
Se ne va a due giorni dal suo 87esimo compleanno, che sarebbe stato il 25 gennaio, l’attore e regista fiorentino Carlo Cecchi. Una grande perdita per il teatro, che fu il suo primo e vero amore, ma anche per il cinema, dove si fece notare nel 1991, chiamato da Mario Martone, interpretando il ruolo di Renato Caccioppoli in Morte di un matematico napoletano (in realtà aveva girato dei film anche prima, tra i quali il notevole Le 24 ore di Le Mans).
La voce a tratti stentorea con acquisite inflessioni napoletane forse in omaggio a Eduardo, il viso affilato e seduttivo, i bei capelli sempre tormentati, Cecchi possedeva un carisma naturale, e naturalmente calibrava la propria recitazione a seconda delle situazioni: a teatro praticava con autorevolezza i testi di Beckett, Čechov, Molière, Bernhard, al cinema ha fatto di tutto: il giornalista di guerra con Bernardo Bertolucci, il magistrato sotto scorta con Ricky Tognazzi, “l’arcano incantatore” con Pupi Avati, un aspirante suicida con Valeria Golino, una volta perfino il Papa in un curioso film in costume di Fabio Bonzi intitolato Oro.
Mi dicono che non fosse sempre facile stargli vicino, certo amava bere, anche parecchio, volentieri aveva una bottiglia di whisky a portata di mano; ma posso dire, per quel nulla che conta questo mio ricordo personale, che con me fu gentile e sorridente la sera in cui, una vita fa, Daria Nicolodi, sua cara amica, me lo presentò in camerino dopo aver visto insieme uno spettacolo a teatro.
Ho saputo della sua morte da un post su Facebook dell’attore Tommaso Ragno, il quale scrive, nel ricordare l’amico e collega: «Addio Carlo, sei stato un maestro immenso. Come solo un uomo del Novecento poteva essere. Un antico maestro per cui ho eterna gratitudine: per aver egli reso attraverso il teatro meno banale la mia vita su questa terra e averla arricchita di qualcosa oggi perduto e introvabile: il senso della durata nelle cose».
Meglio non si poteva dire.
