
Finale di partita di Samuel Beckett, per la regia di Gabriele Russo, in scena al Teatro India, si impone come un’indagine radicale sui legami umani quando questi si trasformano in strutture di controllo, dipendenza e sopravvivenza emotiva. L’universo del grande scrittore irlandese diventa qui uno spazio domestico e mentale al tempo stesso, una casa-prigione in cui la famiglia non è più luogo di origine, ma campo di battaglia irrisolto.
La regia di Russo lavora per sottrazione, affidando alle pause, ai silenzi e alla reiterazione dei gesti il compito di raccontare rapporti disfunzionali che si reggono su equilibri fragili e perversi. Il controllo non è mai esplicito, ma insinuato nella parola detta e soprattutto in quella trattenuta; si manifesta come bisogno reciproco, come impossibilità di separarsi davvero. I personaggi sembrano condannati a restare insieme non per amore, ma per paura del vuoto.
Al centro della scena domina una solitudine condivisa, che non nasce dall’assenza dell’altro ma dall’incapacità di essere visti fino in fondo. In questo spazio chiuso, i ricordi di famiglie irrisolte riaffiorano come detriti del passato: non c’è nostalgia, solo una memoria che pesa, che inchioda i corpi a ruoli mai scelti. Le relazioni familiari appaiono intricate, segnate da gerarchie interiorizzate e da affetti mai dichiarati apertamente, come se nominare l’amore significasse esporsi a una perdita irreparabile.
Il lavoro attoriale è decisivo nel rendere palpabile questa tensione costante. Michele Di Mauro costruisce una figura attraversata da un’ironia nervosa e da una fragilità che si traveste da autorità: il suo controllo è una maschera necessaria per non crollare. Giuseppe Sartori incarna invece la contraddizione di chi vorrebbe fuggire ma resta, dando corpo a un desiderio di futuro che non riesce mai a tradursi in azione. Alessio Piazza e Anna Rita Vitolo, infine, confinati in una dimensione apparentemente marginale, diventano depositari di una memoria familiare deformata e dolorosa: i loro corpi raccontano il tempo che passa senza risolversi, la sopravvivenza ridotta a resistenza.
In questo intreccio di voci e presenze si avverte costantemente l’attesa di un futuro migliore, non come progetto concreto ma come ipotesi emotiva, come illusione necessaria per continuare. Gli affetti restano mai svelati fino in fondo, sospesi tra il bisogno di essere riconosciuti e il terrore di esporsi. Nessuna catarsi, nessuna liberazione: la partita non si chiude, perché ciò che è in gioco non è la fine, ma la consapevolezza.
Russo accompagna lo spettatore fino a questo punto di sospensione, senza offrire soluzioni. Finale di partita diventa così una riflessione potente sull’impossibilità di sciogliere davvero i nodi familiari, sulle relazioni che continuano a esistere anche quando hanno perso la loro funzione vitale, e su quel desiderio ostinato di amore che sopravvive persino nei legami più asfittici.
Uno spettacolo che non consola, ma resta. Come certe famiglie: irrisolte, ingombranti, eppure impossibili da abbandonare.
In scena al Teatro India di Roma sino al 25 gennaio 2026.
Finale di partita di Samuel Beckett (traduzione Carlo Fruttero) – Regia: Gabriele Russo; interpreti: Michele Di Mauro, Alessio Piazza, Giuseppe Sartori, Anna Rita Vitolo; scene: Roberto Crea; costumi: Enzo Pirozzi; disegno luci: Roberto Crea, Giuseppe Di Lorenzo; musiche e progetto sonoro: Antonio Della Ragione; produzione: Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini e Teatro Biondo Palermo.
Foto di copertina: Flavia Tartaglia.
