Il popolo delle donne di Yuri Ancarani (Proiezioni Speciali)

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Realizzato in occasione della mostra “Lascia stare i sogni” (organizzata nella primavera del 2023 al PAC di Milano), Il popolo delle donne di Yuri Ancarani è un film-documentario prima di tutto generoso perché restituisce, problematizzandola in tutti i suoi aspetti chiari come oscuri, un’urgenza che è sotto gli occhi di tutti noi: la violenza sulle donne. Attraverso e grazie alla testimonianza di Marina Valcarenghi, che vanta un’esperienza professionale di lunga data nell’ambito della psicoanalisi e della psicoterapia, maturata negli ultimi decenni in particolare nei penitenziari italiani a stretto contatto con casi clinici di detenuti in gran parte condannati per reati legati alla violenza sessuale, quest’opera propone linee possibili di decostruzione della violenza maschile in una chiave storico-critico-problematica, radiografando una dopo l’altra le grandi questioni come i loro intrecci lasciati ancora irrisolti oggi nelle relazioni tra generi. E dunque non possono che essere sviscerati dal loro profondo concetti come quello, primo fra tutti, della “violenza” (che, come ci ricorda Valcarenghi, non è il male, ma ha a che fare più con l’istinto sempre e comunque portatore di un senso il più delle volte sottratto al sano controllo delle pulsioni), ma anche dell’“odio” (che è sempre radicato nella paura, a sua volta in bilico tra panico e coraggio, ovvero tra la dimensione del depressivo da un lato e quella dell’intelligenza riflessiva dall’altro) e i sottili limiti che tra ciò che vuol dire “coscienza” (cosa sta accadendo dentro di me) e ciò che vuol dire invece “lucidità” (cosa sta accadendo fuori e intorno a me). Scavare nelle aporie e nelle contradizioni dei termini, serve a Valcarenghi per introdurre uno tra i punti cruciali della sua analisi.

Più volte e da più parti ci si domanda come mai, in tempi di crescenti consapevolezze, sempre più diffuse, del divario da colmare tra i diritti delle donne e quelli degli uomini, le violenze maschili nei confronti delle donne non sono per nulla estinte, anzi continuano a essere perpetuate e sembrano essere statisticamente in aumento. Dunque, per rispondere in modo opportuno e inquadrare bene il fenomeno, secondo Valcarenghi bisogna capovolgere i termini della questione e sottolineare che proprio perché le conquiste dei diritti delle donne, anche quelle di tipo legislativo (ad esempio, dal 1963 in Italia per la prima volta le donne possono entrare a far parte della magistratura) sono divenute oramai di fatto un punto di non ritorno, allora di conseguenza si acuisce maggiormente quella evidente crisi profonda dell’identità maschile che sfocia, nei casi più patologici, nella violenza, nello stupro e nell’omicidio. Inoltre, c’è però da mettere in evidenza anche un’altra entità del problema non di poco conto che in qualche modo chiarisce bene lo stato delle cose oggi. Se da un lato si è giunti “troppo in ritardo” ad avviare quel processo che va sotto il nome dell’emancipazione femminile (termine che nasconde in parte tutta la sofferenza che c’è dietro), dall’altro in realtà esso si è consumato “troppo in fretta”. Si è infatti ritenuto che applicare modifiche e/o proposte di leggi nell’ordinamento giuridico bastasse ad avviare una stabilizzazione concreta delle disparità tra generi. Nel corso del tempo tutt’altro è avvenuto, in verità. E date questa premessa che si presenta già come un vulnus di non facile cura, il “processo di modernizzazione” del paese ne è rimasto segnato e non si è dato avvio a quella profonda trasformazione culturale della società italiana nel suo insieme (che ancora tarda ad arrivare), e così anche quella della mentalità maschile. Fino ad ora chi scrive si è soffermato appena sul contenuto del film. Ma la sua messa in scena come viene poi risolta dal regista? E qui che quest’opera ci convince pienamente. Sì, perché Ancarani sceglie una efficace prospettiva per lo spettatore. Prima di tutto, gira tutte le scene all’interno di un cortile antico dell’Università Statale di Milano, coinvolgendo dunque le studentesse e gli studenti di oggi (che non si vedono e restano di spalle alla macchina da presa) e facendo salire “in cattedra” Marina Valcarenghi che, seduta a una scrivania, viene ripresa da diversi primi piani. Dunque, il volto della protagonista insieme alla sua voce sono gli elementi assoluti di tutto il film, ed è attraverso questi che lo spettatore apre il suo confronto interiore. In particolare, è sulla scelta di come riprendere il volto di Valcarenghi che ci piace per un attimo soffermarci. Insistere infatti sul volto, soprattutto sul mostrare i suoi continui movimenti, verso destra e verso sinistra e viceversa, alla ricerca dell’attenzione del pubblico non può non far pensare in termini metaforici che proprio di un “voltare la faccia” si tratta per buona parte di tutti noi. È come se queste immagini ci mostrassero plasticamente che siamo ancora impantanati in sterili discorsi verbosi da bar dello sport che non ci portano da nessuna parte. In fondo la violenza sulle donne riceve ancora oggi il voltafaccia, stratificato nella nostra società, di molti, di tanti e speriamo davvero non di troppi. E ciò non lo dice solo il “contenuto” del film, ma prima di tutto i repentini, quasi indefessi, movimenti del viso che, oltre a cercare negli occhi degli studenti (che lo spettatore non vede) forse una sorta di consenso, volesse con tutta se stessa affidare a loro il testimone.


Il popolo delle donneRegia: Yuri Ancarani; Sceneggiatura: Yuri Ancarani, Marina Valcarenghi; Camera: Yuri Ancarani, Valentina Chiarello Ciardo, Thomas Pilani; Fotografia: Thomas Pilani; Montaggio: Yuri Ancarani; Compositing: Thomas Pilani; Colorist: Alessandro Pelliccia; Musica: Caterina Barbieri; Suono: Mirko Fabbri; Interpreti: Marina Valcarenghi, gli studenti dell’Università degli Studi di Milano; Produzione: Dugong Films; Co-produzioni: PAC Padiglione d’Arte Contemporanea ACACIA – Associazione Amici Arte Contemporanea Italiana; Origine: Italia, 2023; Durata: 60 minuti.

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