I See Buildings Fall Like Lightning. Voto ***(*)- Le macerie delle aspettative e la solidarietà come ultima forma di appartenenza. Il film dell’inglese Clio Barnard è dunque molto più di un racconto generazionale, è un’indagine sulla crisi delle promesse sociali e sulla sopravvivenza di quei legami che il capitalismo contemporaneo, con la sua esasperazione dell’individualismo e della competizione, rischia progressivamente di indebolire. Dopo
Ci sono film che raccontano il disagio sociale attraverso la disperazione dei singoli come ad esempio Bird (2024) di Andrea Arnold e altri che, pur attraversando le contraddizioni e le ferite di una generazione, riescono a restituire il valore profondamente umano dell’appartenenza. I See Buildings Fall Like Lightning, diretto da Clio Barnard e tratto dall’omonimo romanzo di Keiran Goddard, appartiene a questa seconda, preziosa categoria. È un’opera particolarmente significativa, una creatura cinematografica capace di far confluire al proprio interno le nuove istanze sociali dell’Inghilterra contemporanea, senza rinunciare alla profondità dei sentimenti, alla complessità delle relazioni e a una sorprendente autenticità narrativa.
Non siamo più soltanto nell’Inghilterra delle ferite inferte dal thatcherismo, né nell’universo trasgressivo e autodistruttivo di Trainspotting (1996), dove la tossicodipendenza assumeva un ruolo centrale nella rappresentazione del disagio giovanile. I See Buildings Fall Like Lightning sembra raccogliere quell’eredità cinematografica per spingersi oltre, interrogando una società in cui alle vecchie disuguaglianze di classe si sono sovrapposte nuove precarietà esistenziali: il lavoro che non garantisce sicurezza, i titoli di studio che non assicurano alcuna mobilità sociale, il diritto all’abitazione sempre più compromesso e, soprattutto, la progressiva dissoluzione delle aspettative con cui un’intera generazione era stata educata a immaginare il proprio futuro.
Al centro della narrazione di I See Buildings Fall Like Lightning troviamo cinque amici cresciuti insieme a Birmingham, legati da un passato comune che continua a rappresentare, nonostante le trasformazioni delle loro vite, un punto di riferimento imprescindibile. Patrick, Shiv, Rian, Oli e Conor hanno ormai raggiunto la soglia dei trent’anni e devono confrontarsi con l’evidenza di un’esistenza molto diversa da quella immaginata durante l’adolescenza.
Le loro vicende si intrecciano attraverso incomprensioni, tradimenti, gelosie, rivalità, dipendenze e fallimenti personali. Eppure, ciò che sorprende è la capacità di questa strampalata comunità affettiva di sopravvivere alle proprie contraddizioni. Non si tratta di un’amicizia idealizzata, costruita su un’improbabile armonia, ma di un legame autentico, persino ruvido, all’interno del quale il conflitto non esclude la possibilità del perdono.
È proprio questa dimensione corale a costituire uno degli aspetti più riusciti di I See Buildings Fall Like Lightning. I protagonisti possono ferirsi, deludersi, allontanarsi, ma continuano a riconoscersi in un’origine condivisa, in un linguaggio comune, in un patrimonio di esperienze che trascende le condizioni economiche e sociali raggiunte individualmente.
Particolarmente interessante è il rapporto tra Patrick, un laureato costretto a lavorare come fattorino, e Rian, che ha invece conosciuto un’improvvisa fortuna economica. Due condizioni apparentemente inconciliabili, due esiti opposti di un medesimo percorso generazionale. E tuttavia la loro amicizia resiste al divario di classe, dimostrando come l’appartenenza possa costituire una forma di identità più profonda del successo materiale.
In questa prospettiva, I See Buildings Fall Like Lightning supera la semplice denuncia delle disuguaglianze per proporre una riflessione sul significato stesso della solidarietà sociale. Non basta condividere una provenienza geografica o una memoria collettiva: ciò che tiene insieme questi personaggi è anche un sistema di valori, un sentimento di riconoscimento reciproco, la possibilità di considerare l’altro parte integrante della propria esistenza, nonostante le differenze.
L’esigenza di possedere una casa si sovrappone così a un bisogno forse ancora più radicale: quello di non perdere il proprio posto all’interno di una comunità umana. Gli edifici che vengono abbattuti, le nuove costruzioni e le trasformazioni del paesaggio urbano acquistano un evidente valore simbolico. La casa non rappresenta soltanto un bene materiale, ma la possibilità di radicarsi, di progettare una famiglia, di costruire un futuro e di conservare una continuità con il proprio passato.
