A proposito di “Ethos”

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Premessa

Confessiamo subito la nostra ignoranza: a quanto si legge in diversi siti, sembra che la Turchia sia il secondo maggiore produttore di serie al mondo, dopo gli USA. E, seppur in ritardo, anche in Italia le serie turche sono arrivate. A giudicare dai titoli e dalle sinossi ci muoviamo più in direzione di quelle che un tempo si chiamavano soap operas, ma evidentemente il format funziona, se è vero, sempre a quanto si legge, che queste serie godono di un successo planetario e hanno non poco contribuito a incentivare il turismo nel paese della Mezzaluna. Se andate su Netflix, fra le varie categoria di ricerca troverete: serie TV turche (11), programmi TV turchi romantici (2), commedie turche romantiche (9), film turchi romantici (13), film turchi emozionanti (10), commedie turche (36), turchi (42), film turchi (42), drammi turchi (17), drammi TV turchi (10).

E dire che fin qui conoscevamo ovviamente l’opera di Nuri Bilge Ceylan (otto film in venti anni), ancora il regista che vinse a Berlino nel 2010 dal nome molto simile a quello del centrocampista del Milan, e cioè Semih Kaplanoğlu mentre il suo film si intitola Bal e è uscito anche in Italia. Sempre alla Berlinale o in altre manifestazioni internazionali capita ogni tanto di vedere qualcosina, ma niente che vada oltre il tipico film da festival e di nomi non ce ne sono rimasti in testa pochi.

Bisognerebbe guardarseli i film che circolano su Netflix e su altre piattaforme, anche se (sempre giudicando dalle sinossi, dal materiale pubblicitario, dalle prese di posizione in rete) non dovrebbero essere granché differenti dalle serie soap di cui si diceva all’inizio, risultando riconducibili dunque a una politica di intrattenimento, distrazione e conferma di cliché sociali, culturali e di genere, del resto tipica di quei paesi a gestione fortemente autoritaria in cui il controllo (se non addirittura la censura) lavora a pieno regime. D’altra parte, facendo un esempio estremo, i generi che Goebbels prediligeva negli anni ’30 erano la commedia sentimentale, il film-operetta, generi di intrattenimento appunto volti a ribadire i modelli comportamentali vigenti e a distrarre la popolazione da ben altro. Ché, l’altro grande argomento di cui si parla, quando si fa riferimento alla Turchia, almeno da una decina di anni a questa parte, è ovviamente Recep Tayyip Erdoğan, dapprima sindaco di Istanbul, poi primo ministro e dal 2014 presidente della Turchia. E quando si parla di Erdoğan, i temi principali che non si possono non trattare sono la progressiva limitazione delle libertà democratiche o la progressiva islamizzazione del paese.

I.

Dopo questa doverosa introduzione non foss’altro per segnalare la sostanziale incompetenza dalla quale partivamo, ecco che nel novembre 2020 compare su Netflix, in tutto il mondo e con diversi titoli, un oggetto sconosciuto nel quale ci siamo imbattuti per puro caso, parlandone con degli amici. L’oggetto sconosciuto su Netflix Italia si chiama Ethos , così anche in inglese, mentre in Francia hanno mantenuto il titolo originale turco, Bir Başkadır (alla lettera “qualcosa di diverso” ovvero “tutta un’altra cosa”) mentre in Germania al titolo originale hanno aggiunto il sottotitolo Acht Menschen in Istanbul (“Otto persone a Istanbul”). Non si sa bene perché proprio otto (forse perché sono otto le puntate? Mah!) – una cosa è tuttavia certa, questa serie scritta e diretta da Berkun Oya (classe 1977, letterato, uomo di teatro e di cinema) non risponde in nulla e per nulla al cliché dominante della serialità del suo paese, è davvero qualcosa di diverso, rientrando piuttosto in un modello, più cinematografico che televisivo, ossia quello del film policentrico, caleidoscopico metropolitano, alla Short Cuts o alla Crash giusto per intendersi. Solo che al posto di Los Angeles qui abbiamo Istanbul. Che Ethos obbedisca più a un modello cinematografico che a un modello di serialità televisiva stanno a dimostrarlo la tipologia delle storie raccontate, lo stile, il ritmo, il montaggio, persino l’utilizzo in parte narrativo dei titoli di coda, più o meno tutto. Forse alla sua ideazione – azzardiamo – non è estranea una qualche influenza del cinema del già citato Nuri Bilge Ceylan, il più importante e rinomato regista turco contemporaneo.

