“L’orecchio è l’occhio dell’anima”. Una passeggiata senza tempo nel padiglione della Santa Sede alla 61. Mostra Internazionale d’arte della Biennale di Venezia (fino al 22 novembre)

L’orecchio è l’occhio dell’anima. Una visita al padiglione della Santa Sede alla 61° Mostra Internazionale d’arte della Biennale di Venezia.

Il tempo è una materia strana. Mentre da un lato scorre inesorabile e indifferente con una cadenza apparentemente regolare, oggettiva – inarrestabile, certo, ma anche rassicurante: stai tranquillo, passerà – dall’altro invece la sua percezione è altamente soggettiva e individualmente modificabile, addirittura malleabile. Viene in mente il famoso blocco di marmo citato da Andreij Tarkovski, che vedeva in particolare il regista cinematografico come uno “scultore di tempo”: qualcuno che “toglie” dalla massa informe del tempo quello non necessario per raccontare una storia sullo schermo. Ma non siamo in fondo un po’ tutti “scultori di tempo” quando scegliamo come trascorrere quello che abbiamo a disposizione nelle nostre vite, nelle nostre giornate?

L’arte è uno strumento formidabile per intervenire in maniera potente sulla percezione del tempo. Alcune delle sue forme come il cinema, la musica, la performance e tutte quelle arti che si articolano in una durata determinata dall’artista lo fanno abitualmente. Altre forme artistiche come la pittura, la scultura e la letteratura, invece, passano il testimone del tempo direttamente a chi entra in dialogo con esse. Posso decidere autonomamente quanti minuti o quante ore trascorrere a guardare un quadro, quante volte rileggere una poesia, senza alcuna indicazione di regia.

L’unico tempo davvero oggettivo è quello della Natura. Totalmente a prescindere dalle nostre umane percezioni la Natura fa il suo corso: stagioni, cicli di luce e buio, il tempo che serve a una pianta per crescere, ad un frutto per maturare, ad un minerale per cristallizzarsi.

In alcuni casi – rarissimi –, all’arte riesce di intersecare tutti questi elementi in un connubio fantastico. Ed è esattamente questa l’esperienza che si può fare entrando nel luogo segreto che la comunità dei Carmelitani Scalzi del Sestriere di Cannaregio ha aperto al pubblico durante la 61. Biennale d’arte di Venezia: il Giardino Mistico all’interno del Convento.

Qui dal XVII Secolo i monaci Carmelitani curano alberi, piante, fiori, spezie e verdure secondo un’attenta simbologia ispirata agli scritti di Santa Teresa di Avila (1515-1582), riformatrice e fondatrice dell’Ordine, la cui lontana origine risale a pellegrini laici che dal XII Secolo praticarono la preghiera in solitudine e la vita eremitica presso il verdeggiante Monte Carmelo in Palestina. Il nome di origine semitica “Karmel”, infatti, vuol dire proprio giardino o anche “vigna di Dio”, sia in arabo che in ebraico.

L’orecchio è l’occhio dell’anima
Foto Sara Piazza

Varcata la piccola soglia esterna da cui si accede al Convento, letteralmente a due passi dalla rumorosa stazione ferroviaria di S. Lucia, si capisce immediatamente che quelle mura di cinta racchiudono molto di più di un bel giardino.

“L’orecchio è l’occhio dell’anima” prima che un’opera d’arte – nel caso specifico una delle due parti del contributo della Santa Sede alla Biennale d’arte, la seconda è nel complesso di Santa Maria Ausiliatrice a Castello – è un’esperienza che trascende la contingenza e proietta i visitatori in un percorso di introspezione condivisa, silenziosa e musicale al contempo.

24 artisti di fama globale – ne cito solo alcuni, fra cui Terry Riley, Meredith Monk, Patti Smith, Brian Eno e Jim Jarmusch – hanno immaginato i suoni, le parole e i silenzi che potessero accompagnare una passeggiata in questo luogo senza tempo. I curatori Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers hanno scelto come fonte di ispirazione per la schiera di artisti coinvolti la figura di Santa Hildegard von Bingen (1098-1179). La famosa mistica benedettina tedesca fu scrittrice, poetessa, linguista, musicista e

L’orecchio è l’occhio dell’anima
Hildegard von Bingen

compositrice, erborista e matematica-naturalista, nonché guaritrice e consigliera politica, diventando una delle donne più influenti del suo tempo.

In collaborazione con il duo di artisti del Soundwalk Collective, Stephan Crasneanscki e Simone Merli, visionari del suono, ciò che il visitatore ascolta nelle cuffie consegnate all’ingresso è una partitura continua che muta in base al ritmo dei propri passi all’interno del giardino. Una piantina svela di chi è la composizione che risuona nelle orecchie mentre si passa accanto all’albero di melograno al centro del giardino, piuttosto che vicino alla piccola vigna o all’oliveto. Nel contemplare camminando i frutti e la bellezza naturale, oppure nel fare una pausa nel percorso, seduti su uno dei sedili di legno disseminati nel giardino è quindi possibile influenzare direttamente quella durata che normalmente è il compositore a determinare.

Possiamo “guardare” i suoni tutto il tempo che ci va. La musica, arte impalpabile, inafferrabile per definizione, diventa così lo strumento per conoscere, o come sosteneva Ildegarda un legame fra “il corpo e il mondo”. Importante notare che le cuffie progettate dal Soundwalk Collective non escludono del tutto i suoni esterni, dal cinguettio degli uccelli al rumore di un trapano nelle vicinanze, fondendo così lo spazio dell’arte a quello della vita: lo scopo della contemplazione, che sia di natura religiosa o laica, è proprio quello di allenarsi nel travalicare “il terreno”.

E a questo proposito, come ha sottolineato il prefetto del dicastero per la cultura José Tolentino Card. de Mendonça, l’azzeccato titolo “L’orecchio è l’occhio dell’anima” è sì ispirato a Hildegard von Bingen ma fu formulato da un altro grande visionario, non della teologia ma del cinema – Alexander Kluge – che si dedicò con passione a questo progetto fino alla sua scomparsa improvvisa il 25 marzo all’età di 94 anni, a un mese dalla sua inaugurazione.

 

 

 

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