È in questo contesto che emerge, con particolare intensità drammatica, la figura di Conor. Assorbito dal lavoro e dalle responsabilità di un progetto edilizio, incapace di condividere con gli amici le proprie fragilità, il personaggio finisce progressivamente per isolarsi. L’alcol, la tensione accumulata e un episodio di violenza nei confronti della moglie provocano una frattura affettiva che egli non riesce ad affrontare.
Il suo dramma non risiede semplicemente nell’essere lasciato, ma soprattutto nell’impossibilità di elaborare l’abbandono e di trovare, proprio in quella comunità che aveva sempre rappresentato un rifugio, uno spazio per esprimere il proprio dolore. Conor è forse il personaggio più tragico perché, diversamente dagli altri, non riesce a tradurre la sofferenza in una richiesta di aiuto. Il suo silenzio diventa una forma di isolamento e, progressivamente, di autodistruzione. La gravità della violenza commessa non viene meno, ma si inserisce in un ritratto più ampio della fragilità emotiva e dell’incapacità di comunicare.
È qui che la sceneggiatura di Enda Walsh per I See Buildings Fall Like Lightning raggiunge uno dei suoi risultati più interessanti: mostrare come la solitudine non dipenda necessariamente dall’assenza degli altri, ma possa nascere dall’incapacità di riconoscere e accettare una relazione di sostegno.
La regia di Clio Barnard accompagna queste esistenze con uno sguardo partecipe, profondamente umano, senza trasformare i personaggi in semplici emblemi sociologici. La dimensione politica nasce dalle loro scelte quotidiane, dalle frustrazioni lavorative, dalla precarietà degli affetti e dalle contraddizioni di una società che continua a promettere opportunità mentre restringe progressivamente gli spazi della loro realizzazione.
La fotografia di Simon Tindall, il montaggio di Maya Maffioli e la partitura musicale di Harry Escott contribuiscono a costruire il linguaggio cinematografico vibrante di I See Buildings Fall Like Lightning, nel quale l’intimità dei rapporti si confronta costantemente con le trasformazioni dello spazio urbano. Le immagini restituiscono un’Inghilterra concreta, vissuta, lontana dalle rappresentazioni patinate, mentre la vitalità dei momenti collettivi convive con un sentimento diffuso di inquietudine.
Straordinariamente efficace è anche il lavoro degli interpreti. Anthony Boyle, Joe Cole, Jay Lycurgo, Daryl McCormack e Lola Petticrew danno vita a personaggi credibili, attraversati da contraddizioni e fragilità, senza mai rinunciare alla spontaneità dei gesti e alla naturalezza delle relazioni. È soprattutto nella recitazione corale, nella capacità di restituire familiarità e complicità senza artifici, che il film trova una delle sue maggiori qualità.
I See Buildings Fall Like Lightning è dunque molto più di un racconto generazionale. È un’indagine sulla crisi delle promesse sociali e sulla sopravvivenza di quei legami che il capitalismo contemporaneo, con la sua esasperazione dell’individualismo e della competizione, rischia progressivamente di indebolire.
La sua originalità consiste proprio nel non ridurre i personaggi alle rispettive condizioni economiche, alle dipendenze o ai fallimenti. Ognuno conserva una propria dignità narrativa, una possibilità di cambiamento e, soprattutto, un bisogno profondamente umano di essere riconosciuto e accolto.
Ne emerge un cinema genuino, intenso, sorprendentemente vero, capace di far convivere una riflessione sociologica di notevole spessore con un sentimento di profonda partecipazione emotiva.
Perché, in fondo, il film ci ricorda che non è sufficiente costruire edifici per edificare una società: occorre preservare quei rapporti umani che rendono possibile abitarla.
I See Buildings Fall Like Lightning – Regia: Clio Barnard; sceneggiatura: Enda Walsh dal romanzo omonimo di Keiran Goddard; fotografia: Simon Tindall; montaggio: Maya Maffioli; musica: Harry Escott; scenografia: Janey Levick; interpreti: Anthony Boyle (Patrick), Joe Cole (Rian), Jay Lycurgo (Oli), Daryl McCormack (Conor), Lola Petticrew (Shiv), Lucie Shorthouse (Sophie), Millie Brady (Emma), James Eeles (Marcus); produzione: Tracy O’Riordan, Moonspun Films, con il sostegno di BBC Film e BFI, in associazione con Curzon Film; origine: Gb., 2026; durata: 109 minuti.
