Baumbach, è un perfezionista. Il fluido e incalzante piano sequenza iniziale ci porta dritti sul set, anzi, nel set dove sono in corso le riprese di un film. L’atmosfera caotica, rumorosa, apparentemente distratta di quel luogo un po’ mitico, dove si costruisce il cinema, si placa di colpo alla parola magica: “Action!” Silenzio assoluto. Tutti gli occhi sono puntati su Jay Kelly che disteso a terra, solo e ferito al ventre, ammalia la troupe con il suo monologo prima di esalare l’ultimo respiro. Soltanto un cagnolino si avvicina per salutarlo. Ma nemmeno la morte dura più di un secondo o due. Kelly vuole subito un altro take. Forse si illude di poter morire un po’ meglio.
Il film di Baumbach, regista e sceneggiatore nominato ben tre volte agli oscar – uno per tutti: Barbie (2023), co-sceneggiato con la moglie Greta Gerwig – ha un obiettivo ambizioso o forse anche più di uno. Si potrebbe dire che Jay Kelly è un film sul cinema stesso, sulla spietata ipocrisia di Hollywood e la solitudine delle star, sulla flessibilità della memoria, sul valore impagabile dell’amicizia, sulla difficoltà di conciliare successo e famiglia, sulla supposta bellezza e genuinità delle “persone comuni”, sull’eterna dicotomia fra la finzione del cinema e la realtà della vita vera. E c’è un po’ di tutto questo nei lunghi 132 minuti di Jay Kelly. Un po’ troppo.
Accompagnato dal suo fedelissimo e ben pagato staff, Kelly comincia a rendersi conto che forse ha perso più di quanto abbia guadagnato nella sua scintillante carriera di star del cinema. Al suo fianco c’è sempre Ron, il devoto e onnipresente manager interpretato con bravura disarmante da Adam Sandler. Il momento è difficile: non è chiaro se Kelly farà il prossimo film, dalla firma del suo contratto dipendono parecchi stipendi, l’agitazione dei suoi collaboratori è palpabile.

George Clooney

Il motivo dell’esitazione di Kelly è il viaggio in Europa della figlia minore Daisy (schietta e naturale, Grace Edwards), programmato proprio durante due rarissime settimane lontano dal set, in cui padre e figlia avrebbero potuto condividere un po’ di tempo insieme. Un incidente che non vogliamo svelare qui e che coinvolge un vecchio compagno di studi di recitazione meno fortunato (paladino del method acting: Billy Crudup) accelera la decisione di Kelly. Il film è rimandato e in men che non si dica, insieme allo staff al completo, la star si imbarca sul suo jet privato in direzione Parigi: la prima tappa del viaggio di Daisy e del suo gruppo di giovani amici. Utilizzando le moderne e ormai diffuse modalità di stalking, il tracciamento di una carta di credito permetterà agli adulti di seguire i movimenti dei giovani, ignari del pedinamento. Dalla Francia il viaggio di Daisy prosegue verso l’Italia in treno, ed è lì che avverrà l’incontro fra padre e figlia, in un affollato vagone di seconda classe. Per l’entourage di Kelly, di cui oltre al fedele Ron fa parte la meravigliosamente nevrotica PR Liz (Laura Dern), è un po’ come passare da una Jaguar al dorso di un mulo. Il contrasto è tanto scioccante quanto comico e lo “scontro” con la gente normale produce in Kelly una sorta di trip all’indietro. Il viaggio in treno si trasforma in un viaggio nella memoria, i vagoni si muovono nello spazio ma anche a ritroso nel tempo. Kelly si rivede ventenne, attore di talento e traboccante di ambizione, ma dal passato affiorano anche rimorsi e rimpianti: “Tutti i miei ricordi sono film”, afferma Kelly, passando in rassegna le scene della sua vita, costellata come tutte le vite di successi e fallimenti.
Baumbach, che ha scritto il film a quattro mani con la regista e attrice britannica Emily Mortimer, è notoriamente molto abile nel registro ironico. Le battute, spesso al limite dell’assurdo, sono gustose: come nella scena del ristorante, in cui il vecchio amico, attore fallito, legge a Kelly il menù emozionandosi fino alle lacrime in perfetto method acting (come non ricordare la memorabile analoga performance televisiva di Vittorio Gassmann?). Oppure quando Ron, il manager, comunica a Kelly la morte dell’anziano regista, che è stato il trampolino di lancio per la sua carriera, e la star ribatte: “Maledizione, lo devo chiamare!” Quando però il tema diventa esistenziale è come se la scrittura si fosse fatta prendere la mano dall’intensità degli argomenti e il tutto risulta troppo smielato, quasi banale. Un padre sceglie la carriera invece della famiglia. La famiglia va a rotoli. Cosa c’è di strano? Per giunta è un attore di successo, che “mente per vivere”, come gli viene rinfacciato. Questo lo manda in crisi d’identità. Cosa c’è di strano?

Greta Gerwig e Adam Sandler

Certamente il calibro e la bravura del cast sostiene gran parte del film; la fotografia di Linus Sandgren coglie abilmente il senso di solitudine di Kelly, per esempio nella bella scena nel bosco in Toscana, dove l’attore si ritrova a vagare da solo nella nebbia dopo che tutti, o quasi, lo hanno abbandonato.
Infine, l’immagine dell’Italia dove Kelly è andato, oltre che per seguire la figlia, anche a presenziare un tributo in suo onore è ridotta come spesso capita nei film americani a una macchietta. L’assistente che viene a prendere Kelly alla stazione (dolcemente svampita: Alba Rohrwacher) parla, parla, parla, sorride quasi sempre e spiega a Kelly che gli italiani lavorano tanto ma amano anche rilassarsi e mangiare bene. Francamente non basta il panorama toscano mozzafiato a risarcire dei cliché tipici del caso. Dopo il tributo, durante la festa per celebrarlo, Kelly si scatena e si abbandona al ballo che lo porta in uno stato paragonabile a una trance mistica. Mentre un remix di Raffaella Carrà che intona “Rumore” rimbomba dalle casse Kelly forse (ri)scopre qualcosa di sé, di quello che ha perso.
Ha ragione la grande poetessa Sylvia Plath, citata in modo un po’ altisonante all’inizio del film: “Essere sé stessi è un accidente di responsabilità. È più facile essere qualcun altro o nessuno.”

Su Netflix dal 5 Dicembre.


Jay Kelly:  – Regia: Noah Baumbach; sceneggiatura: Noah Baumbach, Emily Mortimer; fotografia: Linus Sandgren; montaggio: Valerio Bonelli, Rachel Durance; musica: Nicholas Britell; scenografia: Mark Tildesley; costumi: Jacqueline Durran; interpreti: George Clooney, Adam Sandler, Laura Dern, Billy Crudup, Riley Keough, Grace Edwards, Stacy Keach, Jim Broadbent, Patrick Wilson, Eve Hewson, Greta Gerwig, Alba Rohrwacher, Josh Hamilton, Lenny Henry, Emily Mortimer, Nicôle Lecky, Thaddea Graham, Isla Fisher; produzione: Heyday Films, Pascal Pictures, NBGG Pictures; origine: Stati Uniti/ Regno Unito/ Italia 2025; durata: 132 minuti; distribuzione: Netflix.

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