In un villaggio della Moldavia più remota, dove il ciclo della vita è quello rurale e caratterizzato da una sequenza di fasi osservabili in modo sensibile -un ciclo duro e incombente, scandito dalle necessità agricole, ma anche un tempo dove poter ancora accostare le stagioni, ritmate da luci, piogge e neve-, Elena, contadina quarantenne e aspirante sindaca, giorno dopo giorno non smette di andare in soccorso di chi è in difficoltà, con l’intento di sostenere e connettere i bisogni di ciascun abitante nel sen(s)o di un fare-comunità, lungo un asse che dialoga con il più ampio contesto moldavo di precarietà sociale e migrazione.
Electing Ms Santa, primo bel lungometraggio della giovane regista moldava Raisa Răzmeriță, che ha ricevuto il Premio CEI (Central European Initiative) al Trieste Film Festival, il cui titolo slitta con ironia tra il sacro e il profano, segue la vita di Elena in una esplorazione al tempo stesso sociale e politica di un territorio (non UE) suggestivo e dimenticato dalle rotte estrattive e turistiche, un luogo radicato nella dignità contadina e con un’economia principalmente di sussistenza, e di conseguenza, come emerge man mano nel documentario, soggetto a spopolamento -la regista, con studi in filosofia, viene da esperienze di lavoro con varie ONG e sembra conoscere bene il contesto di riferimento.
Ma quello di Electing Ms Santa è anzitutto un viaggio, durato ben sette anni, nella scoperta del sé da parte di Elena, fino ad allora stretta in ruoli con maglie strette che troppo spesso l’hanno resa infelice e insicura, e del suo ‘autentico’ processo di trasformazione sostenuto da un adamantino senso di giustizia e di liberazione del sé. In un crescendo contagioso, Elena coinvolge amici, con cui pulisce strade e ipotizza miglioramenti ambientali, anziani soli, cui distribuisce tempo e regali natalizi, e bambini, spettatori di flash mob gioiosi con Elena travestita da Miss Babbo Natale.
Il documentario mostra la vita della protagonista, con naturalezza, e allo stesso tempo stimola, con una misura tipica del miglior documentario d’osservazione, un discorso politico e sociale. Davanti alla mdp sembra insomma scorrere una storia vera, con un bassissimo livello di manipolazione da parte della regista, che si pone in ascolto dello spazio-tempo, delle paure e dei desideri della sua protagonista.
Come la prima sequenza, in cui la mdp segue Elena, durante le festività, percorrere una strada piena di neve, diretta verso le case dei suoi vicini di casa e amici. Scorgiamo il paesaggio -in quella che parrebbe una soggettiva della protagonista- e poi vediamo emergere il suo corpo, affaticato e curvato da una escrescenza permanente sulla schiena. La modalità registica di osservazione, sempre rispettosa verso l’alterità del soggetto, non si limita al fornire la traccia informativa, arrivando a cogliere, tramite una durata immersiva e pochi stacchi, quindi per via di un’apertura verso l’imprevedibilità dell’istante, la peculiarità e singolarità di questa specifica donna. C’è un tono di purezza (termine complicato e desueto) che appartiene al personaggio e anche allo sguardo della regista, probabilmente. Che parla della Moldavia rurale ma anche di altre parti del mondo, dimenticate o abbandonate dalla storia. Così che Elena, come alcuni personaggi della letteratura slava, o come anche in certi film di Béla Tarr, pensiamo al postino Janos nel piccolo centro abitato di una ostile pianura ungherese in Le armonie di Werckmeister, via via, nel procedere degli anni e delle riprese, diventa il centro pulsante di una qualità non così comune, e cioè quella di non fermarsi davanti allo scorrere degli eventi, optando magari per la via più sicura o più comoda. Piuttosto per Elena sembra del tutto necessario il perseguire, con tenacia e coraggio, come appunto fossero le tappe di un ciclo naturale ma al tempo stesso irriducibilmente creativo, una purezza di intenzioni e un desiderio che non chiede contropartita forzata, foss’anche il voler vincere le elezioni.

L’istinto di Elena (e forse anche della regista), allora, appare rivolto senza esitazioni alla protezione della vita, la sua (incluso il suo desiderio) e quella della comunità, e nonostante le durezze e le ingiustizie di una esistenza scomoda e spesso negata -dalla corruzione e dalla violenza della microfisica patriarcale del potere, che influenza e transita in tutte le relazioni sociali a qualsiasi latitudine. In questo modo Elena, con la sua pratica quotidiana, umile e anti-autoritaria della ‘salvezza’, arriva a ridefinire la stessa categoria di limite, allorché esso viene sottratto dall’ambito normativo e dal fine utile. La stessa regista racconta come quella di Elena sia, infatti, “la storia di una donna semplice di un piccolo villaggio in Moldavia che cerca un senso al di là dei propri limiti”. Una forma di soggettivazione, allora, eccedente anche i limiti che costruiscono, invece, il soggetto classico, geloso della sua padronanza e del proprio (p)avido consolidamento.
Nel progredire della partecipazione della protagonista alle elezioni comunali non mancano lampi di ironia, deviazioni inattese e soprattutto l’avvicendarsi di spazi di luce e zone di oscurità, in cui -ed è un gran pregio- l’eccedenza non si trasforma nella finzione del pensiero positivo, con sotteso il ricatto dell’happy-end. Piuttosto il lavoro di osservazione di Raisa Răzmeriță, lontano dalla retorica dell’agiografia (figura sempre un po’ funebre), con grande attenzione ed empatia riesce a tratteggiare, fino alla fine (che non finisce), l’esperienza instabile, autentica e attiva di una donna capace di interrogare – ancora- il nostro tempo.
Electing Ms Santa (L’elezione di Miss Babbo Natale) – Regia: Raisa Răzmeriță; sceneggiatura: Raisa Răzmeriță, Ion Gnatiuc; fotografia: Ion Gnatiuc; montaggio: Mircea Olteanu; suono: Ioan Filip, Dan-Ștefan Rucăreanu; interpreti: Elena Cernei, Ana-Maria Cernei, Ana Rusu, Vlad Cernei, Vitalie Strateciuc; produzione: Ion Gnatiuc per HaiDOC Productions; origine: Moldavia/ Romania, 2025; durata: 96 minuti.
