Carlo Monni, come un grillo nell’uragano. Voto ***. Un affettuoso e divertente ritratto di un grande attore, comico, performer della scena teatrale, televisiva, cinematografica italiana.
52, cinquantadue sono le persone che Romeo e Valentino Conti (padre e figlio, Romeo è morto prima che il film uscisse, a lui è infatti dedicato), hanno intervistato per parlare di Carlo Monni (1943-2013), un documentario che esalta, celebra e, a tratti, santifica una delle figure più sublimi e più dissacranti, più colte, più veraci, popolari, e non riconciliate del teatro, del cinema italiano, e della televisione, almeno dagli anni ’70 in avanti. Ai 52 testimoni vengono ad aggiungersi decine e decine di spezzoni tratti dai film ai quali Monni ha partecipato e degli spettacoli, talora dei recital che lo hanno visto protagonista.
La televisione? solo chi ha un bel po’ di annetti, ricorderà esattamente cinquant’anni fa la nascita (e la fine) di una trasmissione che sconvolse le assonnate abitudini della TV di stato, allorché RaiDue prese a trasmettere – quattro sole puntate -un programma che doveva chiamarsi Televacca ma che venne ribattezzato Onda Libera, un programma che raccontava la continua interferenza da parte di una sorta di TV locale allocata in una stalla di Capalle, una frazione di Campi Bisenzio, dove Monni era nato. Onda libera disturbava i programmi della televisione tradizionale. I protagonisti erano Carlo Monni e Roberto Benigni che è certamente la figura più celebre fra i testimoni convocati e che è l’incarnazione più evidente di quanto tempo sia trascorso da allora e di come si sia modificata la televisione dissacrante di allora, di come sia cambiato lo stesso Benigni. Proprio lui che, senza falsa modestia, ricorda che il loro programma era uno dei quattro capisaldi del palinsesto di RaiDue del 1976, gli altri erano Carmelo Bene, Eduardo de Filippo e Dario Fo. Vabbè.
Più locale, più – nel senso più alto del termine – provinciale, vernacolare il ruolo svolto da Monni in ambito teatrale, la sua presenza qui si limita quasi esclusivamente alle scene toscane, ai teatrini anche di provincia, dove l’attore, con la sua apparente rozzezza, con la sua inconfondibile poesia e memoria, si riconnette a un’antichissima tradizione di teatro popolare, di improvvisazione, cantore di terzine, quartine, stornelli che mescolano la tradizione medievale colta con quella più squisitamente plebea, paragonabile di nuovo, al lavoro svolto da Dario Fo in Mistero Buffo e altrove. Da non dimenticare la sua capacità unica di cantare, recitare, teatralizzare in modo esilarante, con la sua tipica tendenza, a degenerare nell’ira, alcune canzoni contemporanee di Gino Paoli, Lucio Battisti, Paolo Conte, Franco Battiato. Impareggiabili spezzoni!
E poi c’è il cinema, negli anni in cui – spesso venendo proprio dalla TV – Firenze rappresentò, insieme a Napoli (La Smorfia e il suo più grande: Massimo Troisi) e a Roma (Carlo Verdone), un tentativo a tratti riuscito a tratti meno di rinnovare il panorama della commedia (all’italiana) ormai in via di estinzione. Qui Monni viene percepito, forse non del tutto a torto, come una figura minore, come un comprimario rispetto alle stelle di allora, oltre a Benigni, i Giancattivi, ovvero Alessandro Benvenuti e Francesco Nuti, e poi Leonardo Pieraccioni e Massimo Ceccherini, eppure le sue “comparsate” sono spesso – a distanza di anni – i momenti più indimenticabili di quei film, a oggi invece, piuttosto dimenticabili.
In mezzo a una settantina di film in cui ha recitato, i due esempi più celebri restano i ruoli di Vitellozzo in Non ci resta che piangere (1984) e soprattutto il meraviglioso Bozzone in uno dei più grandi film italiani del secondo Novecento ossia Berlinguer ti voglio bene (1977) di Giuseppe Bertolucci. Bozzone rappresenta al meglio tutta la natura plebea e sublime, selvatica e tenerissima di Monni.
Il “difetto” principale di Carlo Monni, come un grillo in un uragano è la sua natura per larghi tratti vernacolare, i testimoni, a parte Alessandro Haber e pochissimi altri, sono toscani toscani, a partire dai noti Benvenuti e Messeri, a comici e teatranti locali, ad amici, donne seppur per non molto tempo a lui legate, ristoratori che ne ricordano l’incoercibile voracità, gente che lo accompagnava nelle sue inesauste passeggiate, spesso a torso nudo e con i birkenstock anche d’inverno (odiava i calzini!), nel Parco delle Cascine che dopo la morte gli ha dedicato una fermata della tranvia che va a Scandicci – e tutti ne ricordano una sottile, talora non proprio sottile, inclinazione alla malinconia e alla depressione.
La vera domanda è se la vernacolarità di Carlo Monni, come un grillo in un uragano è una scelta oppure un obbligo. Temo che, malgrado l’adorazione, la tendenza, come detto, la santificazione di Monni (che è, da buon toscano, anche la mia) sia a oggi davvero un fenomeno in larga parte locale, nella speranza, tuttavia, che questo film contribuisca ad estendere a tutto il paese la sua grandezza.
Il titolo? Come un grillo in un uragano è un verso di Vincenzo Cardarelli, poeta amato da Monni e, in una scena esilarante contrapposto ai celeberrimi versi di Ungaretti.
Carlo Monni, come un grillo in un uragano. Regia, sceneggiatura: Romeo e Valentino Conte; fotografia: Jacopo Bucciantini; montaggio: Valentino Conte, Patrizio Gioffredi; produzione: New Solid, Filmarea, Fair Play, Associazione Culturale Visione; origine: Italia 2026; durata: 77 minuti.
