Je so’ pazzo. Voto ***(*). Al di là della verità o meno, il secondo film di Nicola Prosatore ha il merito di far incuriosire gli spettatori sulla genesi delle canzoni che spesso ci si ritrova a canticchiare senza metter fine chiaramente al senso del parole, soprattutto per chi non napoletano. A pochi giorni dall’uscita in sala di Rider di Roan Johnson, Davide Pavanello, un altro film italiano di musica ma completamente diverso e meglio riuscito.
Il palco è una delle prime inquadrature di Je so‘ pazzo con cui il regista, Nicola Prosatore, introduce lo spettatore all’interno del film ma anche – non è esagerato dirlo – il motivo di vita di Pino Daniele (Massimiliano Caiazzo da grande).
Torniamo poi indietro col tempo, quando il futuro cantautore Pino è piccino e va in giro per le viuzze strette di Napoli col padre Gennaro, interpretato da Giovanni Ludeno. Fin da subito, percepiamo “Napule è mille culure”, i vicoli stretti, i Quartieri Spagnoli, gli odori, il blu profondo del mare, i panni lasciati fuori ad asciugare, gli schiamazzi. Tutto ciò è stato permesso dal grande lavoro dello scenografo Gaspare De Pascali.
Inizia a delinearsi il personaggio del padre: un uomo attaccato al “money”, al denaro. Pino canterà da adulto nella sua canzone Ue man: “Nu poche ‘e dollars to me / E me ne faje ì” ” e “give man money for my wine”. Tra gli eventi incisivi della vita di Pino, ritroviamo proprio l’abbandono da parte del padre. Questo legame viene sviscerato delicatamente nel corso di tutto il film. Si tratta di un padre materialista, distante, che coglie ben poco l’inclinazione artistica e umana del figlio.
Più che la vita artistica, è quella privata su cui si poggia lo sguardo dello spettatore in Je so’ pazzo: attraverso la relazione con la prima moglie Dorina (Mariasole Pollio) e il fratello, nonché con zia Lia (Monica Nappo) e zia Bianca (Antonia Truppo).
Per quanto riguarda invece la carriera artistica, l’autore ripercorre i tempi di Napoli Centrale: uno dei gruppi più importanti del jazz-rock progressivo italiano, con testi in napoletano. Pino non smetterà mai di cantare nella sua lingua, anche a costo di non farsi comprendere del tutto dal pubblico. Ne viene fuori il ritratto di un giovane testardo, anche quando le zie provano in tutti i modi di convincerlo a partecipare al bando per entrare in Alitalia. La musica è senza ombra di dubbio il suo dono più grande ed è grazie ad essa che si sente libero di essere chi vuole, facendo calare ogni forma di maschera: “Je so’ pazzo, je so’ pazzo”, “e vogl’essere chi vogl’io”.

Pino in Je so’ pazzo risulta intransigente rispetto alle trovate di marketing del manager Claudio Poggi, che nel 1977 ha curato l’album d’esordio Terra Mia. Se all’inizio, dichiara nel corso di un’intervista di non sentirsi figlio di Napoli, a poco a poco avverte l’esigenza di riappacificarsi con la sua terra. Questo lo si deve alla figura di Dorina, da cui teme di essere abbandonato dopo che il terremoto del 23 novembre 1980 colpisce la città.
La donna e poi sposa di Pino viene dipinta come una tipa comprensiva, sensibile, capace di dare cura al marito e ai figli. Dopo il tragico evento, invece, prende luce la canzone “È sempre sera”. La psicologia dei personaggi viene sviluppata fornendosi di una forma semplice che, a quanto pare, a noi risulta funzionare bene.
Arriviamo infine al grande momento finale di Je so’ pazzo, quello del Concertone nel 1981 in Piazza del Plebiscito con cui Pino intrattiene il pubblico napoletano: un evento free con cui fa sognare gli spettatori. Il suo intento, d’altronde, è sempre stato quello di raccontare la sua Napoli, a modo suo, al di là di “Masaniello” e dei miracoli di San Gennaro.
Nonostante le polemiche generali in merito al libero adattamento dal libro del figlio di Pino, Alessandro Daniele, il protagonista Massimiliano Caiazzo ha dimostrato di essere all’altezza del suo ruolo anche grazie alla sua notevole espressività mimica. È inevitabile osservare l’incredibile somiglianza del timbro della voce con quella del cantautore napoletano.
Alcune scene, deformate attraverso le lenti della cinepresa, ci permettono di cogliere meglio lo stato d’animo del cantante che ha vissuto sempre un rapporto ambivalente nei confronti sia della propria città d’origine sia del padre. La grana di alcune scene restituisce di un senso di profonda nostalgia che è inevitabile percepire quando si ascolta “Napule è” e che rispolveriamo grazie al materiale d’archivio nella parte conclusiva. La fotografia, in particolare, è firmata da Leonardo Mirabilia.
Prodotto in collaborazione con Rai Cinema, Je so’ pazzo è una biografia essenziale e lineare, non presenta fronzoli o particolari sovrastrutture. Il pubblico si ritrova ad ascoltare parte del repertorio del cantante, davanti lo schermo, con Pino che si racconta.
Il merito lo si deve sicuramente alla presenza scenica di Massimiliano Caiazzo, che nonostante la giovane età, si è messo in gioco interpretando un uomo che ha saputo e continua tuttora ad emozionare più generazioni: si tratta di un’interpretazione sentita che arriva al pubblico, con freschezza e a tratti con una leggera ironia. È dopotutto un film di formazione, Coming of Age all’italiana. Ma anche a Mariasole Pollio bisogna riconoscere una delicatezza d’interpretazione in nella resa della donna (e madre) di un artista così impegnativo.
Al di là della verità o meno di questo Biopic, Je so’ pazzo ha il merito di far incuriosire gli spettatori sulla genesi delle canzoni che spesso ci si ritrova a canticchiare senza metter fine chiaramente al senso del parole, per via probabilmente dell’uso del dialetto o meglio della lingua napoletana.
Presentato alla Festa di Roma (Sezione Gran Public).
In sala dal 15 ottobre.
Je so’ pazzo – Regia: Nicola Prosatore ; sceneggiatura: Nicola Prosatore, Edoardo Puma, Carlo Salsa, dal libro ‘Pino Daniele’; fotografia: Leonardo Mirabilia; montaggio: Marco Signoretti; interpreti: Massimiliano Caiazzo, Mariasole Pollio, Paolo Aguzzi, Riccardo Betteghella, Leonardo Bianconi, Giuseppe Brunetti, Luca Chikovani, Giampiero De Concilio, Demi Licata, Giovanni Ludeno, Monica Nappo, Antonia Truppo; produzione: Camfilm, Tartare Film, Rai Cinema, con il contributo del Ministero della Cultura e il sostegno della Film Commission Regione Campania; origine: Italia, 2026; durata: 105 minuti; distribuzione: 01 Distribution.
