Brianza Voto **(*) Al suo secondo lungometraggio dopo Drive me Home, Simone Catania in Brianza – primo dei tre film italiani selezionati dal Concorso romano – gioca con i generi per raccontare l’avidità umana di fronte alla crisi economica che sbullona le sicurezze di chi si sentiva protervamente al sicuro.
Una scritta in esergo recita: «Tra Milano e la Svizzera esiste un luogo chiamato Brianza. Un luogo costruito sul lavoro, sul denaro e sulla paura di perdere entrambi». Infatti, Simone Catania, 46 anni, da Cantù, ha voluto intitolare proprio Brianza il suo film passato in Concorso alla Festa di Roma.
La Brianza, avrete capito, inquadrata come posto dell’anima e insieme moltiplicatore di appetiti economici; solo che Catania non è il Paolo Virzì de Il capitale umano, non ha il suo sguardo lucido e romanzesco, benché si sia fatto aiutare nello scrivere da due sceneggiatori come Ugo Chiti e Fabio Natale, attingendo liberamente a un fosco fatto di cronaca avvenuto nel 2010.
Il regista deve molto amare i western-spaghetti di Sergio Leone, perché Brianza comincia con un’insistita sequenza che sembra rubata dall’incipit di C’era una volta il West: un farabutto ingaggia una sfida personale con una mosca molesta dentro il Suv del suo boss.
Del resto da quelle parti debbono proprio sentirsi nel Far West: travestiti da nordisti e pistoleri, gli uomini del posto si divertono a sparare contro sagome raffiguranti minacciosi “pellerossa”, usando Colt e Winchester. Le armi fungono, anzi, da vero motivo conduttore della storia. E si sa che quando in una scena appare una pistola, quella prima o poi sparerà.
Il rinomato armaiolo Giorgio Farina conduce una vita da nababbo ma in realtà è sull’orlo della bancarotta dopo aver provato a lanciare una “boutique” del ramo in Svizzera, miseramente fallita. Non sa come dirlo alla moglie annoiata e spendacciona, mentre l’onesto socio Franz ha da tempo capito l’antifona.
Il destino di Farina presto s’intreccerà con quello di Alberto Fumagalli, un imprenditore gasato e pericoloso che gestisce dodici stazioni di servizio, piuttosto allegramente, cioè truffando le società che lo riforniscono di carburanti. Per entrambi s’avvicina la resa dei conti, ma Fumagalli ha un’idea: ritirare dalla banca il suo cospicuo patrimonio, prima che arrivi un sequestro, per nasconderlo nella cassaforte del Farina e poi riciclarlo in Svizzera. Per il servizio l’armaiolo riceverà un congruo compenso mensile, ma il debito totale ammonta a 800 mila euro e quindi bisogna pensare a qualcosa di meglio…
Due attori cari a Marco Bellocchio, cioè Fausto Russo Alesi e Paolo Pierobon, incarnano Farina e Fumagalli, con l’aggiunta di Gisella Burinato, nei panni della vecchia madre del negoziante, la quale non vorrebbe vendere la villona in cui ancora risiede da sola, murata viva nel suo dialetto stretto.
Tuttavia, il difetto sta nel manico, cioè nello stile “flamboyant” e survoltato, a tratti grottesco, che Catania imprime alla sua storia, sicché anche quei bravi interpreti finiscono col sembrare poco centrati, chiamati a una recitazione sopra le righe, fatta di scene madri urlate, fortemente caratterizzate sul piano sociologico, immagino per dare l’idea dell’allegoria, al di là degli eventi sanguinosi che seguiranno.
Macchine lussuose, tavernette attrezzate, shopping frenetico, chiappe da rendere più sode con la chirurgia plastica, anche un “presepe cosmico”, più oppiacei, escort e naturalmente una pizzeria chiamata “Minnesota”, per restare in tema western.
Ho la sensazione che il regista voglia dire troppe cose in Brianza, giocando coi generi per raccontare l’avidità umana di fronte alla crisi economica che sbullona le sicurezze di chi si sentiva protervamente al sicuro.
Parecchi film sul Nordest veneto a partire da Le città di pianura hanno più o meno preso di mira la stessa materia antropologica, ma senza tanti svolazzi, divagazioni e presunte “invenzioni” stilistiche. Mi resta una curiosità: come lo prenderanno i brianzoli?
Brianza – Regia: Simone Catania; sceneggiatura: Ugo Chiti, Fabio Natale, Simone Catania; fotografia: Pietro Zuercher; montaggio: Chiara Griziotti; musica: Victor Hugo Fumagalli; scenografia: Paola Bizzarri; interpreti: Paolo Pierobon, Fausto Russo Alesi, Marina Rocco, Giovanni Calcagno, Christophe Sermet, Giuseppe Catania, Mattia Sbragia, Dimitri Paoletti, Matteo Caremoli, Gisella Burinato, Davide Gagliardi, Margherita Coldesina Pola, Rossana Bena, Daniele De Marchi, Jean-Pierre Gos, Marco Calamandrei, Luca Bonsignore, Nicola Palmese, Stefano Pucciatti, Mohamed Nasser Ali Sobh; produzione: Simone Catania, Francesca Portalupi, Aline Schmid per Indyca, Beauvoir Films, Rai Cinema, con il contributo del Ministero della Cultura, con il sostegno di Creative Europe, Regione Lombardia, Ufficio federale della Cultura, Cinéforom, RSI, Film Commission Torino Piemonte; origine: Italia/ Svizzera, 2026; durata: 118 minuti.
