DAB four live al “Gaeta Jazz Festival”

Prende il via nella magnifica cornice dell’Auditorium Santa Lucia, questa nuova edizione del Gaeta Jazz Festival:  la serata estiva del 12 luglio 2023 è stata animata dalle interessanti sonorità dei DAB four, un gruppo che si è scherzosamente presentato al numeroso pubblico presente come “band a Km 0” dal momento che i suoi componenti si dividono tra Formia, Gaeta e Itri.

Quanto che siano vicine le provenienze geografiche del gruppo, è da dire che la musica che abbiamo avuto il piacere di ascoltare ieri è tutt’altro che provinciale e, anzi, ricerca le proprie radici nel mood di un jazz sperimentale, a tratti classicheggiante e spesso minimale, che ha il coraggio di guardarsi intorno in cerca di una costante ridefinizione identitaria.

Sicché quello che a tutta prima poteva sembrare un’esperienza del territorio, si rivela evento capace di proiettarsi all’esterno, di innervarsi di suggestioni e stili che rimandano tanto alle radici americane del genere, quanto alle sue coniugazioni più squisitamente europee.
Si potrebbe in qualche modo affermare che i DAB four hanno, di fatto, gettato un sasso nell’acqua ferma del golfo da cui si sono dipartiti cerchi, via via sempre più ampi capaci di muoversi tridimensionalmente nel tempo e nello spazio tanto dell’esecuzione quanto della sua percezione da parte degli ascoltatori.

Nel tempo perché il programma, abilmente strutturato nell’aurea rosa di dieci titoli, ha rappresentato un viaggio nella storia del gruppo dai tempi in cui esso era ancora un trio, sino all’attuale formazione di quartetto.

Nello spazio perché di fatto la musica ha sfondato le pareti dense di storia della Chiesa di Santa Lucia che l’ha ospitata, per muoversi sinuosamente tra le atmosfere urbane di certi brani, sino agli echi esotici, densi di risonanze e forte di un uso spregiudicato della tastiera, di un’evocazione di Marrakech (Marrakech Sunset).

Colpisce, nell’ascolto del concerto, la cura degli arrangiamenti, sui quali si percepisce, in filigrana, l’intensità di un labor limae nient’affatto banale che concede ai singoli esecutori il giusto spazio per un’espressione solistica, senza che si abbia mai l’impressione di un eccesso di protagonismo di una singola parte sull’ensemble. Cosa che si nota, ad esempio, quando si incontrano in delicato equilibrio le linee del sax di Dario D’Abrosca (che, a onor di cronaca, tiene tra le dita anche le fila della tastiera) e quelle della tromba di Cosmo Ripa.

I brani presentati brillano per la mancanza di virtuosismi fini a loro stessi e per un eloquio scevro da ampi abbandoni melodici, ma capace di aggrapparsi a un pensiero compositivo razionale ed emotivo al tempo stesso. Il tutto sostenuto saldamente dalla precisione dei drums di Rodrigo Bastoni e dalla presenza, ben oltre il mero sostegno armonico, dei bassi di Ivan D’Abrosca, a segno di una visione della musica come organismo in divenire, in continua trasformazione, come sembrerebbe suggerire la proposta, a chiusura di programma, di un brano come Flow, un Panta Rei sonoro che sembra essere prima di tutto una vera e propria dichiarazione di intenti.

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