Festival di Venezia (2-12 settembre 2026): Dio ride di Giovanni Veronesi  (Fuori Concorso – Film di chiusura)

Dio ride. Voto ***. Nella Toscana del ‘600 un frate comico e bonario (Pierfrancesco Favino) finisce nel mirino dell’Inquisizione per la sua fede in un dio che ride, ma scoprirà sulla sua pelle che con la Chiesa c’è poco da scherzare.

Il regista e sceneggiatore, già attore e produttore, Giovanni Veronesi, noto soprattutto per la fortunata trilogia Manuale d’amore e per un ampio numero di commedie sentimentali e d’avventura, firma ora la commedia drammatica Dio ride. Scritto con cinque collaboratori  –  tutti maschi, dopo l’eccezione di Pilar Fogliati, co-autrice di Romantiche (2023) e di Romeo è Giulietta (2024), di cui è anche interprete –  Dio ride, è liberamente ispirato a fatti veri del Seicento”.

Vi si narrano le vicende di un frate umoristico oltre che buono, Fra’ Leopoldo da Casamacchia (l’intenso ma a tratti sopra le righe Pierfrancesco Favino) che nell’Umbria del 1652 per scampare alla peste, sconfina in Toscana con un anziano confratello  (il sempre iconico Paolo Rossi).

Qui, grazie al suo modo comico e immaginifico di predicare il Vangelo e il suo credo in un dio giocondo, il candido frate non tarda a conquistarsi la simpatia di un’ampia platea di seguaci. Tra la moltitudine di contadini e contadine povere, che sempre più numerose campeggiano davanti alla sua umile grotta per non perdere una battuta del suo fantasioso repertorio di parabole evangeliche comicamente raccontate ( à la Troisi) c’è però anche l’infelice, giovane moglie del rozzo principe locale, l’aristocratica Isabella Del Drebbio (Alma Noce), che di fronte alla levità d’animo del frate ne diventa la più fedele ammiratrice.

Sarà infatti lei ad intercedere in suo favore con il cardinale Maculani (l’eclettico e sempre più espressivo Silvio Orlando), l’autorevole ma illuminato inquisitore inviato dal pontefice Leone X (interpretato dal fuoriclasse Carlo Cecchi) ad indagare sulle accuse di eresia che sono state mosse al frate dai notabili locali.

Dio ride
  Silvio Orlando

Da questo momento, a circa metà del film, la leggera e ottimistica dramedy comincia ad assumere accenti sempre più sorprendentemente drammatici fino a quando, di fronte alla manifesta intransigenza della Chiesa, l’ilare predicatore finisce per perdere il suo “benedetto“ sense of humour e la sua celeste ironia.

La platea cinematografica si ritrova così ad un’improvvisa virata emotiva, supportata dall’incalzante seriosità della sceneggiatura e della regia che seminando un tono di cupezza nel racconto sostituisce le scene giocose con immagini più o meno tristi e truci. Tra queste colpisce  lo stupro della contessa, ripetuto due volte dai sei autori, che evidentemente hanno ritenuto che una sola volta, anche se senza filtri, non bastasse ad illustrare il concetto, che andava invece sensazionalmente esemplificato attraverso due diverse posizioni fisiche, frontale e posteriore; o gli schiaffoni in faccia, sonori quasi come nei film di Bud Spencer e Terence Hill, sempre inferti alla malcapitata contessa dal rozzo marito,  oltre ai severi trattamenti applicati dalla Chiesa al buon frate in odore di eresia.

Ad incantare in Dio ride  sono soprattutto le location storiche integre, sapientemente scelte nell’area tra Siena, Pisa e Arezzo, e i sorprendenti paesaggi naturali che sottolineano il francescanesimo del protagonista, evocando a tratti l’aspetto divino e metafisico del tema di fondo.

Lo stesso vale in parte per la fotografia di Maurizio Calvesi che nell’incendio della sequenza di apertura ci riporta alle atmosfere cupe e misteriose, ma dai toni caldi, di Il nome della rosa di J. J. Annaud (1986), di cui questo film riprende il tema del tabù del comico e dell’interdizione del riso nella teologia ecclesiale cattolica, sia medioevale che controriformista.

Grazie a qualche simpatica strizzata d’occhio alla contemporaneità con battute come “Il tuo Dio non è solo comico, è anche auto ironico”, pronunciata dall’autorevole cardinale, o comportamenti anticonformisti, sulla scia di Il viaggio della sposa (Sergio Rubini, 1997), come il tiro dalla pipa del cardinale da parte della intraprendente contessa (che poi però si addormenta come se avesse fumato l’oppio), Dio ride avanza, con la sua implacabile e a tratti soverchiante colonna sonora, e senza particolari picchi di noia,  verso la sua poco rallegrante conclusione,  che qui è dovere non rivelelare.

Fino alla fine però la sceneggiatura non riesce a giustificare l’attualità metaforica del suggestivo e impegnativo – anche dal punto di vista produttivo – racconto in costume di Dio ride. Un racconto in cui Dio, che raramente viene evocato dalle immagini, è possibile che rida mentre il pubblico in sala non troppo.

In sala dal 29 ottobre 2026.


Dio ride – Regia: Giovanni Veronesi; sceneggiatura: Giovanni Veronesi, Nicola Baldoni, Gianluca Bernardini, Nicola Deorsola, Jean Jaques Lunga, Paolo Portone ; fotografia: Maurizio Calvesi; montaggio: Patrizio Marone; musica: Paolo Buonvino; interpreti: Pierfrancesco Favino, Silvio Orlando, Alma Noce, Maurizio Lombardi, Carlo Cecchi, Francesco Gheghi, Alessandro Cucca, Paolo Rossi; produzione: Indiana Production, Piperfilm, Ogi Fim; durata: 114 minuti; distribuzione: PiperFilm

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