Prima della guerra. Voto ***(*) . Una interessante opera-prima, una storia violenta della provincia italiana nel cremonese che indaga al microscopio con feroce disincanto la fine di qualsiasi sogno.

Come la voce interiore di Benjy ne L’urlo e il furore di William Faulkner, a descrivere il principio dell’esordio nel lungometraggio di Tommaso Usberti Prima della guerra è Marika (Claudia Poli), giovane creatura che dialoga col mondo in una maniera differente: “dicono che sono autistica, potrei parlare, ma non lo faccio”.
Marika descrive Guido, che abbiamo appena visto compiere un raid con fucili d’assalto nella campagna della Bassa, una sorta di safari locale che stana e uccide gli animali che popolano quelle terre. La sua mira è letale. Marika odia Guido, vuole che se ne vada via; lui, che come lei è diverso dagli altri, un orfano che si dice il padre fosse un poveraccio finito a vivere come un pezzente sulle sponde dell’Oglio e la madre una donnaccia moldava.
Usberti che vive tra l’Italia e la Francia e che ha perfezionato gli studi a Parigi, è tornato nel suo paese natale, Piadena, nel cremonese, per affidare a suo fratello minore il ruolo principale di Guido (Piero Usberti) in una storia di provincia microscopica, Prima della guerra, che indaga con feroce disincanto la fine di qualsiasi sogno: una fine che prevede nuovi inizi in un altrove incerto e con ogni probabilità violento.
L’occasione per Guido arriva da suo cugino ex militare in Afghanistan ormai tornato ai campi per provvedere alla sorella e a una famiglia disastrata che gli presenta un amico di Milano che lavora per un’agenzia americana di sicurezza privata. “Si fanno soldi”, assicura, “ma ci vogliono gli attributi”. E a Guido starebbe anche bene se non avesse appena conosciuto Sonia (Luàna Bajrami) giovane kosovara che lui vorrebbe solo portarsi a letto, ma che invece fa breccia nella sua rabbia.
A chi siamo destinati, verrebbe da chiedersi. Se non fosse che non è mai il destino a combinare gli incontri, quanto i luoghi e i momenti dentro quei luoghi. Lo spazio vitale di Guido è razzista e misogino; la sua ribellione va incontro a questo stile di vita e allo stesso tempo ambisce a scavalcarlo, per emergere, per non essere ricordato come l’orfano di Piadena. Una emersione che ha regole stringenti, come se il solco dal quale volere uscire fosse un cordone ombelicale indistruttibile: le persone hanno un velo negli occhi, dice Sonia, per poterlo tirare via devono prima di tutto poterlo vedere.

In Prima della guerra, Usberti, come recentemente Francesco Sossai (Le città di pianura) e Laura Samani (Un anno di scuola), accentra lo sguardo sulle architetture naturali dell’ambiente e costruisce la storia e i suoi personaggi attorno al respiro che queste producono creando una potente compenetrazione tra gli eventi vissuti e il loro rimbalzo sullo scenario. Guido sente il respiro intenso del mondo animale che lo circonda, ma a differenza del matto del paese che di notte se ne va in giro ad aprire recinti e a restituire la libertà alle bestie, lo bracca, scaricando sulla sua indifferente purezza, il peso intero di una vita senza direzione.
Sonia è il punto di rottura. Quello che Guido si aspetta di trovare e che non aderisce mai alle sue categorie: gli essere umani sono fatti per essere tenuti a distanza, se proprio dobbiamo avere relazioni con loro meglio farlo con superficiale brutalità. Sonia è invece il corpo che non si dà mai completamente e che nel negarsi stringe più forte il legame. Per Guido si tratta, per la prima volta, di stare un passo indietro, di tramutare l’impulso ad agire in un sentimento trattenuto. In una magnifica scena notturna su una panchina deserta l’uomo forte piega la testa e guarda la ragazza straniera dal basso, come fosse impaurito di non avere armi da mostrare.
Andarsene, dunque. Milano aspetta. Come fossimo di colpo dentro Il cacciatore di Michael Cimino, Guido se ne esce per un ultimo assalto alla natura. Sa che niente dal mattino successivo sarà uguale. Spara, ad ogni rumore, contro ogni preda, con la disperata urgenza di chi vorrebbe essere cacciato a sua volta. Ma è solo, con la nebbia che sale e i versi animali che si moltiplicano, lo accerchiano. E poi, dal fondo della radura ecco la voce di Marika: “Maledetto!”, grida. Guido la vede e resta immobile.
Che sia lui quello che “viene qui, uccide e se ne va”, come se bastasse questo a farne un uomo, come se il gesto raccontasse già tutto di questo Prima della guerra. Guido crolla sfinito a terra, la camera stringe sul suo volto, la voce fuoricampo viene dal di dentro: Sonia se ne va, torna al suo Paese, è stata importante, è stata diversa. Forse un sogno.
Prima della guerra – Regia: Tommaso Usberti; sceneggiatura: Tommaso Usberti; fotografia: Mathieu Kauffmann; montaggio: Souliman Schelfout, Nathan Jacquard; scenografia: Léa Carbogno; suono: Paul Guilloteau; interpreti: Piero Usberti, Luàna Bajrami, Massimiliano Balduzzi, Sebastien Halnaut, Cisky Capizzi; produzione: L’Heure d’été, MIR Cinematografica, Eolo Film Productions; origine: Italia/ Francia 2026; durata: 76 minuti.

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