28 anni dopo – Il tempio delle ossa di Nia DaCosta


Siamo dunque giunti al quarto capitolo (o sarebbe meglio dire terzo?) della saga zombie (sebbene zombie non siano, ma infetti, come anche i sassi sanno) creata da Danny Boyle e Alex Garland  ventiquattro anni or sono. E proprio da queste informazioni contraddittorie, precarie, dal senso di indeterminatezza che è la cifra che innerva questa operazione lunga cinque lustri, da cui bisognerebbe ripartire, per parlare di  un’opera distopica che proprio attraverso questo senso di incertezza si tiene ancor più ancorata al presente. “Vedere qualcosa che non c’è” a un certo punto qualcuno dirà, nel doppio senso di sguardo che travisa la realtà, ingannato, ma anche di sguardo che la anticipa. Con Boyle sceso dalla plancia di comando della regia, pur rimanendo nelle vesti di produttore assieme al fidato Andrew Macdonald, la direzione narrativa dell’intero progetto ricade quasi interamente sulle spalle del demiurgo Alex Garland, affiancato da Nia Da Costa alla regia, che dimostra di non essere lì per caso, che lei, il cinema di genere, lo frequenta e lo conosce bene e che l’infelice parentesi The Marvels è stata, appunto, solo una parentesi.

Avevamo lasciato il giovane Spike (Alfie Williams) subito dopo aver detto addio per sempre al piccolo villaggio sull’isola di Lindisfarne e a suo padre Jamie (Aaron Taylor-Johnson), avendovi fatto brevemente ritorno per mettere in salvo la piccola neonata accudita assieme alla madre morente. Il suo girovagare per i vasti e desolati territori inglesi, tuttavia, lo ha portato al cospetto  di sir Jimmy Crystal (Jack O’Connell), convinto di essere il figlio di Satana, l’anticristo.  In un misto di fanatismo, malafede e malattia mentale, lui e i suoi seguaci, le sue sette dita (come sette sono le teste della bestia nel libro dell’apocalisse), si rendono artefici di azioni efferate, uccidendo non solo gli infetti, ma anche le persone innocenti che incontrano sul proprio cammino. Spike, ribattezzato impersonalmente Jimmy, come le altre sei dita, non è certo abituato a queste atrocità e, tuttavia, non trova il coraggio di ribellarsi e fuggire, per paura della sicura rappresaglia che il gruppo metterebbe in atto. Solo e isolato può contare unicamente sull’aiuto di Jimmy Ink (Erin Kellyman), la sola nel gruppo a dubitare dei metodi manipolatori e coercitivi del loro capo, mentre l’unica altra persona che conosce, il dott. Ian Kelson (Ralph Fiennes, straordinario per intensità, folle e dolente al contempo) pare troppo lontano e troppo occupato a cercare una cura al morbo, sperimentando nuovi mix di farmaci con l’Alpha Solomon, per poterlo aiutare.

Garland, Fiennes e Nia Dacosta, sono i tre nomi da cui dipende, dunque, l’ottima riuscita di questo nuovo capitolo di questa saga horror distopica.

Se del primo, a più riprese, abbiamo elogiato la lucidità di visione e scrittura, la capacità di riportare in parole e immagini uno spaccato dei nostri tempi, del secondo non si può non elogiarne la grande prova attoriale: buona parte del film, infatti, poggia sulle sue spalle, senza tuttavia nulla togliere ad Alfie Williams e Jack O’Connell, entrambi perfetti nei rispettivi ruoli.

Nia DaCosta, come scrivevamo in premessa, è una regista che il cinema di genere lo frequenta e sa come utilizzarlo (sua è la rilettura politica, in chiave black lives matter, del film horror Candyman, 2019), con Sean Bobbitt ad affiancarla come direttore della fotografia (sostituendo Anthony Dod Mantle), vengono in qualche modo stemperati gli eccessi (visivi, ma anche sonori) del precedente capitolo. Le immagini diventano meno concitate e frenetiche, talvolta contemplative, i decibel si abbassano e con essi anche il ritmo della narrazione, ma non la potenza del messaggio, con gli evidenti echi sociali e politici cari alla migliore tradizione dei B-Movie.

Se “Memento mori” e “Memento amori”, le locuzioni latine pronunciate dal Dr. Kelson, erano i due poli all’interno dei quali si dipanava la vicenda narrata nella precedente pellicola, per quella attuale possiamo dire che la narrazione si fonda attorno all’atto stesso del ricordare, di elaborare il proprio passato traumatico e doloroso in direzione di un nuovo senso da conferire alla propria esistenza (e la musica pop dei Duran Duran, con la loro Ordinary World, sta lì a sottolinearlo), aprendo le porte alla speranza.  Ricordati di sperare, “memento sperare”, si potrebbe riassumere.

Così, come ogni zombie-movie che si rispetti, se tra uomini e infetti, quelli che fanno più paura sono proprio i primi (le orde dei secondi sono, infatti, assai sparute), vi è però tra loro chi alla speranza non ha rinunciato. Ancora convinto di riuscire a trovare una cura, Kelson è una sorta di Robinson Crusoe, con indigeno infetto, che vive in questa remota cattedrale nel deserto fondata sulle ossa dei defunti, un’isola dove scienza e ragione sono circondate da paura e superstizione.

La sua degna controparte è, naturalmente, sir Jimmy Crystal. Lui che il suo passato traumatico non è stato in grado di elaborarlo, se non nei termini di una visione distorta e irrimediabilmente sadica del mondo. Un passato che decide di distorcere ancor di più, di manipolare per fini meramente utilitaristici, per trarre vantaggio dal proprio presente e da chi gli sta attorno. Grande narratore e manipolatore, costui è particolarmente capace di soffiare sulle fiamme dell’odio, della diffidenza e della violenza, piegando la realtà a suoi bisogni, vedendo un mondo che non c’è ma a cui è facile credere.

Ragione e superstizione, realtà e manipolazione, solidarismo e individualismo, circondati da un mare di vittime innocenti. Il riferimento alla pandemia da Covid 19 e agli odierni populismi appare quasi inevitabile.

Ma, come accaduto con la nascita di una bambina sana dal grembo di una donna infetta, anche in questo caso una luce in fondo al tunnel Garland e DaCosta pare vogliano donarcela, in questo che è, a giudizio di chi scrive, il migliore dei capitoli della saga, in un finale di cui non scriviamo nulla ma che ci proietta, grazie all’immancabile cliffhanger,  dritti verso l’atteso ultimo atto.

In sala dal 15 gennaio 2025.


28 anni dopo – Il tempio delle ossa (28 Years Later: The Bone Temple) Regia: Nia DaCosta; Sceneggiatura: Alex Garland; fotografia: Sean Bobbitt; montaggio: Jon Harris; musica: Hildur Guðnadóttir; interpreti: Ralph Fiennes, Alfie Williams, Jack O’Connell, Erin Kellyman, Chi Lewis-Parry, Emma Laird, Robert Rhodes, Louis Ashbourne Serkis, Maura Bird, Cillian Murphy; produzione: Danny Boyle, Alex Garland, Andrew Macdonald, Peter Rice, Bernie Bellew; origine: USA/Gb, 2026; durata: 110 minuti; distribuzione: Eagle Pictures.

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