Ammazzare stanca di Daniele Vicari


Ammazzare stanca è una locuzione che, per  analogia, potrebbe riportare a Lavorare stanca, la raccolta di poesie di Cesare Pavese nella quale, con un crepuscolare struggimento, si  esprimeva quel sentimento di inadeguatezza e di solitudine dell’individuo immerso nei passaggi e nelle scelte della vita, tra l’immobilità di un’ idealismo bucolico  e la spinta pulsionale e desiderante verso un  movimento che spesso si traduce in un giro a vuoto, in una sensazione di stanchezza e di estraneità rispetto al contesto cittadino e ai suoi spazi. I tormenti esistenziali di Antonio Zagari (1994-2004), emigrato calabrese nella provincia lombarda degli anni Settanta e appartenente a una famiglia affiliata a un clan dell’ ‘ndrangheta, appartengono a una dimensione sicuramente diversa da quella venata di incertezze, di malinconie e di nevrosi  del poeta e scrittore piemontese; il titolo parafrasato della sua biografia presenta infatti un’eloquente sottotitolo: Autobiografia di uno ‘ndranghetista pentito.  Il tempo e lo spazio per scoprire la scrittura diaristica e sfogarvi dentro, come un istintivo bisogno di confessione/espiazione,  la sofferenza e il disagio per essersi prestato a farsi utilizzare in una funzione di brutale manovalanza al servizio di un padre padrone patriarcale, era sorto e maturato in Zagari durante i duri anni in carcere (arrestato per una rapina finita male, venne messo in isolamento per cercare di costringerlo a fare il delatore).

Si tratta dunque di un tempo lungo, sospeso e privato, ma con gli spasmi e le contrazioni di una rabbia repressa, costretta per le circostanze ad applicare il filtro di una sensibilità e di un’intelligenza che, fino a quel momento, non avevano avuto modo di essere (r) accolte e tradotte in un linguaggio. Il film che Daniele Vicari ne ha tratto, arriva a questo punto dopo averne descritto gli eventi  con la robustezza e la spettacolarità (misurata e non troppo roboante) dei codici del cinema di genere, mettendo in evidenza l’aspetto più tragico della condizione di Antonio (Gabriel Montesi): il corpo a corpo tra la sua coscienza silenziata da un ottuso automatismo esecutivo e una realtà febbricitante, violenta, potenzialmente minacciosa in qualsiasi istante. Una tensione borderline annunciata fin dalla prima sequenza sui titoli di testa, nella quale il protagonista uccide un uomo non meglio identificato che sta passeggiando in biciletta.  Siamo già  sulla sponda di una strada deviata, spostata, messa ai margini e in abisso rispetto a una società che, in superficie e sul centro della scena, richiede di mantenere un profilo basso e anonimo, con Zagari e il fratello minore che lavorano in una fabbrica locale e vanno in giro su delle utilitarie, diversamente dall’ostentazione di ricchezza e  di lusso esposta da altre organizzazioni criminali, anche se l’allusione a questo modo di atteggiarsi sembra anticipare più un cambio generazionale di comportamento e di stile di vita. La concretezza senza respiro e senza scelta dell’attività del sicario al soldo di, con ambizioni, all’interno di quella carriera, di un affrancamento economico e di potere, viene incrinata nella sua ineluttabilità dalla traccia mélo del plot/storia vera; l’ insofferenza di Antonio viene risuonata e amplificata dall’afflato amoroso verso Angela (Selene Caramazza), un incontro che, nel succedersi sempre più incessante degli avvenimenti, mantiene una durata e una costanza; è lei, la brava ragazza con una funzione fin troppo esplicitata di angelo salvifico, che porta il suo sguardo di sgomento e di preoccupazione, un po’ come Diane Keaton nel finale del primo Padrino, sopra la tavola imbandita dai rituali e dalle celebrazioni di un arcaico potere maschile.

