Ceniza en la boca (t.l.: Cenere in bocca). Voto ***(*). Al suo quarto lungometraggio per la sala, l’attore-regista messicano Diego Luna ci consegna un bel film che resta nel cuore, implacabile come le migliori tragedie classiche, acuito nella sua tragicità dalla scottante attualità, dalla verosimiglianza di una narrazione reale in ogni dettaglio.
Lucila e Diego sono fratelli. Lei ha ventun anni, i capelli neri lunghi fino al sedere, un sorriso ampio. Lui ha quattordici anni, il muso cupo degli adolescenti, ama la sorella in maniera totale. Sono nati e cresciuti in Messico, allevati dai nonni in una struttura militare. Isabel, la madre, li ha lasciati quando Diego era piccolo, dicendo alla ragazzina di prendersi cura del fratello. Ora vivono in Spagna con la madre e la compagna in una casa piccola, dove si sente tutto di tutti.
Lucila fa la babysitter per una signora che la tratta dall’alto in basso senza veri motivi, mentre lei adora il bambino, lo chiama mi amor, è affettuosa e premurosa, si vede che ha già allevato un fratellino. Diego è un ragazzino difficile, a scuola non è integrato, finisce ad alzare le mani facilmente. Lucila cerca di proteggerlo, molla il lavoro e va a scuola a parlare con i professori al posto della madre, che resta scontenta e se la prende con lei. Lucila al parco ha un’amica che fa la babysitter, sono allegre insieme, progettano viaggi, serate in discoteca da passare a Barcellona quando Lucila andrà a trovare l’amica.
Lucila (Anna Díaz) è giovane, piena di energia, vogliosa di sorridere, di ballare, di godere della sua gioventù: purtroppo deve lavorare sodo per pagarsi una stanza, per aiutare la madre, per avere qualcosa nel piatto da mangiare: una vita in cattività. Ingabbiata senza colpa non si perde mai d’animo nemmeno quando la situazione è sempre più drammatica, quando il caso si accanisce su di lei.
Quando tutto va a rotoli in Ceniza en la boca, la ragazza trova sempre la forza di reagire senza buttarsi giù, ascoltando musica che le piace mentre cammina di notte, scacciata da casa, lungo la Barceloneta con in una mano la bicicletta, nell’altra il trolley e finire a riposare qualche ora su una panchina al bordo del mare.
È un personaggio potente, sommamente tragico, fortemente catartico, un eroe inespugnabile, battagliero, ardito, spinto da una forza interna a rialzarsi davanti a ogni angheria, ogni dispetto del caso, contro ogni vento opposto e violento.
Attorno a lei, in Ceniza en la boca, nessuno è così: la madre semina sensi di colpa rifuggendo da sé ogni responsabilità, Diego fragile risultato di abbandoni durante la crescita, capace solo di sentire amore ma incapace di trasformarlo in pozione vitale, i nonni, compatto simbolo del passato, vittime di schemi mentali e modalità di pensiero antiche, succubi di un mondo violento senza via di uscita in cui forse nemmeno la fuga è sufficiente a una emancipazione totale dalla paura.
Lucila è il presente, la potente freschezza di non arrendersi, il sorriso durante una sigaretta condivisa sul terrazzo, il coraggio di osare, Lucila è cenere nella bocca, è mangiare fino all’ultimo boccone cercando di trovare alla fine il sapore intenso della vita.
Anna Diaz è un volto che non esce più dalla testa, sembra di averla sempre conosciuta e al tempo stesso non si vorrebbe più smettere di guardarla, naturale e disinvolta, disinibita e fragile nelle membra quanto ardita e sinuosa nei gesti e nelle intenzioni: l’energia che vibra dal suo corpo è il fuoco di Ceniza en la boca, tutto inventato sulla dinamica del suo viaggio, andata e ritorno, ritorno e andata, una affannosa ricerca di luogo dell’anima, di un posto dove riposare, di un giaciglio accogliente dove spidocchiare l’anziana di cui si prende cura come fosse sua parente ma non lo è, dove riascoltare per l’ennesima volta l’ultimo messaggio vocale del fratello tanto amato, i viaggi di Lucila sono interiori, oltre che fisici: a ventun’anni potrebbe sognare un fidanzato e altre banalità invece lei è costretta a mettere tutte le sue forze nella battaglia quotidiana a guadagnare ogni moneta possibile a sfangare la giornata.

Divisa in parti separate da quadri bianchi, la storia si srotola tra partenze, trasferimenti, ritorni: Messico, Madrid, Barcellona, Madrid, Messico. Case si susseguono in luoghi diversi senza che Lucila si senta mai a casa, non in quella familiare dei nonni dove è cresciuta, non nella casa spagnola dove la madre ha portato i figli nella speranza di un futuro migliore, non nella casa in Catalogna affollata di donne e bambini dell’amica, non nella casa della signora anziana che accudisce prezzolata. Lucila incarna in questo Ceniza en la boca le difficoltà degli emigrati che, per esigenza monetaria, si ritrovano spaesati, spesso disperati, senza speranza.
Diego Luna scegliendo una storia vera, tratta dall’omonimo romanzo di Brenda Navarro, mette in scena in Ceniza en la boca un realismo assoluto attraverso una regia nitida e pulita, chiara nell’intento di non interferire, campi strettissimi sui visi all’inizio, composte inquadrature larghe con parte dell’immagine scura o vuota o fuori fuoco, poche parole, solo quelle necessarie, tutto chiaro nelle azioni e nelle espressioni, arredo e costumi perfetti, nessuna sbavatura formale.
Siamo lì con la protagonista, nello spazio esterno dell’appartamento interrato a scherzare tra madri giovani e razzolanti pargoli che vivono in povertà senza nemmeno accorgersene, siamo con lei a ballare sensualmente col bel gringo e poi a scoparci nel retro del locale, siamo con lei umiliata alla consegna del cibo da asporto Glovo, siamo con lei sul terrazzo a guardare quanto dista il tetto dal suolo sottostante.
Una regia in levare, azzeccatissima e matura. Un personaggio che ti si attacca addosso con la coccoina. Bello e disperante, efficace e possente, Ceniza en la boca è un film che resta nel cuore, implacabile come le migliori tragedie classiche, acuito nella sua tragicità dalla scottante attualità, dalla verosimiglianza di una narrazione reale in ogni dettaglio.
Ceniza en la boca (titolo internazionale: Ashes) – Regia: Diego Luna; sceneggiatura: Abia Castillo, Diego Luna, Diego Rabasa; fotografia: Damián García; montaggio: Sofia Escudé; musica: Raquel García-Tomas; interpreti: Anna Díaz, Sergio Bautista, Adriana Paz, Charlie Rowe, Benny Emmanuel, Irene Escolar, Laura Gómez, Luisa Huertas, Guillermo Ríos; produzione: Animal de Luz Films, Inicia Films, La Corriente del Golfo; origine: Messico, 2026; durata: 102 minuti.
