37° Trieste Film Festival (16-24 gennaio 2026) – Una presentazione del programma

“Trieste è la città italiana più mitteleuropea. Ogni cosa a Trieste è sospesa tra due mondi, tra due culture, tra due lingue” (Claudio Magris).

E il Trieste Film Festival 37a, storico e principale appuntamento italiano con il cinema dell’Europa centro orientale, in programma dal 16 al 24 gennaio 2026, conferma appunto la sua vocazione di laboratorio permanente e di pontiere rispetto alla geografia mobile che dai balcani e dall’Europa dell’Est muove verso Ovest.

Il festival, la cui edizione zero risale al 1987 (allora si chiamava “Alpe Adria: aree cinematografiche a confronto”), momento storico complesso e di grandi trasformazioni a venire, è stato da subito il precipitato di un lavoro di ricerca decennale sul cinema dell’Europa centro orientale svolto a Trieste soprattutto da critici e cinefili che, negli anni ‘70 e ‘80, hanno organizzato numerose, inedite e assai partecipate rassegne di cinematografie di quelli che allora erano i paesi d’oltre cortina (Polonia, Ungheria, Slovenia, Cecoslovacchia, Jugoslavia), ‘sbloccando’, in questo modo, la visione di opere fino ad allora emarginate dalla duplice censura: “blocco sovietico” e mercati occidentali.

Nel corso degli anni il festival si è accresciuto, ospitando anteprime nazionali e internazionali di registe e registi emergenti, e talvolta anche affermati, e ampliando la propria offerta aprendosi all’ibridazione di generi e all’eterogeneità delle forme cinematografiche (fiction, documentari, mediometraggi e corti, art-house, sonorizzazioni).

Quest’anno i lungometraggi in concorso saranno 8, tra i cui titoli, tutti in anteprima italiana, si segnalano: Svečias, esordio del lituano Vytautas Katkus, centrato sull’ambivalenza del ritorno nella sua città d’origine; Fantasy, della slovena Kukla, storia dell’incontro tra tre ventenni indipendenti con Fantasy, donna transgender; Elena’s shift, del greco Stefanos Tsivopoulos, che racconta il percorso di consapevolezza della rumena Elena ad Atene, tra desideri, diritti e attivismo; e infine Sbormister di Ondřej Provaznik, salto nella Repubblica Ceca degli anni ‘90 e ispirato al caso dei “Bambini di Praga”.

Sul versante dei documentari il numero dei lavori in concorso, selezionati non solo entro i confini europei, sale a 10, con tematiche che toccano le vite quotidiane stravolte dalla guerra come in Milantropos, del collettivo ucraino composto da Yelizaveta Smith, Alina Gorgova e Simon Mozgovyi, in cui le registe ci conducono in mezzo a luoghi devastati e a esistenze divise tra istinto di sopravvivenza e bisogno di solidarietà; oppure come in Quartlis Tskhoveba, dei georgiani Tamar Kalandadze e Julien Pebrel, indagine intensa sui traumi e il senso di esilio di alcune famiglie rifugiatesi nel sanatorio di Tblisi. Altri lavori si articolano, invece, su piani più simbolici, come Welded Togetje di Anastasija  Mirošničenko, in cui il lavoro di saldatrice di metalli di Katya, giovane donna abbandonata da bambina, fa da vettore metaforico al suo desiderio di ritrovare la sua famiglia perduta; o ancora si pongono su livelli più meta e poetici, come accade in Outliving Shakespeare, del duo armeno-russo composto da Inna Sahakyan e Ruben Ghazaryan, che ci porta in una vecchia e fatiscente casa di riposo russa, dove la messa in scena di opere teatrali provoca negli anziani, e nel loro senso di solitudine e fragilità, uno sconfinamento vitale tra dramma e realtà.

Inoltre ci sarà il concorso dei cortometraggi, con ben 14 titoli, e le le interessanti sezioni “Visioni Queer” (tra i 10 titoli si segnalano Aktyvistas del lituano Romas Zabarauskas, che segue un infiltrato in un gruppo neonazista alla ricerca dell’assassino del suo fidanzato, e In hell with Ivo, della bulgara Kristina Nikolova Dalio, con al centro l’artista e cantautore queer Ivo Dimichev) e “Fuori dagli schermi” (con Vetre, pricaj sa mnom, racconto intimo e semi autobiografico del serbo Stefan Djordjevic, e Zemljio Krast, dramedy della slovena Ziga Virc).

Infine, anche quest’anno ci sarà un focus sul cinema realizzato da registe e documentariste, ovvero la sezione “Wild Roses”, che stavolta si soffermerà sul cinema di filmmaker, più o meno contemporanee, provenienti dalla Slovenia, con titoli quali Ne pozabi me di Anja Medvev, del 2025, V Tisini Zivljena di Nina Blazin, del 2024, Instalacija Ljubezni di Maja Weiss, del 2007, e Slepa Pega di Hanna A. W. Slak, del 2002.

Aprirà il festival, il 16 gennaio al Teatro Miela, in anteprima italiana, Franz di Agneska Holland, biopic cangiante sulla vita e le opere del grande Kafka, scrittore boemo che tuttavia, come noto, scriveva in tedesco, e la cui scrittura appunto deterritorializzata ha ispirato il volume, imprescindibile, Kafka. Per una letteratura minore (Deleuze e Guattari, 1975); mentre il 20 gennaio, presso il Politeama Rossetti, il russo, dissidente, Kirill Serebrennikov presenterà, sempre in anteprima italiana, The disappearance of Josef Mengele, incentrato sul confronto – ma frammentato e costellato di fughe, scarti e lacune – tra un figlio e il padre, il medico nazista noto come “Angelo della morte”, fuggito in Sud America dopo la fine della seconda guerra mondiale e mai resosi responsabile dei crimini commessi -il suo discorso sarà ovviamente pieno di buchi e tradimenti.

“Trieste è Italia, ma è un’Italia strana. L’eccentricità, l’anomalia della Venezia Giulia, la sua storia, il dialettaccio, la linguetta, sono una combinazione di fattori che induce un senso persistente di spaesamento” (Mauro Covacich).

Sarà anche colpa del vento. Un’influenza che al tempo stesso appare come chiara e scura, aspra e vorace. Spazio allora anche alle linee e agli angoli sghembi modellati dalla nota bora triestina e fin dalla locandina: paesaggio con figure e vento composto con scatti del grande fotografo triestino Ugo Borsatti, scomparso lo scorso anno.

Dacché, del resto, “la Bora nassi in Dalmazia, la se scadena a Trieste e la mori a Venessia” (proverbio triestino).

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