Gabriel Montesi e Vinicio Marchioni

Molto riuscita da questo punto di vista è la sequenza del battesimo del figlio di Angela e Antonio, dove il gesto simbolico impresso da Zagati sr. è la stigmate di un’appartenenza che ha tramandato i propri segni fino a farne l’alfabeto antropologico di una genealogia (o, restando nell’impronta di una terminologia gangsteristica, di una stirpe). Anche se al primo impatto questa regia di Vicari sembra lontana dalle sue esperienze più esplicitamente documentaristiche, rientrando invece nella rotondità e nella pienezza narrative del suo cinema di finzione (da Velocità massima a Diaz-Don’t Clean Up This Blood), mantiene un’attenzione al dettaglio realista, riscontrabile e collocabile nell’identificazione di un profilo socio-culturale. Il costoso orologio portato al polso da uno dei complici degli  Zagari, e del quale l’acuto Antonio si accorge subito, diventa cosi il presagio di quella che poi scopriremo essere un’esecuzione, dislocata sul pretesto dell’affiliazione del fratello più giovane, Enzo, in una ciclicità che mette insieme la portata iniziatica del  “battesimo” criminale e la deriva terminale di precari (contro) valori come fratellanza e lealtà abbattuti sotto il peso della pietra tombale dell’interesse e dell’opportunità. La destrutturazione di quel mondo a parte, almeno su un piano di significato, e della romantica retorica banditesca che lo attraversa , pur resa da una rappresentazione che fa fatica a tenere insieme con egual efficacia tutti gli elementi di cui è disseminato il racconto, limitandosi ad una necessaria esposizione per non far perdere il filo, è da ricercare nell’attaccamento agli ambienti, alle azioni, ai corpi: ogni soggetto è stritolato nelle inquadrature fino alla corrosione e al deperimento, e solo le risorse intellettuali e emotive a cui riesce ad attingere Antonio offrono uno spiraglio non solo di effimera sopravvivenza, ma di fitta elaborazione di un vissuto fatto di traumi inflitti e subiti, e dati  troppo  per scontati.

La scelta di Vicari, mantenuta con qualche cedimento più corrivo, è allora quella di applicare su questa storia forse già detta e vista, un’estetica sporca, terragna, epidermica per far emergere il disarmante umanesimo dietro la maschera dell’assassino. Primi piani spesso strettissimi, e non solo sui volti, ma sulle parti della corpulenta e strabordante fisicità di un interprete fisico e potente come Gabriel Montesi, che fa Antonio cercando di innestare una gestualità e un’ inflessione che ne tradisce la ritrosia e la dolcezza  sommersa dalla scorza esagitata del killer, a cominciare dal terrore del contatto con il sangue, nel paradosso grandguignolesco e post tarantiniano di continue e improvvise esplosioni di proiettili in spazi ridotti come l’abitacolo di una macchina (inevitabile pensare a Pulp fiction). Le immagini diventano il backstage della sue memorie, la visualizzazione di un processo che è passato attraverso gli assalti e gli inciampi di una vita esperita alla maniera di un action movie, per giungere al varco  di una dismissione e di una resa. Lo sfiancamento tra ordinario e straordinario raggiunge l’apice del suo parossismo nella casa che Antonio compra per andarci a vivere con Angela e con loro bambino, un posto fuori mano con tanto di nascondigli e cunicoli che erano serviti ai partigiani durante la seconda guerra mondiale. Il detour domestico con la prospettiva di una fuga fine pena mai, fino alla decisione di fermarsi e di affidarsi alla tregua di un pentimento un po’ più tardivo delle conseguenze che ha prodotto.

                  Vinicio Marchioni e Selene Caramazza

Non c’è comunque una demarcazione moralista nell’atteggiamento di Vicari verso Antonio, che appare vittima di un meccanismo e di un sistema, mentre in maniera ben più lucida e critica vengono presentate le figure del padre Giacomo (Vinicio Marchioni) e del suo boss di riferimento, portatori dell’ assenza di pietas di una linea verticale e patronimica che può essere spezzata solo da un atto divergente compiuto dal predestinato successore. E il momento preciso di una cosi radicale presa di coscienza per Antonio si ferma negli occhi allucinati e perduti con i quali Enzo (con l’espressività  incredibile di Andrea Fuorto, già memorabile in Patagonia di Simone Bozzelli), risucchiato dal nuovo mercato del consumo e del traffico di droga, va incontro a una precoce fine. Quegli occhi che, distante ed estraniato, appena uscito di prigione, può solo immaginare nel rimbombo sordo  di un rimpianto e nel pensiero acuto di una propria, prossima conclusione. Una proiezione magari fin troppo schematica,  che però  pone un dubbio e una possibilità,  e per la quale occorre forse prendere in prestito, alla ricerca di un surplus di sostanza,  la forza evocativa dei versi pavesiani.

“Val la pena essere solo, per essere sempre più solo?/Solamente girarle, le piazze e le strade/sono vuote. Bisogna fermare una donna/ e parlarle e deciderla a vivere insieme”.

In anteprima alla Mostra di Venezia 2025 (sezione Spotlight).
In sala dal 4 dicembre 2025.


Ammazzare stanca  – Regia: Daniele Vicari; sceneggiatura: Andrea Cedrola, Daniele Vicari; fotografia: Gherardo Gossi; montaggio: Benni Atria; musica: Teho Teardo; interpreti: Gabriel Montesi, Vinicio Marchioni, Andrea Fuorto, Selene Caramazza, Rocco Papaleo, Thomas Trabacchi, Pier Giorgio Bellocchio, Cristiana Vaccaro, Francesco La Mantia; produzione: Pier Giorgio Bellocchio e Manetti Bros. per Mompracem con Rai Cinema; origine: Italia, 2025; durata: 129 minuti; distribuzione: 01 Distribution.

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