Wolfram di Warwick Thornton (Concorso)

Alle spalle una grande indigestione di western usa, ma questo film australiano di Warwick Thornton, Wolfram, va oltre il modello americano per introspezione psicologica, Statement politico, e per brutalità coronata però da un gran lieto finale (magari un po’ smielato).

Ambientato negli anni Trenta nelle miniere di wolframio (tungsteno, da qui il titolo), il film è un riferimento storico ai giacimenti di Hatches Creek, nel Territorio del Nord dell’Australia, dove i bianchi sfruttavano comunemente i bambini aborigeni per l’estrazione del minerale in forme di eclatante schiavismo dato, però, per ovvio e scontato e accettato dalla società del tempo. È qui che prende le mosse la storia di una maltrattata madre aborigena, Pansy (Deborah Mailman), che fugge per salvarsi con un neonato in braccio e che sembra voler abbandonare gli altri due figli in miniera.

Il film segue i due fratellini, Max e Kid (Hazel Jackson e Eli Hart), nella loro fuga dai padroni bianchi spietati. A loro si associa poi anche un ulteriore ragazzo, Philomac (Pedrea Jackson), che lavorava sotto un altro padrone bianco, Mick Kennedy (Thomas M. Wright). I tre giovani fuggiaschi vengono inseguiti da Kennedy e due banditi senza scrupoli per i quali uccidere torna facile quanto scolarsi una bottiglia di rum.

La fuga, punteggiata da pericoli, paura e violenza, si arricchisce di un incontro clou con un minatore cinese, accompagnato da un ragazzino, che si rivelerà decisivo e salvifico per i tre in fuga. Risolutivo, nonché ironico e straniante, un colpo fatale di karate del cinese che mette ko il più giovane dei due banditi.

Alla fine, colpo di scena con happy end all’arrivo della compagnia nel Queensland, dove la donna si era diretta nella speranza di ricongiungersi coi figlioletti: i due carri con sopra i tre ragazzi in fuga e i due cinesi intravedono all‘orizzonte il carro con la madre, che a sua volta era stata aiutata nella fuga da un cinese. Segue il riconoscimento, la madre abbraccia i due figlioletti, che sono in realtà bambine che si erano mimetizzate per correre meno rischi. E abbraccia anche il terzo, Philomac, che si scopre essere pure figlio suo, meticcio, figlio di Kennedy che nel frattempo ha fatto una brutta fine ma si è pentito in punto di morte.

Con questo Wolfram, sequel ideale del Premio speciale della Giuria a Venezia 2017, Sweet Country, Warwick Thornton si affaccia alla Berlinale con un’opera d’autore molto speciale, tra le migliori sinora in Concorso. È un film che bene esplora, in formato western, il tema del colonialismo più brutale, dei legami famigliari e della lotta umana per la sopravvivenza.

All’inizio non pensavo di fare un altro film sugli aborigeni – ha raccontato il regista alla conferenza stampa della Berlinale –  ma poi ho letto la sceneggiatura ed ero entusiasta: c’è tutto dentro, la redenzione, il riscatto delle vittime, il recupero della memoria. È una sceneggiatura molto dura, un film molto duro. Ho scelto volutamente di non mettere una colonna sonora. La musica spinge in una certa direzione e invece non ho voluto forzare, ho preferito lasciare come colonna sonora la natura, il paesaggio, gli uccelli, i rumori di fondo: c’è tanta musica in questo film senza musica, ha dichiarato Thornton.

Poi una piccola confessione: adoro i film western, ne ho fatto un’indigestione, ha detto citando fra gli altri Soldato Blu di Ralph Nelson del 1970. E infine: l’assedio di mosche che tormentano nel caldo torrido australiano gli attori attaccandosi sul viso, gli occhi e cibo. Sono mosche vere ma sparate artificialmente sul set a milioni.


Wolfram – Regia e fotografia: Warwick Thornton; sceneggiatura: Steven McGregor, David Tranter; montaggio: Nick Meyers; scenografia: Michael Leon; interpreti: Deborah Mailman (Pansy), Erroll Shand (Casey), Joe Bird (Frank), Thomas M Wright (Kennedy), Ferdinand Hoang (Shi); produzione: Greer Simpkin, David Jowsey per Bunya Productions; origine: Australia, 2026; durata: 102 minuti.

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