Presentato in anteprima al Festival americano di Telluride, La ballata di un piccolo giocatore del ormai celebre regista tedesco-austriaco-svizzero Edward Berger torna ad essere un altro film sulla salvezza e la dannazione. Tuttavia, è, però, ben lontano dalla riflessione sulla politica cattolica fra la Cappella Sistina e la caffetteria del Vaticano del precedente Conclave, essendo, invece, ambientato tra i casinò di Macao e interpretato dal carismatico Colin Farrell nei panni di Lord Doyle, un aspirante giocatore d’azzardo in gravi difficoltà economiche. Sebbene lo stile bombastico di questa nuova opera contrasti con il lavoro precedente, Berger continua di nuovo a riflettere sullo spirito e sull’animo umano, questa volta trattando il tema della dipendenza dal gioco e dell’avarizia in modo massimalista e sfoggiando un grande uso del technicolor. Forse meno intrigante di Conclave – e sicuramente il soggetto è più “frivolo” -, La ballata di un piccolo giocatore rimane un lavoro visivamente accattivante, frenetico nel ritmo e fortemente seducente, grazie soprattutto all’interpretazione del protagonista maschile. Come il regista ha raccontato al pubblico del Telluride Film Festival, si è trattato di una sorta di sua lettera d’amore all’attore Colin Farrell.
Tratto dall’omonimo romanzo dell’inglese Lawrence Osborne, veniamo a conoscere subito il protagonista Brendan Thomas Reilly alias Lord Doyle che è insieme un dandy, parcheggiato nella suite di un Hotel a cinque stelle di Macao, un truffatore poco avvertito e un giocatore d’azzardo con una serie di sconfitte alle spalle. Fin dall’inizio, i problemi finanziari del protagonista sono evidenti, poiché non riesce – in una scena quasi comica – a sfuggire al personale dell’Hotel, intenzionato a riscuotere il suo conto esorbitante, che chiaramente non può permettersi di pagare. Il direttore del lussuoso albergo gli concede tre giorni per saldare quanto deve. A parte il suicidio, che contempla di tanto in tanto, Doyle è sicuro di poter risolvere la sua situazione soltanto in un modo: ai tavoli di gioco del baccarà. Ma i suoi problemi sono molto più gravi di un conto d’albergo, e il film segue la sua progressiva spirale discendente verso l’abisso, tramite una fotografia colorata e a tratti psichedelica, perfettamente in linea con l’atmosfera sgargiante dei casinò di Macao.

L’uso di colori estremamente vivaci sullo schermo è uno degli aspetti più sorprendenti del film. La parte iniziale è una tavolozza di verde neon, rosso ciliegia, rosa e oro scintillante, che sottolinea tutto il contesto dove si svolge la storia: dagli interni degli hotel agli abiti appariscenti di Doyle, alle facciate dei casinò, alle sale da poker, fino alle fontane che sembrano danzare. Ogni scena successiva è, invece, un montaggio dai toni a contrasto, tra cui spicca una sequenza molto accattivante e riuscita dove la stessa tonalità brillante di rosso, incorniciata dal bagliore verde dei vicoli di Macao, collega il rossetto e il cappotto di seta della donna amata da Doyle, Dao Ming (Fala Chen), con il sangue di una vittima del gioco d’azzardo e il taxi che li porta in salvo.
La storia è popolata da personaggi edonisti ben vestiti e da spregiudicati borderline, tutti resi in scena da eccellenti attori. Deanie Ip è, così, una matriarca del tavolo del baccarà, decadente e facoltosa, mentre Alex Jennings un gaudente inglese dell’alta società e giocatore anche lui. Fala Chen interpreta, invece, una donna sensuale e predatoria, Dao Ming, prestatrice di denaro a disperati giocatori d’azzardo al verde, che inizialmente promette di essere un personaggio complesso fino a quando – indipendentemente dalla recitazione dell’attrice – non scivola in un ruolo più fantasioso e banale. In contrasto con queste figure pittoresche, Tilda Swinton entra in scena, con l’abbigliamento di una maestra di scuola e un accento britannico da classe operaia, nei panni di un’investigatrice privata, Cynthia Blithe, che dà la caccia a Doyle per le sue malefatte, dimostrando così una gamma recitativa praticamente infinita. Infine Colin Farrell – nonostante la reputazione da ragazzaccio scapigliato che si era guadagnato da giovane – già in passato aveva dimostrato più volte di avere un talento unico e raro, che qui riesce a mettere in piena mostra.

Nel complesso, dunque, La ballata di un piccolo giocatore è un film vivace e coinvolgente, ma la domanda che ci tormenta resta la seguente: che senso ha tutto quanto ci viene raccontato? Sebbene sia una favola morale, la messa in scena appariscente e surreale sembra distrarre lo spettatore dal messaggio che ci vorrebbe trasmettere. C’è farsa e umorismo, certo, ma non si tratta di una commedia vera e propria. A volte sembra destinato a essere una sorta di storia d’amore, ma nemmeno questo obiettivo viene poi raggiunto. Quanto ci resta, è il ritratto di un personaggio tragico, più elegante che profondo, avvincente ma poco simpatico, e sebbene l’opera di Edward Berger sia realizzata con stile e accuratezza, semplicemente non vola veramente in alto, non va mai oltre la somma aritmetica delle sue singole parti. Un peccato.
Su Netflix dal 29 ottobre 2025.
La ballata di un piccolo giocatore (Ballad of a Small Player)– Regia: Edward Berger; sceneggiatura: Rowan Joffe, dall’omonimo romanzo di Lawrence Osborne; fotografia: James Friend; montaggio: Nick Emerson; musica: Volker Bertelmann; interpreti: Colin Farrell, Fala Chen, Tilda Swinton, Alex Jennings, Deanie Ip; produzione: Good Chaos, Nine Hours, Stigma Films; origine: GB, 2025; durata: 101 minuti; distribuzione: Netflix.