Per capire di che cosa tratta Ethos potrebbe non esser sbagliato partire dagli spazi nei quali la serie si svolge, spazi stanziali e spazi di transito, entrambi altamente significativi sul piano sociologico, religioso e sul piano simbolico. Gli spazi stanziali (case, luoghi di lavoro) che vediamo più spesso sono sostanzialmente cinque: 1) lo studio della psicanalista Peri, donna austera ed elegante e – malgrado la professione che svolge – probabilmente repressa che proviene dall’alta borghesia laica, i cui genitori vivono in una casa sontuosa affacciata sul Bosforo. È nello studio di Peri che dopo pochi minuti facciamo la conoscenza di una paziente, l’autentica protagonista della serie, Meryem, interpretata dall’eccellente Öykü Karayel (la più brava di uno splendido gruppo di attori che vede nella foto) che di mestiere fa la donna delle pulizie e che è stata indirizzata a Peri da un medico, essendo vittima di frequenti svenimenti che – non ci vuol molto a capirlo – sono di natura psicosomatica; 2) la casa in cui Meryem vive insieme al fratello, il torvo Yasin, la moglie di lei Ruhiye, depressa e incline al suicidio (ma come tutti i personaggi di questa serie danneggiata e traumatizzata), e i due figli della coppia, dopo che l’intera famiglia si è trasferita dalla provincia. È una casa modesta, in collina, fuori da Istanbul quella dove vive questa famiglia, musulmana osservante, con le donne che portano il velo e il marito/fratello che impartisce gli ordini come se fosse la cosa più naturale del mondo e dove Meryem surroga come massaia e come madre la cognata che vive, fin quasi verso la fine, in uno stato di estrema prostrazione e mutismo; 3) la casa con giardino, dove, a poca distanza, vive lo Hodja, una specie di “maestro”, figura auratica e padre spirituale a cui tutti, a partire da Meryem si rivolgono per avere consigli e ammonimenti sulle più svariate questioni personali. Forse ingiustamente temuto (la protagonista fa fatica a confessargli che va da un’analista), Hodja è sposato, ha una moglie che tragicamente muore quasi subito e una figlia, della quale solo alla fine scopriremo un grande segreto, che manifesta una vistosa insofferenza verso i costumi tradizionali, di cui il padre è esponente e titolare, sia sul piano dei consumi culturali che dell’identità sessuale; 4) il residence in cui vive Sinan di cui è neanche troppo segretamente innamorata Meryem, dal quale ogni settimana va a fare le pulizie. L’uomo è uno womanizer anche lui leggermente incline alla depressione (anche lui rigorosamente danneggiato da una madre che ancora di fatto continua a scambiarlo col defunto marito) che se la intende (al contempo) con Gülbin, la supervisor della psicanalista Peri e con Melisa, un’attrice, protagonista di una serie televisiva (di quelle di cui si parlava prima) che soprattutto gli strati più bassi della popolazione seguono con grande interesse e curiosità, ciò che evidentemente avvia in Ethos una riflessione metalingusitica. Melisa, a sua volta, frequenta yoga insieme a Peri e ne diventa amica. Melisa e Gülbin rappresentano dunque due ulteriori esempi di donne laiche ed emancipate che non si sognerebbero mai di portare il velo e che in nulla si distinguono dalle loro omologhe d’Europa; 5) la casa di famiglia di Gülbin dove viene costantemente disputato un feroce conflitto familiare che è anche un conflitto ideologico con la sorella Gülan, seguace al contrario della sorella di una ortodossia quasi fanatica. La famiglia, come quella di Meryem, è a sua volta inurbata ed è di origine curda, quindi anche qui di traumi alle spalle ce ne sono non pochi. E poi ci sarebbero gli spazi di transito: la metropoli innanzitutto, si pensi solo all’inizio della serie con Meryem che attraversa un ponte che collega campagna e città, in una sequenza che è sul piano del contenuto e della forma un autentico programma o anche i vari scorci dello skyline di Istanbul che si intravedono con frequenti riprese dall’alto o anche dai mezzi pubblici; ma anche l’automobile o il pullman con cui l’intera famiglia di Yasin prima e la sola Ruhiye raggiungono il paese natale per finire poi col camper che tanta importanza avrà nella vita di Hodja che si vota sul finire a un’autentica erranza.

