Meine Frau weint di Angela Schanelec (Concorso)

Utilizzando una definizione tennistica, si potrebbe affermare che Angela Schanelec (1962, Aalen)  può contare alla Berlinale su una sorta di wild card, quel privilegio che, nel tennis appunto, si concede a un italiano al torneo ATP di Roma, a un inglese a Wimbledon, a un francese al Roland Garros. Non li ho contati ma i film di Schanelec a Berlino sono davvero tanti, e gli ultimi sempre in concorso. Nelle ultime due edizioni la regista si è anche portata a casa due Orsi d’Argento: per il penultimo Music (2023) quello per la sceneggiatura, per il terz’ultimo Ich war zuhause, aber (2019) quello per la regia, dimostrando che la sua presenza a Berlino non è solo frutto di un privilegio, ma un (meritato) attestato di stima internazionale.

Meine Frau weint ovvero mia moglie piange conferma i meriti e la severa coerenza di Angela Schanelec, nel quadro, tuttavia, di uno stile che ha saputo comunque evolversi pur mantenendo alcune caratteristiche inconfondibili che potremmo riassumere in tre fattori, quasi sempre, concomitanti: uso estremamente parsimonioso dei movimenti della macchina da presa con molti minuti (fin dalla primissima scena) a inquadrare sempre lo stesso ambiente, la stessa persona, anche se qui Schanelec si concede durante un percorso in bicicletta un paio di travelling; rifiuto pervicace del campo/controcampo, qui mi sembra di averne contato uno soltanto; tendenza a una struttura giustappositiva e non sintagmatica, quasi che i vuoti fra le singole sequenze li dovesse, se vuole, colmare lo spettatore.

La novità di questo film, incentrata su un grappolo di personaggi, è un uso insistito del parlato, laddove Schanelec, per solito, vi ricorre in modo decisamente parco. Non che parlato significhi dialogo, anzi parlato significa (quasi) sempre monologhi rivolti solo in apparenza a potenziali interlocutori che, verrebbe da dire, quasi casualmente si ritrovano nella medesima stanza e infatti spesso non vengono proprio inquadrati. Monologhi, peraltro – diciamo così – “declamati” in uno stile pronunciatamente antirealista che non può non ricordare quel regista che, forte della lezione di Brecht, ha sistematicamente fatto uso di questa modalità ovvero Jean-Marie Straub (1933-2022). Non so dire, e non ho verificato, ma ho come la sensazione che, come in Straub, in Meine Frau weint alcuni degli attori non siano neanche professionisti, ciò che evidentemente aiuta ad ottenere dell’effetto di straniamento desiderato.

Il tema dominante di questi monologhi – e anche in questo il film, per gli standard di Schanelec, rappresenta una novità – è la relazione fra le coppie, la difficoltà di istituire e di mantenere i rapporti, i traumi che ciascun personaggio, ciascun monologante si porta dietro, senza che questo, lo ribadisco, conduca a quello che si è soliti definire elaborazione, proprio perché ciascuno parla chiaramente solo a sé stesso, suscitando tutto sommato scarso interesse negli interlocutori, se vogliamo chiamarli tali.

In perfetto stile Berliner Schule (di cui Schanelec è e resta insieme a Christian Petzold, che in realtà ha preso ormai ben altre strade), il film predilige, oltre alle scene girate in interni spogli e spersonalizzati, molte scene in non-luoghi, come, in questo caso, un cantiere in mezzo al nulla, un ufficio spoglio, una casa abbandonata, l’autostrada – e poi tanta natura (come nel primo Petzold), una natura che potrebbe essere il Tiergarten di Berlino, ma potrebbe essere qualunque altra cosa, qualunque altro luogo.

E poi, come succede un po’ tutti i film della nostra regista, ci sono improvvise accensioni, scene certamente autoconclusive, ma che riescono a creare momenti di assoluta magia, anche grazie all’estremo rigore dell’inquadratura. In questo film ne restano in mente soprattutto due, tanto più stupefacenti, in quanto rappresentano un momento in cui i personaggi, altrimenti profondamente isolati, riescono, non a caso in silenzio, a interagire. La prima è una scena di ballo su Lover, lover, lover di Leonard Cohen, una scena perfetta, ripresa, in campo medio, attraverso un vetro con la macchina da presa pervicacemente ferma. La seconda, in campo lungo, si svolge verso la fine su una spiaggia e molti dei personaggi giocano a pallamano. Sembrano felici – e anche questo rappresenta qualcosa di nuovo per una regista che non è mai particolarmente allegra e dove i personaggi non ridono praticamente mai. Forse, giunta a 64 anni, Angela Schanelec si è un po’ raddolcita.


Meine Frau weint – Regia, sceneggiatura, montaggio: Angela Schanelec; fotografia: Marius Panduru; interpreti: Vladimir Vulević (Thomas), Agathe Bonitzer (Carla), Birte Schnöink (Andrée), Pauline Rebmann (Karen), Ben Carter (Laszlo), Thorbjörn Björnsson (Esteban), Clara Gostynski (Claudia), Laure-Lucile Simon (Sophie); produzione: Blue Monticola Film, SBS Productions, Maier Bros; origine: Germania/ Francia, 2026; durata: 93 minuti.

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