“Li vedi questi emoticon di fagioli rossi? Sai cosa significano? Significano pillola rossa, red pill, capisci di cosa stanno parlando?”
Adolescence racconta di quel periodo particolarissimo della vita, che tutti abbiamo attraversato, quei due o tre anni vissuti sospesi dentro ad una realtà concepita ancora come gioco infantile, ma le cui conseguenze potrebbero essere tremendamente reali. In quei due o tre anni, tutti noi viviamo uno stato di incerta follia nella quale è sufficiente modificare di pochissimo gli equilibri psicologici, per farci compiere azioni aberranti ed irresponsabili, le cui conseguenze potrebbero segnare per sempre la nostra esistenza.
Racconta dell’evoluzione di un sentimento, cerca di dirci che cosa sta diventando al giorno d’oggi ciò che definiamo con parole ormai antiquate, inappropriate, inadatte: bullismo, misoginia, maschilismo.
Una ragazzina viene ammazzata, probabilmente da un coetaneo, i due poliziotti che indagano nella scuola alla ricerca di un movente, brancolano nel buio, non capiscono nulla dei codici semantici dei ragazzini.
“Hai guardato il suo Instagram?” chiede uno studente della scuola, a suo padre, uno dei due poliziotti. “Li vedi questi fagioli rossi? Sai cosa significano? Significano pillola rossa, red pill, Capisci di cosa stanno parlando?”
E il padre risponde “ti riferisci a pillola rossa/pillola blu di Matrix? Certo che lo so”
Il figlio si mette le mani nei capelli, non ha mai visto Matrix, non sa come fare in modo che il padre afferri il significato di un’umiliazione che si svolge, sotterranea, brutale, invisibile, costruita appositamente per muoversi lungo canali inafferrabili a chi non vive quella realtà.

Quattro episodi, quattro piani sequenza di un’ora ciascuno, ognuno rigirato almeno quindici volte, una straordinaria consapevolezza dei tempi e di ciò che rappresenta a livello semantico la tecnica utilizzata, esattamente come aveva già dimostrato del resto, con suo precedente Boiling Point (2021), Philip Barantini sembra volerci convincere che tutto ciò che non sia composto da continuità temporale rappresenti in qualche misura una menzogna, un inganno.
Il terzo episodio, in assoluto il più teso e ricco di significati, è un capolavoro di dialogo, di messa in scena, ma soprattutto di interpretazione: una psicologa ed un ragazzino adolescente (Jamie Miller, l’incredibile Owen Patrick Cooper) si affrontano in uno scambio tesissimo, il cui finale esprime appieno il fallimento di ciò che andava tutelato, “io ti piaccio almeno un po’?” Chiede Jamie alla fine del colloquio, tra le lacrime, a distanza di mesi dall’evento che lo ha scaraventato dentro ad un incubo senza ritorno, mesi trascorsi assieme a malati di mente, non in un normale centro di detenzione. La donna risponde: “è la nostra ultima seduta, grazie di tutto, è stato molto utile”. Non sono necessari ulteriori colloqui: abbiamo una diagnosi ed una confessione. Poco importa se quell’incontro contribuirà a radicare, stavolta in maniera permanente, un pensiero violento e degenere. Un tredicenne sottoposto alla totale indifferenza, sistematicamente schiacciato da un meccanismo medico-istituzionale irresponsabile, che non vuole, non può, e forse non riesce a misurare le conseguenze di un trattamento tanto disumano. Un’incapacità totale di comprendere o aiutare un ragazzino che, seppur colpevole, non può esserlo del tutto — ed è comunque capace di sentimenti.
Il quarto ed ultimo episodio si concentra sui familiari di Jamie, e ci regala un’altra grandissima performance, quella di Stephen Graham (co-autore della sceneggiatura, assieme a Jack Thorne), nelle vesti di Eddie Miller, un padre cresciuto in una società di stampo classicamente patriarcale, figlio quindi di un maschilismo introiettato ed assimilato a livello sociale, che deve confrontarsi con una violenza giovanile frutto di una ideologia esteriorizzata e consapevole, individuale come lo è quella degli odierni incel; e se pensate che entrambe provengano da una stessa matrice, beh vi sbagliate di grosso: la mascolinità tossica moderna si configura più come un antifemminismo, aggressivo, orgoglioso, figlio di una identità maschile frammentata, umiliata, piena di vergogna, complessata. Nel racconto di Jamie con la psicologa emerge che la ragazza uccisa è stata in realtà parte attiva di tale meccanismo di odio, perché anche lei è il prodotto di una generazione di ragazze più aggressive, più capaci di giocare con la prepotenza e l’umiliazione del maschio, semplicemente perché sanno come si fa.
La famiglia Miller porterà sempre con sé lo stigma di ciò che è successo, e meschinamente i due coniugi si chiederanno alla fine: abbiamo sbagliato qualcosa? Eppure, abbiamo anche una figlia come Lisa, (che è a posto, che non ha commesso nulla di male, e che ci dice che siamo brave persone, giusto?).
…Giusto?
Su Netflix
Adolescence – Regia: Philip Barantini; sceneggiatura: Jack Thorne, Stephen Graham; fotografia: Matthew Lewis; musiche: Aaron May, David Ridley; interpreti: Owen Cooper, Stephen Graham, Ashley Walters, Erin Doherty, Faye Marsay, Christine Tremarco, Mark Stanley, Jo Hartley, Amélie Pease; produzione: Warp Films, Matriarch Productions, Plan B Entertainment, It’s All Made Up Productions, One Shoe Films; origine: Regno Unito, 2025; durata: 51–65 minuti per 4 episodi; distribuzione: Netflix.