II.

Ethos si regge tutta sulla dialettica fra permanenza e transito/cambiamento mettendo in relazione dialogica e dialettica individui diversissimi fra loro che nella loro differenza provano una grande e in parte inconfessata attrazione gli uni per gli altri, il caso più vistoso e forse non espresso fino in fondo resta l’attrazione della psicanalista Peri per Meryem, ma anche di quest’ultima per il dongiovanni depresso. E (quasi) tutti i personaggi sono in movimento, attraversano un percorso di formazione, di crescita, di consapevolezza, di elaborazione dei traumi ed emozioni, che ha nell’analisi certamente il proprio strumento privilegiato (un altro personaggio che fa la corte a Meryem è per esempio un grande esperto di Carl Gustav Jung), ma non l’unico perché alla conoscenza di sé, all’elaborazione del passato si può arrivare anche attraverso il conforto spirituale, il lutto, il nostos in un’ottica in fondo estremamente libertaria ed empatica che ispira l’intera serie.

Finale

Restano a conclusione delle otto puntate almeno tre domande particolarmente importanti dal nostro punto di vista: 1) il discorso tutto sommato prevalente, ovvero quella sulla psicanalisi (Meryem+Peri; Peri+Gülbin e l’esperto di Jung) risponde a un dato realistico nel senso che l’analisi è una questione particolarmente emergente e vistoso in questo momento in Turchia, al punto che viene “passata” dal Servizio Sanitario Nazionale anche a una donna di servizio che certamente di tasca sua non potrebbe permetterselo oppure la centralità di questo tema è solo un caso?; 2) e a proposito di analisi: che reazione avrà avuto il presidente della repubblica – se ma l’avesse visto come pensiamo – di fronte a questa messa a nudo internazionale delle contraddizioni profonde in cui versa il paese, sospeso fra estrema ortodossia e pronunciata laicità, che reazione avrà avuto Erdoğan vedendo dunque la Turchia tutta distesa sul lettino dell’analista e più in generale quali sono i veri spazi di manovra in quel paese?; 3) last but not least: Ethos finisce qua o ci sarà una seconda stagione? Le scene finali potrebbero anche lasciare immaginare una continuazione.

Comunque vada, Ethos è tra quanto di meglio si è visto nel 2020.


Bir Başkadır Ethos ) – Regia: Berkun Oya sceneggiatura: Berkun Oya; fotografia: Yagiz Yavru; montaggio: Ali Aga; interpreti: Öykü Karayel (Meryem), Fatih Artman (Yasin), Funda Erygit (Ruhiye), Defne Kayalar (Peri), Settar Tanriögen (Hodja), Tulin Özen (Gülbin), Bige Önal (Haryunissa), Derya Karadaş (Gülan), Nesrin Cavadzade (Melisa)); produzione: Netflix origine: Turchia 2020; durata: 8 puntate 40-58 minuti.

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